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5 Approfondimento: alla ricerca di un tema comune

di Marino Palleschi e Andrea Boi

Il ricco repertorio iconografico di queste pagine ci guida in un meraviglioso viaggio nella storia del balletto, lasciando parlare le immagini, in grado di evocare suggestioni e impressioni

4 Ott
2017
09:24

Il Ballo d’Ercole
La ricerca di un’organicità cominciò ad apparire nel Ballo d’Ercole, messo in scena a Roma dal cardinale Pietro Riario, diplomatico e mecenate, nell’ambito del Trionfo romano di Eleonora d’Aragona. Il Trionfo altro non fu che una serie di festeggiamenti, imperniati su episodi mitologici, offerti a Eleonora d’Aragona, di passaggio a Roma nel 1473 per andar sposa a Ercole I d’Este. A sovvenzionare il cardinal Riario perché organizzasse raffinati intrattenimenti era stato lo zio, Papa Sisto IV (Francesco della Rovere), allo scopo di mostrare la potenza del papato agli altri Signori italiani, mediante l’esibizione di lusso e ricchezza.
Nel Ballo d’Ercole, attraverso una serie di moresche, ballerini d’ambo i sessi rappresentarono la lotta di Ercole con i centauri per la liberazione dell’amata, Deianira. Il soggetto mitologico va riletto come encomiastico: il nome Ercole era comune allo sposo e all’eroe e, dunque, la rappresentazione danzata identificava l’Estense con un invincibile difensore dell’amata.

 

Il Balletto Conviviale del 1489
L’aspetto di una formula unitaria è assunto dal Balletto Conviviale, organizzato a Tortona nel 1489 da Bergonzio Botta per le nozze di Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con Isabella d’Aragona. La sua organicità fu merito di un artificio, un po’ rudimentale, ma assolutamente originale: ogni portata fu preceduta da un’azione scenica mitologica che alludeva alle vivande offerte e, ove possibile, celebrava l’amore e la fedeltà coniugali. Basandosi su un resoconto assai libero del Settecento, gli studiosi hanno sempre ritenuto che la danza avesse avuto un ruolo importante nella presentazione delle vivande e nello sviluppo del tema nuziale. Ciò ha portato anche recenti storici di balletto a presentare il Balletto Conviviale come un precedente del balletto odierno per la presenza di temi veicolati da azioni coreutiche. Eugenia Casini Ropa, autorevolissima studiosa di danza, ha provato che, invece, si è trattato soltanto di un banchetto-spettacolo, anche se strutturato assai accuratamente e in modo raffinato ([PR], pagg. 217-19). Resta comunque l’intenzione di sviluppare due soggetti, pur embrionali, attraverso i divertimenti proposti, anche se il contributo della danza va radicalmente ridimensionato, se non annullato del tutto. Tuttavia, aggiungiamo una breve descrizione del Balletto Conviviale, basata sul resoconto di Castil-Blaze (parzialmente riportato in [V], pagg. 50-54), che sembra aderire all’ipotesi più storiografica che storica.

Era stato stabilito che a Tortona avvenisse l’incontro di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d’Aragona, proveniente da Napoli, e che, successivamente, gli sposi facessero il loro ingresso trionfale in Milano. Bergonzio Botta, patrizio milanese, tesoriere generale e Amministratore Generale delle Entrate del Ducato di Milano, colse l’occasione dell’incontro degli sposi a Tortona per onorarli con un sontuoso banchetto organizzato nel suo castello.

La stessa tovaglia per il banchetto altro non era che il vello d’oro, che gli Argonauti, guidati da Giasone, portarono in sala con una danza nobile per distenderlo sulla tavola. La selvaggina venne servita dopo una pantomima di Atlante e Teseo, che simulava una caccia al cinghiale; il pesce fu introdotto da una danza di Tritoni, dei marini e fluviali. Tenendo presenti le osservazioni sulla inattendibilità di certe descrizioni, si noti che, nei precedenti esempi di intermezzi, le fonti solo storiografiche indicano la danza come veicolo del tema, attribuendole un’efficacia narrativa pari a quella di recitazione e canto. A quest’ultimo, invece, era stata affidata in precedenza la presentazione dell’arrosto di volatili: Orfeo aveva narrato come il suo canto, triste per la perdita di Euridice, avesse ritrovato il tono gioioso udendo dell’amore che univa i duchi di Milano. E quell’allegria aveva attirato un nugolo di uccellini festosi, da lui catturati per offrirli, arrostiti, agli sposi. L’esempio segnala che i singoli intermezzi, oltre a presentare le vivande, sviluppavano il secondo e più importante tema dell’amore coniugale e della fedeltà, celebrato compiutamente alla fine del banchetto con l’entrata delle donne fedifraghe e quella delle matrone virtuose.

 

La Festa del Paradiso
Le nozze di Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con Isabella d’Aragona erano state festeggiate con il Balletto Conviviale, ma non così compiutamente come avrebbe richiesto la circostanza: le cerimonie erano state sospese a causa dell’improvvisa morte delle madre della sposa. Rimandate all’anno successivo, il 1490, ripresero con la spettacolare Festa del Paradiso offerta da Ludovico il Moro agli sposi nella Sala Verde del Castello di Porta Giovia, oggi Sforzesco. Una serie di fastose ambascerie, sia fittizie sia reali, rese omaggio alla coppia ducale con entrate danzate e doni importanti. Dopo un preludio musicale e coreutico, all’improvviso, con giochi di suoni e luci, veniva rivelata agli astanti una sorprendente rappresentazione della volta celeste, ideata da Leonardo da Vinci. Essa fece da preziosa cornice alla successiva rappresentazione mitologica, con versi di Bernardo Bellincione, annunciata da un angelo. Il contenuto del poemetto era marcatamente encomiastico, ma fornì a Leonardo lo spunto per la sua geniale macchina teatrale del Paradiso.

Giove tesseva lodi della Duchessa Isabella così smisurate che l’incredulo Apollo (il Sole) dubitava se credervi; a convincerlo delle virtù della nobildonna intervenivano Diana (la Luna), Mercurio e altri dei. Costoro portavano il nome dei sette pianeti mitologici e Leonardo identificò gli attori ai corrispondenti pianeti, per collocarli nel Paradiso simulato dalla sua macchina scenica. I pianeti-attori erano incastonati in altrettante nicchie di una superficie curvilinea dorata, a forma di mezzo uovo, e l’ingegno faceva ruotare i pianeti-attori attorno a Giove durante la loro recitazione. Le costellazioni dello Zodiaco, simulate da dodici tondi di vetro decorati, con lumi all’interno riflessi dalla superficie curvilinea dorata, creavano una luce intensa, mentre i convitati erano allietati da canti e musica.

L’intrattenimento avvenne entro una cornice tematica unitaria, per quanto sottile: la celebrazione della sposa e delle sue bellezze. In realtà ebbe soprattutto una funzione politica: fu un’ottima opportunità per il Moro di riaffermare la sua potenza, di stupire la corte e gli invitati dispiegando apparati eccezionali, per mostrare che il potere era sì nelle mani del nipote Gian Galeazzo, ufficialmente duca di Milano, ma solo in modo fittizio e formale, mentre concretamente era lui a gestirlo.

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