3 Approfondimento: verso l’Umanesimo

di Marino Palleschi e Andrea Boi

 

Quando l’alba del secondo millennio smentì la profezia funesta della fine del mondo, l’Uomo tirò un gran sospiro di sollievo: ritrovata la vita, al cavaliere venne la voglia di assaporarne il gusto, dedicando parte del suo tempo ai tornei, alle belle dame, alla musica, alla poesia e a tutti gli intrattenimenti ricchi di danze, spesso mutuate dal popolo e strumento di garbato corteggiamento. Nei castelli, le dame si appassionavano alle avventure amorose cantate in rima dai trovatori e la voglia di essere lieti era assecondata dai portenti dei giocolieri e dalla mimica un poco licenziosa dei giullari. Le Crociate mostrarono un modo di vivere lussuoso, meditativo, meno frenetico di quello Occidentale e il Signore imparò dall’Oriente colorato a vestirsi di sete. L’Europa del XII secolo mostrava già la presenza dei semi che avrebbero fatto sbocciare l’evo moderno.

Il mutato atteggiamento nei confronti della vita riguardava, però, solo i Signori, ma bastò a conferire ai primi secoli del secondo millennio “un sapore pre-rinascimentale” (Sorel [S], pag. 22 ed. Italiana). Emblematico è il dinamismo introdotto in architettura dall’aerea verticalità di un gotico arioso, illuminato dai colori vividi delle sue vetrate, in sostituzione delle spesse mura romaniche e dei suoi ambienti oscuri.
Tuttavia i germi della nuova e più serena visione della vita convivevano con una ben diversa e durissima realtà. Non solo il popolo restava escluso dai nuovi piaceri, ma per tutti sopravvivevano i tormenti provocati da forme fanatiche di misticismo, la Morte era una presenza costante, una sorpresa nascosta dietro ogni angolo, la dannazione eterna era quotidianamente minacciata dal clero e sanguinosi erano i flagelli inferti a città e campagne dalla dissolutezza dei papi e dalle scorribande degli imperatori. In aggiunta, l’Uomo avrebbe dovuto attraversare un periodo di grave crisi politica e culturale, il Trecento, funestato dal flagello della peste, che avrebbe ancora inteso come punizione divina. La popolazione europea ne sarebbe uscita addirittura dimezzata.

Ma ciò che veramente distingue nel profondo quei primi secoli del secondo millennio dal mondo moderno è il persistere della convinzione che la stessa posizione dell’individuo nella società, fosse contadino o re, avesse carattere sacro, venendo direttamente da Dio, e, come tale, andasse accettata e vissuta passivamente. Parimenti, da Dio si pensava venisse l’organizzazione gerarchica del mondo medievale, nonché la sua gestione da parte di nobiltà e clero. Il mondo nuovo sarebbe nato da una revisione profonda del concetto che subordinava la totalità del proprio destino a una sola volontà superiore.

Gradualmente si fece strada l’idea che, invece, la vita offriva possibilità ed esperienze utili all’individuo per agire in modo da incidere sulla società e sullo stato sociale acquisito per nascita. In assenza dello sposo, lontano per combattere in Terra Santa, era stata la donna a conservargli castello e possedimenti. Allorché, al suo ritorno, il Crociato si rese conto di quanto preziosa era stata la sposa, mutò persino la considerazione generale della figura femminile, almeno tra gli aristocratici: da oggetto di possesso, la donna divenne oggetto delle attenzioni cavalleresche e la sua figura venne rivalutata.
A evidenziare le potenzialità dell’individuo contribuì lo sviluppo commerciale seguito alle imprese in Terra Santa: questo aveva favorito la crescita del potere economico della borghesia mercantile e, di conseguenza, del suo potere politico, riducendo quelli della nobiltà. L’ascesa di una nuova classe sociale concorse a suggerire l’idea che, durante la vita terrena, all’uomo non fosse stata assegnata una parte necessariamente passiva. Fu manifesta la possibilità di un percorso individuale, che, pur finalizzato, come in precedenza, alla vita eterna, avesse anche un valore all’interno della società e su essa potesse agire, come era stato per i più audaci mercanti italiani.
La grave crisi trecentesca, aggravata dalla Morte Nera, contribuì in modo indiretto ad accrescere il valore da attribuire alla dignità dell’uomo. Infatti, è dai momenti di crisi che nascono idee nuove, come quella di rifarsi ai classici per sfuggire alle corruzioni dell’epoca, trovandovi una visione serena dell’esistenza e la consapevolezza che la vita offre la possibilità di esperienze e di interessi insospettati, validi per l’affermazione dell’individuo.

Il mutato atteggiamento nei confronti dell’uomo e della vita, sebbene abbia dato frutti in tutto il mondo occidentale, ebbe l’Italia come culla d’elezione. Proprio in Italia il commercio, favorito dalla posizione geografica della Penisola, aveva mostrato in modo vistoso la possibilità di incidere individualmente sulla propria condizione sociale. Ma di rilievo ancor maggiore è il fatto che, in epoca medievale, in Italia cultura e civiltà continuavano a godere di una posizione di privilegio rispetto al resto d’Europa, grazie alla diffusione del cristianesimo e alla cultura latina, penetrata così nel profondo da integrare in modo fecondo il diverso pensiero portato dalle popolazioni germaniche.

Che la figura dell’uomo avanzasse poco alla volta in primo piano, è suggerito con chiarezza dai due esempi proposti dal Sorel. Le raffigurazioni pittoriche di Dio o della Madonna videro con Giotto una forte rottura con la tradizione: gli affreschi dedicati alla vita di San Francesco ruotano attorno a un uomo nel suo percorso alla ricerca e alla conquista della fede; per la prima volta le figure della Madonna e di San Giuseppe sono umanizzate: si pensi al bacio, simbolo della vicinanza a ogni uomo. È altrettanto significativo che Dante componga un “Poema dell’uomo” alla ricerca della salvezza, intesa come viaggio individuale, che chiunque può percorrere; è inoltre emblematico che sia guidato in Paradiso non dalla Vergine, ma da Beatrice, che incarna la donna desiderata nella vita terrena. Sia lui sia Petrarca amarono la cultura antica, ne recuperarono la visione serena della vita; i racconti di Boccaccio, preceduti dai canti goliardici dei chierici vaganti, tratteggiarono una godereccia gioia di vivere.

Ma l’esempio più abbagliante è forse dato dall’atteggiamento di Leonardo da Vinci, che ha riversato il suo genio anche nella progettazione di attrezzature atte ad agevolare la vita dell’uomo “contemporaneo”. Stupefacente e modernissima appare l’idea nuova che vi è alla base: la volontà prepotente che l’uomo sia in grado di dominare la natura, o, almeno, di sfidarne le leggi apparenti, credute intoccabili in quanto volontà di Dio. Ecco che l’uomo di Leonardo può arrivare a ridurre gli attriti, a misurare la velocità del vento, ad accorciare le distanze temporalmente con la bicicletta o il carro semovente, a velocizzare la navigazione dei battelli con le pale e, addirittura, ad accarezzare l’idea di volare, di camminare sull’acqua, di riprodursi come automa meccanico. Non è destinato a vivere la natura con atteggiamento passivo, in quanto espressione della volontà di Dio. Può diventare il protagonista della sua propria esistenza, dominare il mondo terreno e Leonardo ci indica anche una strada: ricorrere all’aiuto dalle macchine. Nulla quanto la moderna tecnologia, ci fa comprendere con quale chiarezza Leonardo pensasse all’uomo nuovo.

Con l’Umanesimo e il Rinascimento sarebbe sbocciato un mondo nuovo, caratterizzato dalla centralità della figura umana, un mondo non dimentico della vita ultraterrena, ma che in questa non avrebbe abdicato al piacere di vivere.