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9 La Commedia dell’Arte: genesi, sviluppo e influenze sul balletto (Parte I)

di Marino Palleschi e Andrea Boi

Il ricco repertorio iconografico di queste pagine ci guida in un meraviglioso viaggio nella storia del balletto, lasciando parlare le immagini, in grado di evocare suggestioni e impressioni

4 Ott
2017
10:27

1. Le origini nel teatro greco-romano

Per tutto il Medioevo in Italia si erano perpetuati quegli spettacoli estemporanei, comico-satirici, ricchi di pantomima e danze, di stretta derivazione dal glorioso teatro romano, al punto che il ricordo delle beffe improvvisate della commedia latina, un po’ rozze, ma divertentissime, era ancora vivido in epoca tardo-rinascimentale. Questi sapidi spettacoli, che dai tempi della Roma imperiale non si erano mai completamente estinti, furono fatti rivivere con vigoria da un nuovo teatro di strada, formatosi in Italia verso la metà del 1500 e chiamato Commedia dell’Arte. Uomini di spettacolo quali saltimbanchi, mimi, musici, commedianti, spadaccini e cantastorie presero l’abitudine di riunirsi in piccole compagnie di giro per esibirsi, almeno agli inizi, per un pubblico popolare su palcoscenici di fortuna da loro stessi eretti nelle piazze di paese, il giorno di mercato o della festa locale. Tale genere ha, quindi, radici nel teatro dell’antica Roma, che, a sua volta, deriva in larga misura dal teatro greco, ma anche dalle tradizionali feste etrusche: nell’uno e nelle altre si trovano già gli elementi fondamentali che saranno propri della Commedia dell’Arte.

Commedianti italiani,
Antoine Watteau, 1720

Agli etruschi è riconducibile la festa campestre fescennino, basata sullo scherno reciproco dei vendemmiatori o dei mietitori. Essa già possiede le caratteristiche delle future Atellane, farse grossolane e satire politiche, per lo più improvvisate sulla base di una scaletta prefissata, sovente recitate da un attore mentre un altro mimava l’accaduto, nate in Campania, nella città di Atella (oggi Aversa), verso la fine del IV secolo a.C. e successivamente introdotte a Roma per essere rappresentate dopo una tragedia.

Una compagnia di Comici dell’Arte (partic.),
K. Dujardins, 1657

Delle Atellane la Commedia dell’Arte conserverà il gusto per la beffa estemporanea, a volte condita con qualche oscenità e, quindi, una comicità scaturita dall’improvvisazione. Di più, come avverrà per le cosiddette Maschere della Commedia dell’Arte, le Atellane non proponevano personaggi con una individualità specifica, ma tipi fissi, che indossavano ciascuno una sua maschera e un costume caratteristico: Pappus, il vecchio rimbambito, che anticipa Pantalone nel suo aspetto lascivo (Duchartre); Maccus, lo sciocco maltrattato; Dossenus, il gobbo furbo e imbroglione; Bucco, il gran maleducato. La loro figura allampanata e la loro codardia riappariranno in Pulcinella, che indosserà un costume bianco come Maccus, il mimus albus, e avrà lo stesso nasone adunco del personaggio rappresentato da un’antica statuetta che si ritiene raffiguri Maccus (Duchartre). Accanto ai personaggi fissi delle Atellane comparivano esseri mostruosi: Lamia, l’intrigante impicciona, Manducus, il mangione, che si ritroverà in parte nel Miles Gloriosus di Plauto e nel Capitano della Commedia dell’Arte (Duchartre). Come alcuni di questi personaggi delle Atellane, anche Pantalone e Scaramuccia a volte indosseranno il fallo e Arlecchino e Pulcinella si difenderanno spesso con un manganello.

Altro antecedente dello spettacolo comico dell’Italia cinquecentesca fu il teatro fliacico: così nella Magna Grecia si designavano le scene di genere recitate da attori girovaghi, come saranno agli inizi i Comici dell’Arte, anch’esse basate sul contrasto tra tipi fissi, come l’anziano avaro, il servo astuto, il fannullone.

Maccus e Testa di attore di Atellane con mezza-maschera,
terrecotte, I secolo a.C.

In seguito ai contatti con la civiltà ellenica, intensificatisi con la conquista della Magna Grecia nel III secolo a.C., a Roma si cominciò a sviluppare un teatro sul modello greco. Assecondando il nuovo gusto, in occasione dei Ludi del 240 a.C., i magistrati romani incaricarono uno schiavo greco, Livio Andronico, di tradurre e adattare al latino testi teatrali greci da rappresentarsi durante i giochi. Nasce così un teatro romano “alla greca”, che finirà per assimilare le altre forme di spettacolo preesistenti, le Atellane e il teatro fliacico, conservando di queste il gusto per la battuta e l’improvvisazione e dando luogo, nel III secolo a.C., alla fine della prima guerra punica, alla commedia romana, la fabula Palliata, di ambientazione greca, che, ai tempi di Cesare e Cicerone, nel I secolo a.C., preferirà un argomento romano e prenderà il nome di Togata. Nella Palliata e nella Togata – da pallium e toga, secondoché gli attori indossassero il mantello greco piuttosto che il romano – trovava spazio un’ampia parte mimata, che consoliderà la pantomima romana, fonte d’ispirazione per la Commedia dell’Arte. Lo sviluppo in forma pantomimica dell’intreccio parallelamente recitato o cantato si rendeva necessario perché lo spettacolo fosse perfettamente intellegibile in tutto il poliglotta Impero Romano. La stessa necessità incontreranno i Comici dell’Arte migrati a Parigi o, comunque, all’estero. Da ricordare sono anche gli apprezzatissimi spettacoli di Mimo, forma di spettacolo che assecondava il gusto per le scene di lotta.

Attore delle Atellane,
ritenuto Maccus,
terracotta

Stretto legame con la Commedia dell’Arte hanno i personaggi della Palliata di Plauto, poeta comico latino vissuto fino ai primi decenni del II secolo a.C.: anch’essi non sono caratteri individuali, ma maschere fisse, già riconoscibili al solo apparire in scena. Il vero motore della commedia plautina è un Arlecchino o uno Zanni ante litteram, il servus, ironico, ingegnoso, sfrontato, pronto a rischiare le ire del senex, suo padrone, pur di ordire inganni contro il vecchio a favore dell’adulescens, l’amato padroncino sempre in smanie amorose. A volte il senex è castigato per la sua avarizia (Aulularia e Asinaria, ove però il senex è rimpiazzato da una ricca e meschina padrona), altre per aver rivaleggiato con l’adulescens nella conquista della donna desiderata (Mercator). Questi sono tutti pretesti drammaturgici ai quali ricorrerà anche la Commedia dell’Arte. Come il servus anche i caratteri fissi del senex e dell’adulescens ricompariranno nel teatro di strada italiano tardo rinascimentale, il primo per esempio come Pantalone e il secondo come l’Innamorato e sorte analoga avrà il parasitus e il miles gloriosus, il soldato mercenario fanfarone ripreso con il nome di Capitano o Capitan Fracassa.

La Commedia introdurrà anche qualche elemento di polemica sociale mettendo in scena il trionfo delle maschere di livello sociale più basso sulle altre. Questa è una struttura drammaturgica codificata proprio dal teatro plautino, che, infatti, sovverte ogni convenzione tratteggiando un mondo rovesciato, in cui il servus ha la meglio sul padrone e l’adulescens sul senex. Sempre ascendente plautino (Amphitruo-Anfitrione, Mennaechmi-I Gemelli) hanno le situazioni, care alla Commedia dell’Arte, basate sugli equivoci indotti da somiglianze e scambi di persone.
 

Capitan Babbeo e Cucuba

Influenze sul teatro italiano del 1500 ebbe pure la satira di ispirazione sofistica che darà inizio al genere letterario al quale si ricollega il Satyricon di Petronio. In particolare i monologhi di Arlecchino erediteranno lo spirito e l’arte oratoria dell’assurdo, tipica dei dialoghi di Luciano di Samosata (II secolo d.C.): sia questi sia le brillanti tirate di Arlecchino sono spesso basati su racconti surreali, elogi paradossali, satire mordaci. I dialoghi di Luciano, scenette di mimo, venate d’umorismo, paiono scritti per una Maschera della Commedia dell’Arte in vena di riabilitare la mosca, facendo l’assurdo elogio dell’insetto fastidioso o di raccontarci la “veridica storia” del suo viaggio sulla luna. Potrebbe essere il dissacrante Arlecchino e non Luciano a vendere all’asta le vite dei più celebri filosofi, a farsi beffe perfino degli dei sciorinandone difetti e debolezze, a far esercizio di vuota e assurda oratoria perorando la causa della consonante sigma, che aveva sporto querela contro il tau per prevaricazioni nel dialetto attico. In ulteriore analogia con la futura Commedia dell’Arte va ricordata l’abitudine di Luciano a girovagare, fermandosi per intrattenere con declamazioni provocatorie e letture improvvisate. Importanti pure i suoi dialoghi ove sostanzialmente fa un elogio della pantomima.

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