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coreografi: Milloss


Aurel Milloss, Ozora 1906 - Roma 1988


Aurel von Milloss nasce nel 1906 in un villaggio nel sud dell'Ungheria.
All'età di cinque anni viene condotto a vedere uno spettacolo dei Ballets Russes in tournée a Budapest, dove assiste allo Spectre de la rose danzato da Nijinsky.
Il piccolo Aurel ne rimane affascinato al punto da convincere il padre a permettergli lo studio della danza classica.
Inizia quel giorno un innamoramento per il balletto che non cesserà mai.
Ma sarà un altro spettacolo, visto alcuni anni dopo, a rivelargli le potenzialità del teatro e della coreografia: una creazione di Laban per il suo Tanzbuhne.
Anche se molto giovane, in quel momento sente che la sua strada è quella della ricerca coreografica.
Capisce che Laban è il maestro di cui ha bisogno, e per seguirlo arriva a Berlino, dove trova una città in pieno fermento e una cultura bisognosa di modernità.

Milloss divide il suo entusiasmo tra il desiderio di sperimentazione, fomentato anche dalle grandiose e spesso inconcludenti idee di Laban, e il bisogno di approfondire la tecnica classica, esigenza che lo porta, ogni estate, nello studio torinese di Cecchetti.
L'innovazione artistica e il rigore formale, quest'ultimo in controtendenza con le nuove mode berlinesi (orientate verso una danza più libera alla Wigman), saranno le linee guida di tutta la sua carriera di coreografo.
Le sue prime creazioni vedono la luce alla Galleria Der Sturm, davanti ad un pubblico di artisti del calibro di Kandinsky e Schlemmer.
Subito colpiscono l'originalità delle coreografie e il particolare carisma scenico.
Questa vetrina gli consente di ottenere un contratto come ballerino al teatro dell'Opera di Berlino e una serie di importanti impegni coreografici.
Nei primi anni '30 diventa coreografo principale allo Stadttheatre di Augusta e di seguito direttore della compagnia di Düsseldorf.
In questo periodo ha modo di perfezionare il suo stile, caratterizzato da una marcata componente drammatica e grottesca, da danze energiche ed estremamente musicali e da un importante uso delle braccia, caricate di forte espressività.

La sua fama in terra tedesca cresce, crea balletti importanti come Le petit riens, La Fata delle bambole, La leggenda di Giuseppe, Coppelia e Le creature di Prometeo, l'unico componimento di Beethoven scritto appositamente per un balletto.
Ma anche Pulcinella e L'Uccello di fuoco di Stravinsky, e il Figliol prodigo di Prokofiev, prime tappe di un lungo percorso di rivisitazione del repertorio dei Ballets Russes.
Diaghilev e la sua compagnia sono modelli fondamentale per Milloss, che tenterà in qualche modo di ripercorrerne il cammino artistico.


Sotto il nazismo la vivacità culturale degli anni precedenti viene soffocata dal fanatismo del regime, molti artisti importanti abbandonano la Germania e gli spettacoli non allineati alla nuova ideologia vengono osteggiati.
Milloss non si occupa di politica, immerso completamente nelle sue sole passioni: la danza, l'arte, la cultura.
Ma in seguito al debutto del balletto Gaukelei, che viene letto come una metafora della tirannia di Hitler, alcune denunce anonime gli creano problemi con le autorità, che lo portano al licenziamento.
Non è chiaro quale fu il vero motivo del suo licenziamento, quanto fosse dovuto alle denunce dei suoi rivali e quanto alla sua omosessualità, in ogni caso era sempre più pericoloso per lui rimanere lì, e nel dicembre del '35 decide di lasciare la Germania.


Torna nella sua Ungheria, trasformata e impoverita, retta da un equilibrio politico così delicato da non consentire a chi è inspiegabilmente fuggito dalla Germania di avere un posto di rilievo.
Milloss non può lavorare per il teatro dell'Opera di Budapest, ma ha la possibilità di collaborare, come assistente per la coreografia, con il regista Németh, esperienza questa che si rivelerà basilare.
Németh è un giovane colto e geniale, l'intesa tra i due è perfetta e lo stile innovativo del regista viene valorizzato dalle danze cariche di tensione del coreografo.
Il loro teatro è fatto più di immagini che di parole, gli attori diventano ballerini e il pubblico ne è affascinato.
Gradualmente Milloss recupera la fama degli anni precedenti e può dedicarsi alla realizzazione di lavori importanti, inizia la collaborazione con il San Carlo di Napoli (per La Leggenda scandinava), e nel '38 ottiene l'incarico di direttore del ballo e coreografo principale al Teatro Reale dell'Opera.

Inizia un periodo fondamentale per il coreografo e per la danza italiana.
Nel '38 il corpo di ballo romano è decisamente malmesso, mancano ballerini professionisti, la scuola del teatro non ha uomini e l'Accademia di danza non esiste ancora.
La programmazione è basata sulla lirica e il ballo è solo un'appendice.
Milloss comincia un lavoro di ristrutturazione totale, con il suo inesauribile entusiasmo trascina e trasforma i ballerini, convince il sovrintendente a concedere sempre più spazio alla danza, arrivando a serate intere dedicate solo al balletto, con 2 o 3 titoli per ogni spettacolo, alla maniera cara a Diaghilev e decisamente insolita per il pubblico romano.

I progetti di Milloss trovano terreno fertile presso un regime che vuole fare del Teatro Reale il suo fiore all'occhiello.
Ha inoltre la possibilità di dare libero sfogo alla sua creatività grazie al Teatro delle Arti, piccola sala gestita da Anton Giulio Bragaglia e punto d'incontro degli intellettuali romani.
Per Milloss, uomo colto e curioso, il confronto con artisti e intellettuali è quasi una necessità, e proprio al Delle Arti trova la preziosa amicizia di personaggi come Alfredo Casella, Roman Vlad, Fedele D'Amico e Toti Scialoja.


Finalmente il balletto a Roma vive momenti di entusiasmo e Milloss, ormai un'autorità indiscussa del balletto europeo, viene invitato nei principali teatri italiani, dalla Scala al Maggio Musicale Fiorentino, dal Massimo di Palermo alla Fenice di Venezia.
In questi anni crea molti balletti tra cui La Bottega fantastica, Il Gallo d'oro, Bolero, L'Apres midi d'un faune, Shéhérazade, Il cappello a tre punte; di Casella porta in scena La Giara, La Rosa del sogno e La Camera dei disegni, di Stravinsky Petrusca (scritto all'italiana, secondo la moda fascista), La Sagra della primavera, Mavra e l'Apollo Musagete; il Coro dei Morti di Petrassi e soprattutto il Mandarino Meraviglioso di Bartok, per la prima volta in forma di balletto, in cui lui stesso ne è carismatico interprete insieme ad Attilia Radice.
Fa disegnare le scene da artisti come Severini, Afro, de Pisis, Benois, Luzzati, Prampolini, Scialoja.


Il fascismo per lui è meno opprimente del nazismo, l'ungherese gode di grande considerazione, tanto da riuscire, anche grazie alla sua testardaggine, a convincere il Duce a concedere il permesso di inserire Petrusca, del "degenerato" Stravinsky, inviso ai nazisti, nel programma della storica tournée del Teatro Reale dell'Opera di Roma a Berlino e Vienna del 1941.


Alla fine della guerra Milloss deve fare i conti ancora una volta con la politica.
In un periodo di vendette ed epurazioni, chi ha avuto gloria sotto il fascismo è ora malvisto.
Milloss si ritrova parte del corpo di ballo contro, ci sono petizioni e lettere contro di lui, e nel 1945 finisce la lunga e felice unione tra il coreografo e il teatro della capitale, dove però tornerà in qualità di coreografo per molti anni ancora.

Nel '46 viene chiamato da Toscanini come direttore e coreografo nella rinata Scala, dove trova nuovamente un corpo di ballo da riformare e un pubblico da educare.
Con l'energia di sempre si mette al lavoro senza soste, ricostruisce alcuni balletti del suo repertorio e ne crea di nuovi, a partire dall'imponente La Follia di Orlando, sulle musiche di Petrassi e le scene di Felice Casorati.
Negli anni successivi crea molti balletti per l'Opera di Roma, il Maggio Musicale, il Colòn di Buenos Aires, il Théâtre des Champs-Elysées e l'Opera di Stoccolma, dove l'allora sconosciuta Birgit Cullberg viene affascinata ed ispirata dallo stile espressionista del coreografo ungherese.


Nel dopoguerra la sua produzione coreografica è imponente, alcuni dei suoi balletti più importanti sono Ritratto di Don Chisciotte, danzato a Parigi da uno straordinario Jean Babilée, Marsia di Dallapiccola, l'Orpheus di Stravinsky, Il Principe di legno e La Soglia del tempo di Bartok.

Nel '60 torna in Germania, chiamato a dirigere la Opernhaus di Colonia, ma la cultura del momento e i nuovi astri della coreografia, con Bejart in testa, decidono il declino della stella di Aurel Milloss.
Ed è proprio il confronto diretto con Bejart, in uno spettacolo che vede insieme il Bolero di Milloss e Die Reise di Bejart, a offrire il fianco alla critica che stronca (o nei casi migliori ignora) il lavoro di Milloss per esaltare il nuovo genio francese.
Una profonda crisi colpisce Milloss, che non riesce a trovare più il consenso di un tempo.
Lascia Colonia e va a dirigere il ballo a Vienna, nel '67 tornerà a dirigere la compagnia romana e nel '71 di nuovo a Vienna.

Muore nel 1988 all'età di 82 anni.
Fino all'ultimo ha sempre continuato a lavorare, studiare e progettare con il fervore intellettuale che lo ha sempre contraddistinto.
Ha influenzato e ispirato molti coreografi italiani tra cui Ugo Dell'Ara, Giuseppe Urbani, Amedeo Amodio e Giancarlo Vantaggio.
Bibliofilo e collezionista, ha contribuito in maniera fondamentale alla stesura dell'Enciclopedia dello Spettacolo, monumentale opera voluta da Silvio D'Amico.

Bibliografia: Milloss di Patrizia Veroli - ed. Libreria Musicale

Immagini:
Milloss nel 1984 - foto Benvenuto Saba
Pulcinella - Augusta 1933
La Camera dei disegni - Roma 1940
Attilia Radice in Sagra della primavera - Roma 1940


ID=1011
4/3/2006
Massimiliano Volpini leggi gli articoli di maxinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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