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    grandi maestri: Ebreo


    Guglielmo Ebreo, Pesaro 1420 ca. - ?

    Durante il Medioevo la danza non possedeva ancora un ordine, per esempio nell'esecuzione di sequenze di passi, ma tutto veniva affidato un po' al caso e all'improvvisazione; i movimenti erano legati a ciò che in quel momento sentiva il danzatore, alla sua fantasia e ispirazione, venivano messi insieme senza un metodo o una ragione.

    Intorno alla metà del '400, in consonanza anche con il nuovo spirito scientifico e probabilmente sotto l'influsso delle teorie neoplatoniche e delle ricerche sull'armonia del cosmo, si incominciò a sentire, anche nell'ambito della danza, la necessità di porre ordine. Questo compito fu affidato ai danzatori più colti, richiestissimi come maestri di danza, che fossero in grado di mostrare e insegnare i passi e combinarli in modi sempre nuovi, divenendo i precursori di quelli che oggi chiameremo maestri di ballo e coreografi.
    Con la nascita di queste figure ci fu una grande svolta nell'evoluzione della danza, che se in parte perdeva in spontaneità, sicuramente guadagnò in disciplina.

    Nel Nord Italia molti di questi maestri furono ebrei e tra questi famosissimo al suo tempo e celebrato dai poeti contemporanei per la sua agilità e la sua bravura di musico, fu Guglielmo Ebreo, il cui nome fu cambiato in Giovanni Ambrogio, dopo essere stato battezzato, pare a Milano, nel 1463.
    Il suo grande merito sta nell'aver compilato un importante trattato di danza, il De praticha seu arte tripudii vulghare opusculum, che fu certamente, per i maestri dell'epoca, un importante libro di testo; per noi, una grande testimonianza del periodo e delle danze che lo rispecchiano.

    Non si sa molto della sua vita, la data di morte ad esempio è sconosciuta. Si sa che nacque intorno al 1420, ma non si sa quale fu la sua esatta origine o perché si fosse trasferito a Pesaro o ancora cosa lo portò a decidere di perfezionarsi nella danza.
    E' certo che viaggiò moltissimo spostandosi in vari luoghi della Penisola.
    A Milano fu allievo di Domenico da Ferrara, grande maestro dell'epoca, con lui fece il suo tirocinio; molte composizioni di danza del suo maestro le ritroviamo nel trattato. Ovviamente scrivere di danza, un'arte così effimera, non era facile, e molte delle sue annotazioni sono oggi, per noi, incomprensibili, mentre dovevano essere ben chiare all'epoca anche nei più piccoli dettagli; ma quanto comunque fosse difficile ce lo testimonia anche la notevole importanza che Gugliemo dà alla memoria, requisito essenziale per ogni ballerino.

    Lasciato il maestro si affermò subito e fu così apprezzato da avere accesso anche alla corte fiorentina dei Medici; ne troviamo testimonianza nel manoscritto in cui sono riportate due danze composte da Lorenzo il Magnifico. Ma la sua figura fu familiare anche in altre corti italiane; abbiamo testimonianza attraverso sue coreografie di un passaggio a Bologna e forse a Roma, dove si dice che conoscesse alcuni membri della potentissima famiglia dei Colonna; fu mandato in seguito a Napoli, dove lavorò come maestro di ballo dei rampolli reali e di sicuro finì la sua vita ad Urbino, presso la raffinata corte del duca Federico di Montefeltro.

    Tutta l'opera di Guglielmo Ebreo è importante non solo come compilazione di danze e relative istruzioni per eseguirle, ma anche per l'attenzione che il maestro mostra nello spiegare quali erano i reali fondamenti della danza.
    Così a volte dà preziosi consigli ad esempio sul portamento e il contegno dei danzatori, quando riferendosi a una fanciulla che danza afferma:
    Non sia con gli ochi suoi altiera o vagabunda, mirando or qua or là chome molti fanno, ma honestamente el più del tempo reguardi la terra, non portando però chome molti fanno el capo in seno, abasso, ma dritto suso et alla persona respondente chome quasi per sé medesme la natura insegna...nel fine del ballo lasciatta dal huomo, con dolce riguardo a lui tutta rivolta faccia una honesta e piatosa riverenza a quella del huomo correspendente.

    Altre volte invece, parlando della danza dice:
    La...virtute del danzare non è altro che una actione demostrativa di fuori di movimenti spiritali, li quali si hanno a concordare colle misurate et perfette consonanze d'essa armonia, che per lo nostro audito alle parti intellective et ai sensi cordiali con diletto descende; dove poi si genera certi dolci commovimenti, i quali, chome contra natura rinchiusi, si sfrozano, quanto possano, di uscire fuori et farsi in atto manifesti.

    In un' epoca in cui non era facile insegnare danza a persone abituate a ballare spontaneamente, secondo ciò che in un dato momento dettava lo stato d'animo, questo grande maestro, che in fondo voleva solo comporre danze per i balli di corte, gettò le basi della danza elencando nel suo trattato alcuni dei requisiti che ancora oggi noi riteniamo fondamentali per un ballerino: la misura; l'essere danzatori consapevoli della musica che si ascolta e avere la capacità di associare i movimenti a questa; la memoria e la capacità di valutare i limiti dello spazio.



    Fonte: W. Sorell, Storia della danza, ed. Il Mulino
    Nella foto: Miniatura di bassadanza contenuta nella stesura più antica (1463) del trattato di Guglielmo Ebreo, conservato presso la Bibliothèque Nationale di Parigi




    ID=1034
    19/3/2006
    Manuela Mulas leggi gli articoli di grisinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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