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scenografi e costumisti: Sanquirico


Alessandro Sanquirico, Milano 1777 – 1849
leggi articoli Il coreografo che piaceva a Stendhal Parte I e Parte II


Pittore, architetto e scenografo, con le sue creazioni per la Scala di Milano nei primi decenni dell’800 Alessandro Sanquirico collocò la scuola milanese di scenotecnica tra le maggiori in Europa in ambito neoclassico. Aveva intrapreso giovanissimo gli studi di Architettura e di Prospettiva sotto la guida di Giuseppe Piermarini e di Leopoldo Pollack, per iniziare, nei primissimi anni dell'800, il lavoro di scenografo presso il Teatro alla Scala di Milano, in stretta collaborazione con Paolo Landriani, col quale avrebbe decorato il Teatro Nuovo di Pesaro. Nel 1806 firmò le prime scenografie per il massimo teatro milanese e successivamente trovò in Giovanni Perego un socio di grande valore, col quale condivise le vedute artistiche fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1817. Mancato il Perego, Sanquirico preferì assumersi da solo l'incombenza delle produzioni d'opera e balletto della Scala, concludendo la carriera, con oltre trecento produzioni al suo attivo, al termine della stagione 1831-32, dopo aver messo in scena la Norma (1831) di Bellini. Poco prima di ritirarsi, nel 1830, progettò i due corpi laterali a terrazza da aggiungere all'edificio della Scala del Piermarini e rinnovò le decorazioni interne del Teatro Nuovo di Piacenza.

Il Sanquirico trattava lo spazio scenico in modo architettonico facendolo spesso dominare da costruzioni monumentali, che, a volte, erano collocate in primo piano, eventualmente in modo da incorniciare il boccascena, conferendo alla scena grande maestosità e profondità. Nel suo lavoro per la Scala di Milano a impianti rigorosamente neoclassici si alternarono quelli di sapore romantico, soprattutto in stile neogotico o, meglio, creazioni in cui convivevano le due estetiche; entrambi furono la perfetta cornice per le coreografie di maestri portati a disposizioni di masse e ad effetti spettacolari. Tra essi, primo fra tutti, va ricordato Salvatore Viganò, al quale si aggiungeranno il napoletano Gaetano Gioja, attivo alla Scala e a Vienna, Giovanni Galzerani, Louis Henry, Antonio Cortesi e Salvatore Taglioni, zio di Maria Taglioni e a lungo attivo a Napoli.

Una volta tornato in Italia, Salvatore Viganò si avvalse sistematicamente della collaborazione del Sanquirico per proporre i suoi coreogrammi nel teatro milanese. La prima volta fu nel 1812, per una ripresa scaligera de Gli Strelizi, già dati a Venezia nel 1809; successivamente per Il Noce di Benevento, già visto a Vienna, l'Ippotoo vendicato, il Numa Pompilio del 1815, la Mirra del 1817.

In queste produzioni le scene erano ancora improntate a una rigorosa, elegantissima classicità, concepita sulla base di un repertorio dagli orizzonti stilistici neoclassici. Dopo una breve parentesi di lavoro svolta per il San Carlo di Napoli, Sanquirico tornò alla Scala nel 1817. E’ questo il momento in cui, mancato il suo socio, il Perego, Sanquirico si assunse da solo l'incombenza delle produzioni del teatro milanese e iniziò a mostrare sensibilità per il gusto romantico ammodernando la scenotecnica scaligera con ibridi spettacolari, che sovente coniugavano impianti classici con l'emergente gusto romantico.

Con un Egitto in bilico tra fantasia e rigore storico, ricostruito per lo Psammi del Viganò del 1817, si assiste alla prima di una serie di ambientazioni esotiche, le quali, si vedrà, si intensificano sul finire della carriera.
Nel 1818 Sanquirico metteva in scena La Vestale, il Dedalo e l’Otello di Viganò e in questo sottolineava il carattere quasi barbaro del protagonista creando una contrastante cornice scenica fatta di particolari espressioni della raffinata civiltà della repubblica di Venezia.
Ne I Titani del 1819 , ancora del Viganò, metteva in scena lo scontro del bello apollineo, caro al neoclassicismo, col dionisiaco e col sublime che informano la poetica romantica. E’ con attenzione alla pittura visionaria che Sanquirico concepisce gli enormi colossi semoventi secondo precisi effetti coreografici del Viganò.

Ritornano le atmosfere esotiche e le ricostruzioni storiche col mausoleo di Nino per la Semiramide di Rossini del 1824, col melodramma eroico Il Crociato in Egitto di Giacomo Meyerbeer, già visto due anni prima a Venezia e ripreso alla Scala nel 1826, col Gengis Kan di Louis Henry del 1828 e, nello stesso anno, con Gli Spagnoli nel Perù di Galzerani.

La scenografia, sovente goticheggiante, asseconda il nuovo gusto medievalista nei lavori ispirati ai romanzi storici di Sir Walter Scott: dal coreodramma di Viganò La Spada di Kenneth del 1818 a ll Talismano di G. Pacini del 1829, ambientato nel tempo leggendario delle Crociate, alla Gabriella di Vergy di Gaetano Gioja. Anche il mondo classico della Roma antica, presente nelle scene per l’opera L’Ultimo giorno di Pompei del 1827, è in parte filtrato attraverso un’immaginazione fantasiosa, che fa innestare su impianti marcatamente neoclassici una ricchezza d’ornamento ben lontana dalla purezza di uno stile rigorosamente classico.

Tra il 1817 e il 1832, anno in cui si ritirò dalla professione, Sanquirico rimase, dunque, il solo scenografo alla Scala, proprio nel periodo di allestimenti importantissimi, molti addirittura prime assolute: da La Gazza Ladra, La Cenerentola e Il Barbiere di Siviglia di Rossini a La Vestale di Spontini, dal Pirata, La Straniera, la Norma di Bellini, all’Anna Bolena di Donizetti. Sanquirico curò anche le produzioni delle prime assolute de La Sonnambula di Bellini e de L’Elisir d’Amore di Donizetti avvenute al Carcano di Milano nel 1831 e al teatro della Canobiana di Milano nel 1832 rispettivamente.

Nelle immagini
- ritratti di Alessandro Sanquirico e Salvatore Viganò, ed. Ricordi
- scena per La Vestale, ballo di Salvatore Viganò del 1818
- "Interno di una Serra" per il ballo Elerz e Zunilda di Louis Henry del 1826
- "Reggia", 1818





ID=1100
14/5/2006
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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