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coreografi: Ailey


Alvin Ailey, Rogers (Texas) 1931 – New York 1989


UN PRIMO SGUARDO. Ballerino e coreografo statunitense, ha iniziato gli studi a Los Angeles con Lester Horton, per debuttare come ballerino nella sua compagnia nel 1950. Diventatone in seguito direttore, nel 1954, al suo scioglimento, si è trasferito a New York. Qui ha proseguito gli studi con Graham ed altri, accostandosi anche alla recitazione sotto la guida di Stella Adler e partecipando alla realizzazione di diversi musical e commedie; è anche apparso nel film Carmen Jones (1954).
Nel 1958 ha fondato l’Alvin Ailey American Dance Theatre (AAADT), col quale ha intrapreso lunghe e importanti tournée negli Stati Uniti e, dalla metà degli anni ’60, anche oltreoceano. Oltre ai lavori di Ailey, la compagnia ha rappresentato le creazioni di parecchi pionieri della danza moderna, quali lo stesso Horton, aggiungendo anche titoli di Twyla Tharp, Hans van Manen, Lar Lubovitch, Judith Jamison e altri. Dopo la morte di Ailey, l’AAADT è stato diretto dalla sua musa, Judith Jamison.
Come coreografo Ailey ha praticato un linguaggio personale costruito mescolando danza jazz, danza accademica, danza moderna e contrappuntando questa miscela con elementi di danza primitiva. Tra le sue più celebri creazioni per l’AAADT si ricordano: Blues Suite (1958); Revelations (1960), la cifra distintiva della sua compagnia, che, generalmente, chiude tutti gli spettacoli. Si tratta di un poderoso lavoro che indaga le emozioni e i significati che si sprigionano dalla musica religiosa afro-americana, derivata dal blues in tutte le sue forme dallo spiritual al gospel ai canti popolari di dolore e di libertà. Celeberrimo è pure lo spettacolare assolo Cry (1971), creato su Judith Jamison. Accanto ai numerosi balletti pensati per l’AAADT, altri sono nati in speciali occasioni per diverse compagnie: tra questi, The River (1970) è stato concepito su musica di Duke Ellington per l’American Ballet Theatre.


LA SCHEDA APPROFONDITA. Ballerino, coreografo e direttore statunitense, si è accostato al mondo della danza assistendo alle rappresentazioni dei Ballet Russe de Monte Carlo. Ha iniziato gli studi a Los Angeles nella Katherine Dunham Dance Company e con Lester Horton, per debuttare come ballerino nel 1950 con l’Horton Dance Theatre, la prima compagnia statunitense multirazziale con prevalenza di neri. Alla morte dello stesso Horton, tre anni dopo, ne è diventato direttore fino al suo scioglimento nel 1954.
Invitato lo stesso anno a danzare a Broadway nel musical House of Flowers di Truman Capote, si trasferì a New York per tener fede al contratto e per approfondire i suoi studi con Martha Graham, Hanya Holmes, Charles Weidman ed altri, accostandosi anche alla recitazione sotto la guida di Stella Adler. In questo periodo ha partecipato alla realizzazione di altri musical, di commedie ed è apparso nel film Carmen Jones sempre nel 1954.
Nel 1958 ha fondato l’Alvin Ailey American Dance Theatre (AAADT) con un gruppo di giovani danzatori, all’inizio soltanto neri, coi quali iniziò a proporre spettacoli itineranti fino ad ottenere, due anni dopo, la prima sede permanente. Ben presto la sua intenzione di potenziare le culture delle diverse etnie trasformò la compagnia in un gruppo multi-razziale. Nel primo anno di vita della compagnia ha creato Blues Suite, un omaggio alla vita in Texas, che aveva conosciuto da bambino, un distillato del dolore e della rabbia che comunemente si associano al blues e alla cultura afro-americana. Poco dopo ha creato per la compagnia Revelations (1960), destinato a restare la cifra distintiva della sua produzione, un pezzo che, generalmente, chiude tutti gli spettacoli. Si tratta di un poderoso lavoro che, avvalendosi della sapiente illuminotecnica di Nicholas Chernovich, interpreta la cultura nera americana attraverso la musica religiosa afro-americana, indagando i significati, la pace, la forza d’animo e tutte le emozioni che scatenano questi canti derivati dal blues in tutte le sue forme: spiritual, gospel, ma anche canti popolari di dolore e di anelito per la libertà.

E’ stato del 1965 l’ingresso in compagnia di Judith Jamison, destinata a diventare musa ispiratrice di Ailey, che avrebbe creato per lei ruoli di grande successo. Tra questi spicca Cry (1971) su musica di Alice Coltrane, uno spettacolare assolo creato come regalo di compleanno per la madre. Secondo le parole della stessa Jamison, sebbene Ailey non le avesse mai spiegato esplicitamente il significato del personaggio protagonista nelle tre sezioni del balletto, la grande artista lo ha sempre interpretato incarnando la donna libera, che ha ormai trovato la sua strada, ma che rappresenta anche tutte le donne che l’hanno preceduta, in schiavitù, in un passato di sofferenza. Nel 1975, la Alvin Ailey American Dance Theatre è stata invitata ad esibirsi al Duke Ellington Festival tenutosi al Lincoln Center di New York e, da quel momento, Ailey ha creato un ciclo di balletti su musica di Duke Ellington. Tra questi si ricordano Night Creature (1975), poi entrato anche nel repertorio del London Festival Ballet, e Pas de Duke (1976), traduzione contemporanea di un pas de deux classico, creato per esaltare le straordinarie doti di Mikhail Baryshnikov e Judith Jamison, oltre che per celebrare il genio del compositore di musica jazz.

A partire dai primi anni ’60 e nei successivi decenni vediamo Ailey impegnato col suo gruppo in lunghe e importanti tournée: nel sud est asiatico e in Australia; a Rio de Janeiro all’International Arts Festival, dove fu insignito di un prestigioso riconoscimento; a Dakar (Senegal) per il primo Negro Arts Festival; a Parigi, al festival di Edimburgo e nell’Unione Sovietica. Più volte sarà anche chiamato alla Casa Bianca ad esibirsi per il presidente in carica. Nel 1969 l’AAADT si trasferì nella Brooklyn Academy of Music e, con l’occasione, Ailey fondò una scuola. L’anno successivo compagnia e scuola si trasferirono a Manhattan condividendo la sede con la Pearl Lang Dance Company. Dopo frequenti apparizioni al City Center for Music and Drama di New York, nel 1972 la compagnia spostò in quella prestigiosa sede la residenza e, con l'occasione, essa venne ribattezzata Alvin Ailey City Center Dance Theatre, per poi ritornare al nome originale, Alvin Ailey American Dance Theatre, nel 1976. Due anni dopo scuola e compagnia si trasferirono a Broadway, nelle sale dell’edificio Minskoff, ove proseguono tuttora le loro attività.
A quattro anni dalla storica tournée del 1985 in Cina, nel 1989 è mancato Alvin Ailey e, per suo espresso desiderio, Judith Jamison è stata nominata direttore artistico dell’AAADT. Importanti cariche direttive e organizzative nell’ambito della compagnia sono state ricoperte anche da Masazumi Chaya, già ballerino dell’AAADT dal 1972 e, poi, ripetitore.

Nei suoi 79 balletti Alvin Ailey ha praticato un linguaggio personale costruito mescolando jazz dance, danza accademica, modern dance e contrappuntando questa miscela con elementi di danza primitiva o del folklore afro-americano. Ne vengono sempre potenti e dinamiche immagini di spettacolare teatralità e armoniosa bellezza, che sovente narrano gli aspetti problematici o leggeri della vita di un afro-americano, del suo ottimismo, del suo dolore, del suo senso della religione, della sua sensualità.
Tra le sue più celebri creazioni, accanto alle citate Blues Suite (1958), Revelations (1960) e Cry (1971) si ricordano: Reflections in D (1964) su musica di Ellington; Masekela Language (1969) su musica di H. Masekela; Gimnopédies (1970) su musica di Satie; Flowers (1971) su musica dei Pink Floyd, basato sulla vita di Janis Joplin e creato per l'AAADT e Lynn Seymour del Royal Ballet; Choral Dances (1971) su musica di Britten.
Nel 1988 il Balletto della Scala ha dedicato al coreografo un’intera serata presentando al Teatro Lirico una creazione per la compagnia, La Dea delle Acque su musica di C. L. Moore, e altri due suoi lavori: Streams (1970) su musica di Milosav Kabelac e Memoria (1979) In Memory and in Celebration su musica di Keith Jarret, una serie di immagini astratte, una festa coreografica di formazioni geometriche per l’intera compagnia in un’esplosione di costumi coloratissimi, dedicata al ricordo della coreografa Joyce Trisler, grande amica di Ailey fin dai tempi delle lezioni apprese da Horton, mancata prematuramente nello stesso anno della creazione.
Altri importanti lavori di Ailey per la sua compagnia sono: Love Songs (1972); Hidden Rites (1973); Phases (1980); For 'Bird'-with Love (1984), su musica di diversi autori tra i quali Dizzy Gillespie, che narra l’ascesa e la rovina per alcolismo e droga del sassofonista jazz Charlie Bird Parker; Witness (1986).

Accanto ai numerosi balletti, come quelli citati in precedenza, tutti creati per l’AAADT, altri sono nati in speciali occasioni per compagnie diverse. Tra questi, oltre al già citato La Dea delle Acque per la Scala di Milano, si ricorda Feast of Ashes (1962), creato per il Joffrey Ballet su musica di Carlos Surinach, un astratto distillato di antichi temi spagnoli; ispirato a La Casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca narra dell'innamoramento di una giovane, Adella, per il fidanzato di una sorella maggiore e dei tentativi della ragazza di sottrarsi ai vincoli pesanti e fatali imposti da una famiglia di stampo matriarcale. Attraverso l'indagine della tragica vicenda di Adella, Ailey affronta il tema universale del rapporto tra madre e figlia. Ancora per il Joffrey Ballet l'anno successivo Ailey ha creato Labyrinth, poi intitolato Ariadne (1963), su musica di Jolivet.
Invece The River (1970) è stato concepito su musica di Duke Ellington per l’American Ballet Theatre e presentato anche dalla compagnia della Scala di Milano nel 2000 al Teatro Nazionale. Il lavoro celebra le tre fasi dell’esistenza - nascita, vita e rinascita – attraverso un’allegoria, che suggerisce il paragone tra il corso della vita, la vita dell'intero genere umano, e quello di un fiume dalla sorgente alla foce, in mare, attraverso tutti i possibili mutamenti, dalle calme distese alle rapide alle cascate. Il balletto, in un atto, si compone dunque di varie parti: The Spring, Meandering Stream, The Rapids, The Lake, The Waterfall, The Whirlpool, The Banks, The Two Cities. Tuttavia alcune possono essere ripetute, altre aggiunte, come ad esempio The Sea. Sia il corso del fiume, sia l'esistenza umana mettono in evidenza due rive ben separate, ma in entrambi i casi si riesce a passare dall'una all'altra per annullare le separazioni e abbandonare la solitudine. L’allegoria combina elementi di modern dance e danza jazz a passaggi di insieme di danza classica. Nel 1972 a Washington Ailey ha coreografato The Mass di Leonard Bernstein e Carmen per il Metropolitan. E' del 1983 Au Bord du Precipice, una creazione per l'Opéra di Parigi, presentata in seguito col titolo Precipice. Il lavoro tratteggia la vita delle due rock star Jim Morrison e Jimi Hendrix, scomparsi negli anni '70, e si è spesso avvalso della demoniaca interpretazione di Patrick Dupond.

Seguendo le esplicite intenzioni dello stesso Ailey, sia quando il coreografo era in vita che in seguito, il repertorio della compagnia è sempre stato aperto, oltre che ai lavori di Ailey, anche alle proposte di altri coreografi: l’AAADT ha rappresentato e rappresenta le creazioni di parecchi pionieri della danza moderna, quali lo stesso Horton, Pearl Primus e Katherine Dunham e ha aggiunto anche titoli di Twyla Tharp, Hans van Manen, Lar Lubovitch, Jerome Robbins, Bill T. Jones, Parsons. Ai lavori di questi coreografi si accostano quelli espressamente creati da Judith Jamison per la compagnia. Tra essi: Divining (1984), Hymn (1993), Riverside (1995), Sweet Release (1996), Echo: Far From Home (1998).

Nelle immagini:
- Ritratto di Alvin Ailey nel 1955, Photo Carl Van Vechten
- Revelations, Photo Jack Vartoogian
- Renee Robinson in Revelations, Photo Paul Kolnik
- Dwana Adiaha Smallwood in Cry, Photo Andrew Eccles
- Memoria, Photo Paul Kolnik




ID=1361
2/10/2006
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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