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coreografi: Béjart (b)


In questa seconda parte della biografia dedicata a Béjart si prenderà in esame la sua produzione creativa a partire dal 1960, dal momento in cui il coreografo ha fondato il Ballet du XXe Siecle. Salvo avvertimento esplicito contrario, i lavori citati nel seguito e creati in data anteriore al 1987 debuttano col Ballet du XXe Siecle: all'occasione verranno indicati solo gli interpreti principali siano essi della compagnia o ospiti. I balletti creati in data successiva debuttano, sempre salvo avviso contrario, col Béjart Ballet Lausanne.

1. Primi lavori dominati da una geometrica bellezza coreutica di rigore cartesiano. In queste prime creazioni per il Ballet du XXe Siecle l'eccezionale aspetto teatrale sottolineato da Pasi (vedi NOTA INTRODUTTIVA) è da ascrivere essenzialmente a una speciale attenzione alla purezza geometrica e plastica della componente coreutica, costruita seguendo un’estetica così sublime da imporsi sulle pur sempre presenti atmosfere e tematiche politiche o filosofiche. La caratteristica, già emersa con Le Sacre du Printemps, appare evidente in Bolero (1961), su musica di Maurice Ravel, e nella IX Sinfonia (1964), sull’omonima sinfonia di Beethoven; le stesse creazioni si distinguono - vedremo - anche per i contenuti mutuati dal pensiero filosofico di Nietzsche.
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2. Primi lavori dominati da una componente spettacolare, che avvia le creazioni verso esiti di un “teatro totale” oltre la semplice danza. Infatti la “componente di puro spettacolo teatrale” (Pasi) si arricchisce presto di una magniloquente inventiva anche registica, che integra in modo sostanziale la danza con altre forme di espressione e di spettacolo, soprattutto con la recitazione.

E’ il caso di Les 4 Fils Aymon (1961) concepito assieme a Janine Charrat su musica del XVI e XVII secolo, testi di Hermann Closson e dell’operetta La Veuve Joyeuse (1963) su musica di Franz Léhar, entrambi presentati a Bruxelles. Da segnalare è l’ardito e spregiudicato La Damnation de Faust (1964), con importanti interventi cantati, creato su musica di Hector Berlioz non per la sua compagnia, ma per l’Opéra di Parigi.

Come detto, una seconda chiave di lettura dei lavori béjartiani si ottiene individuando, tra i molti interessi socio-culturali che influenzano una poetica ricca ed eclettica, quello che ha guidato il particolare pezzo in esame. Creati da un intellettuale, figlio di intellettuali – scrive di lui la Ottolenghi – i suoi “balletti sono spesso manifesti di un’idea politica o filosofica e soprattutto di una grandiosa concezione della danza”. Si è già detto dei lavori, i primi, che indagano la vita alienante dell’uomo contemporaneo. Ma, tra gli interessi filosofici che influenzano un importante numero di balletti béjartiani un posto di rilievo deve essere riservato al pensiero di Nietzsche, e tale interesse, del resto, è contiguo alla vasta e articolata passione di Béjart per il movimento romantico tedesco. Infine, una gran quantità di creazioni è costruita su elementi dettati dal gusto esotico per le ideologie orientali o dal fascino per le civiltà più disparate, che Béjart subisce quasi fosse spinto da una visione globalizzante della cultura. Accostiamoci ai motivi ispiratori, singolarmente, nei loro dettagli.

3. Lavori influenzati dalla concezione niciana della danza, intesa come rituale collettivo - mistico, erotico, politico - espressione dell’istintiva forza vitale dell’uomo. Nutrito è il gruppo di coreografie strutturate in modo da riflettere visivamente alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche, traducendo il concetto di impulso dionisiaco in immagini ad esso parallele. E’ questo il termine nel quale il filosofo racchiude le varie espressioni dell’istinto dell’uomo: la volontà di vivere, la spontaneità, la gioiosità, la creatività, in breve, la pulsione della forza vitale del superuomo, la quale – secondo Nietzsche - trova proprio nella danza e nella musica la sua manifestazione più compiuta. L’affermazione dello spirito dionisiaco libera l’uomo da ogni forma di costrizione, riportandolo alla sua dimensione naturale, contrariamente a quanto accade se, ad affermarsi, è, invece, l’impulso apollineo. Questo secondo è sinonimo di armonia e ordine, nemici del caos, del razionale e di tutto quanto porta a ricercare ciò che rassicura e a rifiutare spontaneità e creatività; in breve, conduce all’annullamento degli ideali e, alla fine, al decadentismo. Questa visione della danza è già apparsa nel Sacre e nella IX Sinfonia e, in essi, come anche in Bolero la danza è presente anche come rituale erotico. La precedente tesi filosofica è ripresa e ben illustrata dall’audace rilettura pacifista del Roméo et Juliette (1966), concepita su musica di Berlioz. Anche L’Oiseau de Feu (1970), su musica di Stravinsky, e Ce que l’amour me dit (1974), su musica di Mahler, propongono la danza come un atto foriero di tensioni primordiali, in cui c’è salvezza e rinascita. “Questo filone” – scrive la Ottolenghi – “sta alla base della fortuna popolare di Béjart, quella, cioè presso il largo pubblico dei palazzi dello sport…, che per la prima volta si avvicinava a un teatro di danza e restava abbagliato dal ritmo, dalle soluzioni sceniche, dall’efficacia drammatica dei balletti di Béjart, più che dalla sua abilità di coreografo in senso stretto”.
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4. Lavori che esplorano il romanticismo e il tardo romanticismo tedesco. Balletti come il Sacre e, soprattutto, la IX Sinfonia sono in stretta relazione con l’amore di Béjart per il romanticismo tedesco. Attraverso gli aspetti del pensiero di Nietzsche coi quali interpretano la danza, essi toccano gli elementi romantici della poetica di Schiller (Pasi): è seguendo lo spirito dionisiaco che l’umanità raggiunge l’estasi schilleriana nella gioia suprema, assecondando il principio espresso dallo stesso Béjart secondo il quale la danza conduce dall’ira alla gioia, dalle tenebre alla luce. Inoltre, sebbene sia impropria un'interpretazione in senso romantico del pensiero di Nietzsche, il filosofo risente degli stimoli del romanticismo tedesco attraverso Schopenhauer e, distinguendo tra apollineo e dionisiaco a seguito della sua iniziale passione per il mondo greco, pone il romanticismo come uno dei due cardini sui quali ruota la spiritualità dell'uomo. Per queste ragioni gli interessi di Béjart per il pensiero di Nietzsche e per la poetica di Schiller sono contigui alla più vasta influenza creativa riconducibile alla passione per il movimento romantico tedesco, nella più ampia accezione del termine, che comprende contributi collocabili anche nel secondo '800. Questa passione lo fa accostare anche ad altri poeti, musicisti e filosofi: a Wagner con Tannhauser (1961), Les Vaniqueurs (1969) e l’intera Tetralogia (1990); a Strauss in Serait-ce la Mort (1970); a Mahler con Chant d’un compagnon errant (1971); a Goethe in Notre Faust.
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Dal Ballet du XXeme Siècle non poteva non uscire un lavoro coreografico collettivo, Offrande Chorégraphique, visto a Bruxelles nel 1971 su un tema musicale, quello del Re Federico di Prussia, dovuto a Bach e un tema coreografico, scelto tra gli esercizi per l’adagio del maestro Cecchetti, contrappuntato da un anti-tema, sviluppato dai danzatori e dalle percussioni, il quale modifica il precedente, lo integra o ne fa la parodia. E’ una “lotta” che mette a confronto una danza classica e una moderna, col solo scopo di funzionare da biglietto da visita per l’intera compagnia, che – aggiunge lo stesso Béjart – ne è l’autrice.

5. Lavori che propongono un approccio alle culture orientali, rilette alla luce di quelle occidentali in un incontro di civiltà diverse. L’interesse del coreografo per le ideologie orientali non è certo episodico, ma radicato in una infanzia che gli ha spalancato le porte della cultura a partire dagli insegnamenti del padre, studioso di filosofie e lingue asiatiche. E’ così profondo che, da adulto, Béjart sarà attratto dalla religione buddista. Tuttavia non va trascurato il fatto che, nei secondi anni ’60, i giovani, primi tra essi gli hippy, e i loro idoli musicali, i Beatles, manifestano un profondo interesse per il Medio e l’Estremo Oriente e che Béjart ha un’innata sensibilità nel captare ed assecondare gli umori del momento. Tutto ciò lo indirizza, come già anticipato, verso l’atmosfera mistica che circonda un importante gruppo di proposte influenzate da elementi culturali mutuati dalla filosofia, dalle religioni e dalle ideologie orientali. Queste, però, sono sempre rilette alla luce della cultura europea e ciò consente a Béjart di sviluppare a latere una tematica che gli è cara: la prodigiosa sintesi tra le spiritualità orientali e quelle occidentali (Pasi). Ne sono esempi: Messe pour le Temps Present (1967), su musica concreta, tradizionale indiana e giapponese, marce militari; Bakhti (1969), un avvicinamento alla civiltà indù e alla sua musica, incentrato su tre passi a due; Les vaniqueurs (1969), un confronto delle notti d’Oriente e Occidente, Golestan (1973), un omaggio alla cultura dell’Iran e alla sua musica tradizionale, Héliogabale (1976), Les illuminations (1979), su musica concreta e musiche orientali, Sept danses grecques (1983), su musiche di Mikis Theodorakis, Kabuki (1986), su musica di Mayzumi Toshiro, dedicato alle tradizioni del Giappone. Più tardi, vedremo, Béjart tornerà ancora al crocevia delle grandi civiltà.
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6. Lavori che segnano un ritorno totale o parziale alla cultura filosofico-letteraria prettamente europea come Per la dolce memoria di quel giorno (1974), ispirato ai Trionfi di Francesco Petrarca, su musica di Luciano Berio e Pli selon pli, segnalato anche in questo contesto per il suo legame con la poesia di Mallarmé.
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7. Lavori essenzialmente astratti ove prevale la danza pura, su musiche d’avanguardia. I Trionfi, sopra citati, creati su musica di Berio, proseguono l’indagine dei rapporti tra coreografia e avanguardie musicali, da tempo iniziata con i lavori su musica concreta. L’interesse di Béjart per la musica contemporanea continua avviandolo verso una serie di creazioni di raffinata eleganza; in esse il coreografo rinuncia alle proverbiali trovate spettacolari, che rischierebbero di distrarre dalle idee musicali, in favore di una sobria astrazione, che le assecondi visivamente. Ne sono esempi: Nomos Alpha (1969), su musica di Yannis Xenakis, creato per Paolo Bortoluzzi; Stimmung (1972) su musica di Karlheinz Stockhausen; due lavori su musica di Pierre Boulez, Le Marteau sans maître (1973), Pli selon pli (1975).
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8. Il ballet-comédie come formula di teatro totale. La componente di “puro spettacolo teatrale”, già avviatasi verso un’operazione di “teatro totale” coi lavori ricordati nel nostro secondo gruppo, è sviluppata in modo organico in una serie di creazioni caratterizzate dall’ampio spazio lasciato alla recitazione e all’esplosione di “tensioni e situazioni più drammatiche che coreografiche, tra un fuoco di fila di colpi di scena, di trovate, di bizzarrie,…(Ottolenghi)”. Alcune di queste creazioni béjartiane legate a un teatro di danza sono strutturate secondo una specialissima formula che si ispira ed inverte una fortunata invenzione del teatro francese del ‘600. Alla corte di Luigi XIV, Molière, in collaborazione con Lully, aveva proposto la comédie-ballet, una forma di spettacolo con danza, che per un decennio godé i massimi favori del Sovrano e della corte: il corpo principale dello spettacolo – recitato - era costituito da una commedia, però integrata da danze studiate in relazione al racconto, le quali, lungi dall’essere un espediente soltanto decorativo, integravano l’azione e contribuivano a far evolvere la drammaturgia. Ora Béjart riprende quella formula e la inverte per proporre una serie di spettacoli strutturati secondo uno schema rovesciato che può essere a buona ragione definito come ballet-comédie (Mario Pasi), uno dei cristallini e limpidi modi di Béjart di intendere il teatro-danza. Ne sono esempi Nijinsky clown de Dieu (1971), su musica di Pierre Henry, Notre Faust (1975), su musica di Johan Sebastian Bach, tanghi argentini ed altri frammenti musicali; Le Molière Immaginaire (1976), su musica di Nino Rota.
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9. La componente autobiografica. Nella seconda parte di Notre Faust, l’incontro del protagonista con la madre e il felice ricordo della sua infanzia segnano l’inizio di una parabola autobiografica, in un certo senso presente anche ne Le Molière Immaginaire, se si considera che Béjart identifica il suo lavoro creativo a quello dell’altro uomo di teatro. Utilizzando la musica di Jacques Offenbach e di Manuel Rosenthal, il coreografo ritorna ad alludere al suo vissuto con gioia ed autoironia in Gaîté Parisienne (1978) e, più tardi, in Souvenir de Leningrad (1987), su musica di Tchaikovsky e dei Residents. E' quest'ultimo lo spettacolo inaugurale della stagione 1987 di balletto di Losanna, concepito da Béjart per la compagnia appena trasferita nella città svizzera e ribattezzata Béjart Ballet Lausanne. I due ultimi balletti trattano per metafora la grande passione di Béjart per la danza: è questo un tema che ricomparirà in Casse-Noisette (1998), sulla musica di Tchaikovsky e una composizione originale di Joseph Moutet. La versione béjartiana di Schiaccianoci è ben più esplicita dei precedenti lavori nel tratto autobiografico: i ricordi d'infanzia e la passione per la danza quasi sfumano a confronto dell'intensissimo ricordo della figura materna, mancatagli prematuramente.
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Béjart affronta anche i più grandi capolavori musicali con lo scopo di avvicinarli, arricchiti della sua interpretazione, a un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Tra i titoli già citati e quelli che menzioneremo in seguito spiccano proposte su composizioni mozartiane, numerosi lavori dedicati a Wagner e ripetute collaborazioni con compositori d’avanguardia. Béjart sente il fascino anche della musica più facile e accattivante, come quella di Franz Léhar per La veuve joyeuse del 1964 o quella di Hoffenbach per la citata Gaîté Parisienne del 1978. Particolarmente numerose sono le riletture di storiche partiture di Stravinsky: dal Sacre del 1959 a Noces del 1962, da Renard del 1965, per l’Opéra di Parigi, alle versioni de L’Oiseau de Feu, da Petroushka (1977) per Vassiliev e la Poelvoorde, dove riappare il tema della moltiplicazione dell’io con l’identificazione del personaggio al Moro e alla Ballerina, alle due creazioni del 1982, L’histoire du soldat e Concerto en ré a molti altri.

Nel 1987, a seguito di divergenze con lo staff amministrativo di La Monnaie, Béjart lascia Bruxelles per trasferire il suo ensemble a Losanna, dove gli cambia nome in Béjart Ballet Lausanne. E' con questa compagnia che, salvo esplicito avviso contrario debutteranno i balletti creati in data successiva al 1987, citati nel seguito.

10. Creazioni monumentali col Béjart Ballet Lausanne, che segnano il ritorno alle espressioni delle grandi civiltà, eventualmente messe a confronto nella ricerca di una cultura globale. Al mondo ortodosso ebraico si rivolge Dibouk (1988), su un montaggio musicale che include musica tradizionale giudaica; a Ring um den Ring (1990), l'interpretazione di Béjart dell'intera Tetralogia wagneriana, segue Pyramide – El Nour (1990). Dedicato alle civiltà che si sono susseguite in terra egiziana nel corso dei secoli, il lavoro rende un omaggio particolare alla civiltà islamica, anche utilizzandone la musica popolare. Accostando a Vivaldi musiche elettroniche e un montaggio di musiche orientali delle più disparate etnie, La Route de la Soie (1999) traccia l'odissea di un viaggiatore che dal Mediterraneo si spinge in Cina e Mongolia attraverso la Turchia, l'Iran e l'India. Infine Lumière (2001), su musiche di Bach, Brel e Barbara, si ispira alla Genesi e al Corano, ma anche all’invenzione del cinema.
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In occasione del bicentenario della rivoluzione Francese, nel 1989 Béjart crea 1789...et nous, su musiche di Beethoven ed Hugues Le Bars. Il lavoro debutta a Parigi al Grand Palais des Champs-Elysées con Loipa Araujo, Jorge Donn, Grazia Galante, Gil Roman e il Béjart Ballet Lausanne. Nel 1992 muore Jorge Donn e Béjart effettua una ristrutturazione della compagnia, riducendola a una trentina di ballerini, per accingersi a un lavoro più introspettivo, a volte creando su un danzatore speciale.

11. Le creazioni più personali, piccoli cammei o vasti affreschi dedicati a particolari artisti o a personaggi di rilievo. Negli anni ’90 Béjart collabora frequentemente con Sylvie Guillem, creando su di lei lavori quali Sissi – L’impératrice anarchiste (1992), nel quale la sovrana è presentata come amica del popolo, degli artisti e dei poeti (Jean-Paul Pastori) e Racine Cubique (1997) su musica di Raul Garello. Di Le presbytère… si parlerà subito dopo; anticipiamo soltanto che è dedicato alla memoria del cantante Freddie Mercury e del ballerino Jorge Donn, entrambi mancati prematuramente, e successivamente dedicato anche all’amico Gianni Versace, dopo la sua scomparsa. La Nuit è un omaggio all’arte di Jean-Luc Godard, mentre su Mikhail Barishnikov il coreografo crea Piano Bar (1997) e, l’anno successivo, L’Heure exquise (1998), su Carla Fracci e Micha van Hoecke, ispirato a Oh! Les beaux jours di Samuel Beckett. Su canzoni di Jacques Brel e di Barbara va in scena a Losanna Brel et Barbara (2001). In Tokyo Gesture (2002) su musiche di Bach, Vivaldi e composizioni originali, rende omaggio a Nakamura Utaemon, celeberrimo attore kabuki. Con Ciao Federico (2003) Béjart partecipa a una retrospettiva dedicata al regista Federico Fellini, organizzata a Losanna a 10 anni dalla sua scomparsa.

Tra i lavori creati nell’ultimo decennio del secolo per il Béjart ballet Lausanne si impone il poderoso Le Mandarin Merveilleux del 1992 su musica di Bartok, con costumi di Anna De Giorgi.
E’ questo il periodo, l’inizio degli anni ’90, in cui Béjart intrattiene una stretta relazione col Tokyo Ballet: con esso collaborerà cedendogli anche molte sue passate coreografie e creando per esso M – Mishima (1993) su musica di Mayuzumi Toshiro.
Nel 1997 presenta a Losanna Le presbytère n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat, su musica di Mozart e del gruppo rock dei Queen, con costumi di Gianni Versace, ispirato alla vita del cantante Freddie Mercury e del ballerino Jorge Donn, entrambi mancati prematuramente, vittime dell’Aids. Il balletto, afferma lo stesso autore, è legato a molti sentimenti che gli appartengono nel momento della creazione, non è un balletto sull’Aids, ma su persone morte in giovane età; eppure – continua Béjart – è un lavoro pieno di gioia, sulla giovinezza e sulla speranza. Dopo che lo spettacolo è accolto trionfalmente nelle tournée nell’America del Sud, Le Presbytère viene anche filmato con l’interpretazione di Gil Roman e sarà ancora uno spettacolo di massa allorché presentato in Russia, nel palazzo del Cremlino. Il 1998 segna il ritorno sul palcoscenico del Bolshoi con Mutation X, con Gil Roman e Myrna Kamara e coi costumi dell'Atelier Versace; lo stesso anno a Béjart viene affidata la direzione del Festival Internazionale di Balletto “Torino-Danza”: in questa occasione presenta con Casse-Noisette (1998), la sua particolare lettura di Schiaccianoci, della quale si è detto più sopra. Ispirandosi a una celebre novella di Gogol, crea Le Manteau su musica di Hugues Le Bars, proposto a Kiev nel 1999. A Versailles presenta un omaggio a questa dimora reale ricordando le prime versioni del castello e i successivi mutamenti attraverso i regni di Luigi XIII, Luigi XIV e Luigi XV, i quali ne hanno voluto l'evoluzione architettonica: su musiche di Mozart ed Hugues Le Bars, con la collaborazione dell'Atelier Versace, il balletto ricorda col suo titolo, Enfant Roi (2000), che i tre re precedenti salirono al trono ancora bambini. Come omaggio a Luigi XIV, che aveva offerto Le Ballet des Ballets, un divertissement composto dai frammenti migliori delle opere più recenti, Béjart ripercorre alla velocità della luce le tappe della sua carriera coreografica in Lumière des eux, su musiche e testi di vari autori, messo in scena a Versailles nel 2000. Con Elton Berg Béjart aggiunge un lavoro sperimentale che indaga i rapporti tra danza e musica creando una coreografia su lieder di Albang Berg e facendola poi eseguire su musiche di Elton John. Nel 2001 a Genova debutta Tangos, seguito da Manos per Losanna. Nel 2002 Béjart fonda la compagnia M, bacino degli allievi della scuola Atelier Rudra e crea per Marcia Haydée Mère teresa et les enfants du monde, dedicato all’opera di Madre Teresa di Calcutta. Nel 2002 il suo amore per la musica di Mahler gli ispira la coreografia di un altro lied del compositore, presentata a Tokyo dal Béjart Ballet Lausanne col titolo La Mort du Tambour. Nel 2005 ha presentato un collage di frammenti dalle sue creazioni in L’Amour-la Danse. Segue nel 2006 Zarathoustra. Nel 2007 il coreografo presenta un collage di vecchie creazioni in Béjart: Best of e ricorda l'amico Gianni Versace nello spettacolo scaligero grazie Gianni con amore. Il coreografo si è spento a Losanna mentre stava preparando la creazione Il giro del mondo in 80 minuti.

Béjart si è dedicato anche alla realizzazione di opere teatrali, liriche, operette, commedie musicali e di film. Tra le prime si ricordano: La Reine Verte (1963) con Maria Casares e Jean Babilée e con musiche di Pierre Henry e testi dello stesso Béjart e La tentation de Saint Antoine, su testi di Gustave Flaubert e musica di Pierre Henry, entrambe presentate a Parigi; tre commedie di Molière, riunite sotto il titolo Les plaisirs de l'ile enchantée(1980), con musica di Lully, Charpentier e Probst, ancora nella capitale francese, ma a La Comédie Francaise; Cinq nô modernes (1984), su un adattamento di Mishima di testi di Marguerite Yourcenar, per Bruxelles; A-6-rock (1992) per Losanna, su testi suoi, con Gil Roman. Non manca neppure un celebre lavoro presentato sotto forma di Opéra-ballet, la formula teatrale introdotta da Molière alla corte di Luigi XIV: si tratta di Les septs peches capitaux (1961) da Bertold Brecht e con musiche di Kurt Weill, presentato a Bruxelles con Janine Charrat.

Nelle immagini:
- Béjart con la compagnia
- IX sinfonia
- Alessio Carbone e Laurent Hilaire ne Il Mandarino meravigso, Photo Icare
- Bhakti
- Per la dolce memoria di quel giorno
- Le Presbythère..., Photo Paolini




ID=1507
18/1/2007
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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