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intervista: Vladimir Derevianko


Vladimir Derevianko, per le sue qualità tecniche e interpretative, è considerato uno degli artisti più interessanti del nostro tempo.
Si forma alla scuola del Bolshoi e all'età di 19 anni partecipa al concorso internazionale di Varna, vincendo la medaglia d'oro e il
Grand Prix, premio speciale che solo pochi danzatori hanno ricevuto oltre a lui: Vassiliev, Baryshnikov, Dupond, Guillem.
Al Bolshoi diviene presto primo ballerino, distinguendosi subito per la sua capacità di interpretare ruoli molto diversi tra loro.
Nel 1983 abbandona la Russia per l'Europa, dove danza nei principali teatri e con le più importanti étoiles del momento, in particolar modo con Noella Pontois, con la quale dà vita ad una lunga e fortunata partnership.
Dal 1993 al 2006 dirige il Ballett Dresden, compagnia che lo vede anche nelle vesti di étoile e di coreografo.
Nel 2004 riceve il premio “Massine” per il suo contributo al mondo del balletto.



Lei ha lavorato con alcuni dei più grandi coreografi, sia russi che europei, chi di loro ha segnato di più la sua carriera, e quali insegnamenti le hanno lasciato?


Innanzitutto mi considero fortunato ad avere avuto incontri artistici che mi hanno arricchito o addirittura illuminato.
A cominciare da quelli conosciuti in Russia, come Vladimir Vassiliev e Yuri Grigorovich.
Di Vassiliev ad esempio ricordo la spontaneità, la generosità e l'istinto, non solo come ballerino ma anche come coreografo.
La differenza con altri coreografi è che lui crea su misura, senza imporre i suoi passi, tirando fuori il meglio dall'interprete, quindi il lavoro diventa estremamente piacevole.
Con Vassiliev mi sono reso conto che i passi sono come le parole, sono fondamentali per esprimere un concetto coreografico ma devono essere un mezzo di libertà di espressione e non di costrizione.
Grigorivich invece mi ha insegnato il concetto del ruolo dell'eroe e da lui ho capito come uno spettacolo può essere "monumentale".


In occidente sicuramente le personalità che più mi hanno influenzato sono state John Neumeier e Uwe Scholze.
Da Neumeier ho imparato che con la danza si possono toccare argomenti che fino ad ora non erano stati portati in uno spettacolo di danza. E' riuscito a realizzare spettacoli di estrema levatura intellettuale e drammaturgica, dove tutto, anche la più insignificante nuance ha un senso, ed esprime un concetto profondo.
Neumeier sacrifica gli effetti teatrali gratuiti o il virtuosismo fine a se stesso pur di arrivare ad esprimere il suo concetto, che lui come regista offre allo spettatore dandogli la possibilità di diverse chiavi di lettura, ed è proprio questa profondità che lo differenzia dagli altri.
Uwe Scholze invece è puramente "musica visiva". Quando ascolti brani musicali da lui coreografati, o prendi in mano uno spartito non puoi far altro che vedere le sue coreografie, è come se i passi si materializzassero dalle note musicali.
Considerata la sua estrema musicalità e il rispetto verso il compositore creatore, uniti alla sua passionalità e irrazionalità, si può forse parlare di genio. Quindi la sua scomparsa prematura lascia un vuoto nel mondo coreografico.



E la partner che ricorda con più affetto?


Ho tre partners nel mio cuore, avendo avuto nella mia carriera periodi di maturazione diversi e culture diverse.
La bellissima e imprevedibile Liudmilla Semenyaka al Bolshoi; poi, quando mi sono trasferito in Occidente, la grande étoile dell'Opera Noella Pontois, che mi ha guidato ed inoltrato allora giovanissimo nel mondo internazionale della danza, collaborazione che è continuata anche dopo che Noella ha smesso di danzare, tanto che è venuta da me ospite a Dresda come maitre.
E attualmente l'espressiva e passionale Viviana Durante, che mi ha dato nuovi stimoli ed emozioni.



Le sue speciali qualità fisiche hanno contribuito al suo successo, ma quanto, secondo lei, contano veramente?


Quella del ballerino è una professione fisica, strettamente collegata con l'anima, quindi il corpo diventa lo strumento dell'anima, più lo strumento è perfetto più c'è possibilità di esprimersi.
Punto non trascurabile e forse il più importante è quanto l'animo sia profondo e coltivato.
Tutto ciò non è realizzabile senza disciplina ferrea e un po' di fortuna.


Cosa fa di un ballerino un étoile?

Non c'è una risposta esatta perché ogni caso è diverso. L'unica cosa è che l'étoile è quell'essere che ti dà delle emozioni, non necessariamente artistiche, ma emozioni di qualunque natura.



Come direttore di compagnia ha visto molti ballerini che sono venuti a fare le audizioni, cos'è che la colpisce maggiormente di un danzatore?
In base a cosa sceglie chi prendere



E' un insieme di qualità. Ovviamente in un audizione il primo impatto è l'aspetto fisico, poi il modo di muoversi, e poi la tecnica.
L'audizione purtroppo ha tempi molto stretti e non dà possibilità di scoprire la vera personalità dell'artista, quindi la scelta si limita all'aspetto fisico. Solamente durante il lavoro nel corso della stagione scopro alle volte, anche con grande sorpresa, dei veri talenti dalla spiccata personalità, al punto che mi è capitato che l'artista stesso si sia sorpreso e meravigliato di sé, e questo è ciò che mi fa più piacere.




Lei conosce bene la situazione italiana, cosa ne pensa? Quali sono le principali differenze con il resto d'Europa?

In Italia la situazione è molto varia, scendendo dalla Scala fino al Massimo di Palermo, ci sono situazioni piene di contrasti.
Quello che è certo mi sembra che ci sia una gran voglia ovunque, sia da parte dei ballerini che del pubblico, di fare e avere tanta danza di qualità. Quello che manca sono le strutture ed una politica di investimento a lungo termine.
L'esempio più lampante sono proprio le compagnie tedesche, il loro sistema di repertorio è fatto in modo da evitare gli sprechi economici, e dà possibilità all'interno delle compagnie di stimolare i danzatori per far uscire nuovi talenti, anche coreografici.
Ma tutto questo ha bisogno di programmazione e pianificazione per costruire negli anni un vero sviluppo artistico.
Di ballerini bravi in italia ce ne sono molti che purtroppo finiscono all'estero, e credo sia questa una ricchezza che non si dovrebbe perdere.



Cosa pensa della scuola russa oggi, in rapporto anche alle scuole europee e americane?


La Scuola russa continua a dare grande soddisfazione e spero e mi auguro continui sempre a mantenere alte la grande tradizione e la qualità, e che continui ad evolversi.
Del resto anche la grande Vaganova è stata la fusione di tre grandi scuole: quella italiana di Cecchetti, quella francese di Petipa e quella Danese di Bournonville.
La sua grande capacità è stata quella di prendere il meglio da tutti, ed io per primo sono un sostenitore di questo concetto.
D'altronde in un mondo di globalizzazione anche la danza fa parte di questo, ben venga se ciò porta ad un'evoluzione e non ad una perdita di identità.



Andando sul personale, che legame ha con la sua terra d'origine?

Con la mia terra d'origine ho un legame di tradizione, di cultura e di formazione, che ormai fanno parte della mia storia.
Dopo trent'anni di carriera lo posso dire.


Lei viene dalla Russia, ha la famiglia in Italia e ha lavorato per 13 anni a Dresda, è sempre in giro per il mondo, ma c'è un luogo che sente come "casa"?

Non c'è un posto in particolare, mi sento legato al posto dove sto bene in quel momento specifico della mia vita.
Sono legato alle persone e non alla geografia.







Vedi la galleria fotografica - Visita il sito di Vladimir Derevianko



Nelle foto, dall'alto:
Un ritratto di Derevianko (foto: A. Buccafusca)
Derevianko e Noella Pontois al San Carlo di Napoli (foto: A. Buccafusca)
Au de la de Lazzini (foto: Somireau Lartigue)
Il finale del Don Chisciotte coreografato da Derevianko per il Ballett Dresden (foto: M. Creutziger)



ID=1590
10/3/2007
Massimiliano Volpini leggi gli articoli di maxinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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