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intervista: Liliana Cosi


Milanese di nascita, Liliana Cosi compie i suoi studi alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano.
Nel 1963 viene inviata a Mosca per un corso di perfezionamento al Teatro Bolshoj, dove ritornerà per altri tre anni, studiando con i maggiori maestri di quel tempo: Messerer, Tikhomirnov, Simionova, Gherdt, Ulanova, Jordan.
Nel 1965 debutta al Bolshoj come protagonista nel “Lago dei Cigni”, ottenendo ottime critiche dai giornali sovietici. Dal 1968 è la prima ballerina étoile della Scala, dove interpreta i ruoli più impegnativi di tutto il repertorio classico. Nel 1970 debutta nella prima dello “Schiaccianoci” con Nureyev; da quel momento in poi la sua carriera raggiunge i più alti livelli internazionali.
Nel 1977 fonda, con Marinel Stefanescu e sua moglie Louise Ann Smith, l’Associazione Balletto Classico, con finalità di arte e cultura, allo scopo di diffondere il balletto tra la gente di ogni ceto sociale.
Il 7 dicembre 1985 le è stata conferita la medaglia d’oro del Comune di Milano, nel 1989 l’onorificenza di Commendatore, ma sono innumerevoli i premi e i riconoscimenti nazionali ed internazionali ricevuti per la sua carriera artistica.



Liliana Cosi è una donna bellissima, perché la sua Bellezza passa attraverso due occhi scurissimi, che sembrano gli occhi della Coscienza stessa. Travolge l’interlocutore invisibilmente, senza clamori – come una pioggia di neutrini, impercettibili e ubiquitari.
Ha scritto un libro, semplice e chiaro, sulla sua storia di ballerina, di insegnante, di persona che non ha mai voluto scindere la bellezza terrena da quella divina. Chi è veramente Liliana Cosi? Per molti è l'ultima, grande e vera étoile di spessore internazionale che la Scala abbia avuto.
L’ho incontrata al Circolo della Stampa di Milano, dove nella Sala degli Specchi si è riunito un numero di persone quale non se ne era mai visto, dicono, per ascoltare le parole di questa danzatrice che da molti anni ha scelto la via di un insegnamento silenzioso e raccolto.
La presentazione del suo libro, "Etoile", ha visto riuniti intorno a lei Mario Pasi, critico di balletto, e Piero Ottone, il famoso giornalista, per ricordare e dialogare.
L’evento si è aperto con la visione dell’unico filmato esistente della Cosi all’apice della carriera: il passo a due tratto dalla Bella Addormentata, che ballò con Rudolf Nureyev per una trasmissione della Rai. Nel libro, Liliana racconta i particolari di quella giornata infernale in cui il filmato venne registrato: lei appena scesa da un aereo che la riportava indietro dall’America, con tutto il fuso orario negli occhi e nelle gambe; lui che dal mattino presto aveva cominciato a questionare sul pavimento del palcoscenico e che alle due del pomeriggio ancora non aveva avviato le riprese ... Nel libro si scoprono i mille particolari del carattere di Liliana che le hanno consentito una carriera luminosa, splendida, unica; si rivela la forza d’animo, la buona disposizione verso gli altri e anche i valori che l’hanno accompagnata e le hanno consentito di non desistere mai, di non spazientirsi mai.
Così la sua storia è unica, quel filmato è unico ... ed è anche l’unico modo di rivedere una grande Artista: leggera, precisissima, sicura, veloce. A un certo punto del filmato mi accorgo che non so più che è Liliana Cosi a danzare: è la Danza. Le mani, le gambe, il sorriso, il tutù formano un’immagine che appartiene a un altro livello di esperienza.
Quando finalmente tocca a lei parlare, Liliana ha un fiume di parole che escono dal cuore. Non fa pause, e io ve la riporto così, come è stata.

"Erano diversi anni che alcuni giornalisti, durante le interviste, andando più in profondità, mi dicevano: la sua vita è straordinaria, lei deve scriverla! E io dicevo: ma io non sono capace, è una cosa assurda!
Un giornalista mi aveva insegnato anche un metodo, consigliandomi di fare delle caselle, e di mettere un titolo per casella. Così ho cominciato con le caselle, e mi è sembrata una cosa così inutile … Come artista, mi sembrava una cosa così sciocca parlare di me oltre il palcoscenico … Cosa serve agli altri sapere di più? A cosa serve che un artista parli di sé?
E questo per tanti anni, più di quindici. Invece a un certo punto è successo qualcosa. Avevo già smesso di ballare. Vivevo in modo distaccato tutta la mia avventura. Io sono abituata a rifuggere dal parlare di me. Anche nella danza non mi vedevo come protagonista, era tutto un assieme: la musica, il balletto, tutto il lavoro collettivo, la coreografia, le decine di persone che compongono la messa in scena di uno spettacolo … Non vedevo importante il fatto che il pubblico avesse interesse a vedere il retroscena.
Invece, soprattutto quando ho smesso di ballare, mi è successo di incontrare persone che mi avevano visto tanti anni fa e mi chiedevano tante cose. Anche alla scuola vedevo negli occhietti delle ragazzine il desiderio di imitare la persona che è arrivata, e mi guardavano con una ammirazione … Allora mi son detta: ma io devo dire che cosa ha fatto sì che la mia carriera fosse così lunga, così ricca, così varia, così creativa.

Per una ballerina, i 35 anni sono il culmine della carriera, ma proprio allora volevo portare il balletto alla gente, perché capivo che si poteva trasmettere un valore attraverso quest’Arte. Avevo incontrato troppi coreografi che non mi soddisfacevano, che rendevano banale il balletto. Allora ho pensato: posso cercare di dare qualcosa. Perché devo sempre essere in mano ai coreografi, in mano agli impresari, perché non posso essere io protagonista della mia Arte, della mia vita? Ho degli ideali, so quello che voglio fare. Ci provo.
La vita mi ha portato a conoscere persone idealiste. Stefanescu è un idealista, per lui il balletto deve essere sempre ad altissimo livello. Anche quando ci siamo spostati in continuazione con la Compagnia, da un paese all’altro, non abbiamo mai tolto niente alla tecnica e all’interpretazione del balletto, alla tensione, alla perfezione. Lo vedevo lavorare con rispetto per la persona, per il ballerino e la ballerina, non usando il corpo che si muove per motivi futili.
Aveva sempre delle tematiche belle che gli piacevano, cosa che non ho riscontrato in altri.
Tutte queste cose sono state sostenute dall’incontro col Divino. Pochi riescono a capire cosa è stato per me questo aspetto. Mi sono resa conto che tutta la mia vita era importante, non soltanto il ballare. Mi sono resa conto che ogni atto della mia giornata, le mie decisioni, le mie scelte avevano un’importanza grandissima, perché tutto era sotto l’occhio di questo Dio che amava tutti: non solo me, tutti. Allora, che responsabilità ho sentito per il pubblico! Io ho sempre avuto un grande rispetto per le persone che venivano a teatro. Ti danno tre ore della loro vita, io cosa dò?
Una volta la mia maestra al Bolshoj, dopo avermi istruito con tutti i dettagli, mi disse: "Adesso dimentica tutto quello che ti ho insegnato e balla con la tua anima di ballerina". Io ero spiazzata, perché ballavo con tutte le sue istruzioni e invece dovevo liberarmene. E’ stata un’esperienza fortissima. Allora la mia anima serviva!
Di tutte le esperienze fatte, nessuna era in secondo piano. Neanche il male a un piede, neanche uno spettacolo andato male. Certo, si soffre, però tutto questo ha riempito ogni piega della mia vita, della mia giornata.
Quando ho aperto la scuola, erano tali gli impegni organizzativi che solo a fine giornata mi ricordavo che ero una ballerina; ma era tale il desiderio di dare qualcosa che fosse vivo che non mi pesava.
Quello che ci ha sempre sostenuto è stata la risposta del pubblico. Vedevamo che apprezzava la nostra attenzione. Anche se le nostre scelte magari non erano perfette, il nostro lavoro arrivava al pubblico, toccava le persone, e questa è stata una grande gioia: vedere le persone dopo lo spettacolo più felici, contente. Ma questo ha richiesto un grande impegno. Vi rendete conto che non sempre le scelte che oggi si fanno hanno questo risultato col pubblico. C’è minore interesse ad andare a teatro, perché la gente si è trovata tante volte delusa dagli spettacoli che venivano dati. E adesso c’è uno straordinario, stranissimo ritorno al repertorio dell’Ottocento. Perché pensano di andare sul sicuro.
E invece no, io volevo portare il nuovo, ma un nuovo con un senso. Con il balletto "Patetica", Marinel voleva interpretare la Vita. E’ un problema, la Vita contiene tutti i sentimenti, tutte le gamme, la gioia, il dolore, tutte le raffinatezze, le sfumature … come fai a interpretare la Vita? Si trattava di cercare, provarci. In un altro balletto ero la Luce, un altro ancora ero la Natura. Voleva mettere i simboli nel balletto, dei simboli di valore. Che ci capiscano o non ci capiscano … eravamo troppo convinti che la strada fosse quella giusta, ma non era presunzione, era certezza, erano i vostri occhi, la vostra fedeltà ai nostri spettacoli a farci continuare. E alla fine ho scritto il libro, ho spiegato che cosa ci ha mantenuto in forze, in vita, tutti questi decenni. Volevamo impostare messaggi, essere certi che attraverso l’Arte si possano portare messaggi. Stanislavskij diceva che l’Arte è nata per elevare lo spirito dell’uomo. Noi, compagnia piccola come eravamo, tentavamo di fare questa operazione, portare questo momento di bellezza, di elevazione. Non mi piace la competizione, penso che l’Arte debba essere nutrimento. Non so quanto ci siamo riusciti, ma abbiamo tentato".

Liliana Cosi, legata dai tempi della giovinezza a un movimento religioso, riprende nel suo discorso un argomento tanto personale e privato, ossia quello del ruolo che la sua fede ha avuto nel determinare la sua carriera.
"Dio che ti guarda, che ti ama: per me è stato la dinamo. La spinta. Avrei smesso mille volte di ballare, se non avessi avuto questa dinamo. Se tu capisci che Dio è quello che fa le cose, che ti supera, quasi ci credi che puoi fare qualcosa di grande, anche se sei piccolo, perché hai trovato Qualcuno di veramente grande. E’ un Amore che è Luce. Ho scoperto che Dio è dentro l’Arte, e che l’Arte è un mezzo grande formidabile per parlare alla gente. Qualcuno mi scriveva: dopo aver visto un suo balletto, sono riuscita a essere più buona con mio marito, coi miei figli. E io mi chiedevo: ma che c’entra tutto questo? E ho pensato: chissà, forse è questa nostra tensione a portare una Bellezza vera, con un impegno nella vita, forse passa questa nostra onestà, questo desiderio di essere sinceri con il pubblico. E allora ho voluto essere sincera fino alla fine, e ho scritto questo libro".

Liliana parla spesso della scuola fondata con Marinel Stefanescu, dove da tanti anni ha trasfuso la sua vita e la sua Arte.
"Coi ragazzi cerchiamo di essere chiari. Cerchiamo di trasmettere il fatto che la loro Arte non è un dono nato per diventare famosi, ma per dare, per regalare agli altri qualcosa. Ci deve essere la generosità, l’altruismo, è per l’altro che io danzo. Bisogna trovarla in sé, per poterla poi donare, questa Bellezza. I ragazzi la devono sperimentare in sé e siamo noi adulti che dobbiamo dare l’occasione di sperimentarla".

Al dolore Liliana ha dato uno spazio importante, nella sua vita.
"Il dolore serve a dimostrare che siamo tutti uguali. Non puoi togliere il dolore, devi andare avanti, ma come vivi? E’ il "come" che cambia, è il credere che il dolore è un passaggio. Non nasce un bambino senza un dolore. La vita nasce dal dolore. E’ necessario fare del dolore una pedana di lancio. La vita è superare il dolore, non è altro. Non ci deve spaventare".

Liliana Cosi ha avuto qualche minuto anche per i lettori di Balletto.net, e ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Cosa significa essere una étoile oggi? Come è cambiata la danza?
"Io nella mia vita non ho mai approfondito questi argomenti, perché per me le cose importanti erano altre: erano le persone. Dunque tutto dipende dalla persona: tu per che cosa balli? Étoile o non étoile non è importante, lo è cosa tu riesci a passare al pubblico, qual è il tuo impegno verso gli altri: è un esibizionismo? Oppure è un dono? Quello che insegniamo ai nostri ragazzi è questo: l’Arte è un dono per gli altri.
Io ho una Compagnia da trent’anni, e abbiamo delle ballerine che fanno l’étoile una sera e la sera dopo fanno corpo di ballo, perché è una Compagnia ovviamente piccola, siamo in ottanta. Dunque i ruoli devono intercambiarsi per forza, e vedo quanto fa bene questo.
E’ ovvio che in ambienti come all’Opera di Parigi ci devono essere dei compartimenti, ma oggigiorno è cambiato l’atteggiamento verso la danza, e mi sembra che sia importante far crescere i giovani in questo senso: che è importante cosa tu dai agli altri, come sei preparato, la serietà della preparazione. Devi farti l’esame di coscienza mille volte, prima che si apra il sipario, prima di presentarti al pubblico. Questo è importante, non il fatto di essere étoile o non étoile. Era giusto il titolo per il libro, con un senso giornalistico, ma anche perché étoile ha senso come stella: le stelle brillano perché mangiano il buio, e allora un artista che sta sulla breccia deve avere le spalle molto forti, deve saper affrontare bene il dolore. E tutto questo lo spiego nel libro".

E’ possibile insegnare ai ballerini qualcosa che non sia l’acrobazia?
"È quello che facciamo tutti i giorni. D’altra parte quello che fa vibrare il pubblico non è una gamba a 190 gradi, perché c’è sempre chi è più bravo. Non è quello, che fa vibrare il cuore delle persone in platea: è la tua personalità, devi imparare a tirarla fuori. Ognuno di noi è un pezzo unico, ma non per la gamba che va su o per i giri che fa.
Certo, oggi c’è questa tensione, anche i nostri ragazzi ce l’hanno. Quando sono potenti, a 25 anni, fan la gara a fare i giri … ma questo tutti l’abbiamo fatto. Io ho avuto dei maestri che mi hanno chiesto tanto. Al Bolshoj vedevo intorno a me questi grandi artisti, di cui ero innamorata. Ero innamorata del Bolshoj non tanto per la tecnica, quanto per l’Arte che vedevo. I giri e le pirouette non li vedevo più, io vedevo i personaggi.
Noi abbiamo questa pretesa verso i nostri ragazzi, e alla fine questo li avvince, perché altrimenti si annoiano a ripetere lo stesso balletto, mentre se lo interpreti ogni volta tu sei diverso ogni volta, e allora è nuovo ogni volta. Lo sforzo è di tirare fuori la personalità dentro le doti, dentro la tecnica".

Come si concilia la danza classica con i coreografi moderni che richiedono prestazioni fisiche quasi pericolose per un artista?
"E’ che … (sospira) vede, siamo persone libere. Alla Scala, quando una cosa non mi piaceva, non la facevo. Io non mi sono mai sentita di fare un balletto o una coreografia nella quale non credevo, in cui non potevo immedesimarmi e non potevo tirare fuori la mia personalità.
Mi ricorderò sempre quando ho cominciato un passo a due di Romeo e Giulietta di Bejart/Berlioz. Ho fatto quell’unica prova con Bortoluzzi e imparando questo passo a due mi son sentita morire, il mio corpo diventava di pietra. Non riuscivo a interpretare Giulietta con quei movimenti, era una cosa che non trovava consonanza dentro di me. Meno male che me ne sono andata per una tournée e mi hanno sostituita. Se una persona si trova scomoda e non si sente di fare certe cose, non le deve fare".

Il che significa essere capaci di essere se stessi e rispettare se stessi.
"Bisogna".

Una cosa molto fuori moda, in questo momento.
Gli occhi della signora Cosi si fanno ancor più scuri e profondi, e lampeggiano: "Ma tu non sei fuori moda! Tu fra un po’ di anni non ci sei più, tu oggi devi dire la tua parola, tu sei di moda, perché tu esisti, vivi! Tu sei di modissima, tu sei super di moda, tu sei di moda! Perché vivi! Allora … tu fai la moda, io faccio moda, chi ha detto che devono fare la moda gli altri?!?".

Fracci e Terabust hanno proposto la creazione di un Corpo di Ballo italiano. Come esce la danza italiana da questa crisi?
"Guardi, quando mi fanno questa domanda, io cito un proverbio cinese che mi ha sempre aiutata: quando c’è il buio, non gridare al buio, accendi un fiammifero.
Io con la mia vita, con le mie scelte, ho acceso un fiammifero e son trent’anni che lo tengo acceso.
Mettermi a dire cosa fanno o non fanno gli altri … Se hai capacità, hai studiato, sei andata dovunque … Io ho fatto tutta questa esperienza, nell’Ovest, nell’Est, ho conosciuto, ho le capacità, ho fatto quello che sono stata capace di fare. Ho fatto. Dunque bisogna tenere acceso il fiammifero, creare. Perché devi aspettare che gli altri facciano? Che devono fare, gli altri? Fallo!
Io mi sono messa in gioco. Mi son scelta i collaboratori che la pensavano come me e mi son buttata in gioco, e son trent’anni che gioco e tengo accesa questa luce: di una Compagnia italiana. La prima Compagnia italiana di giro, quando non esistevano compagnie che giravano in Italia, siamo stati noi i primi. E continuiamo a esserci, anche senza appoggi politici. Si può".


Foto 1: Liliana Cosi ai tempi della Scala
Foto 2: Liliana Cosi e Piero Ottone alla presentazione del libro
Foto 3: con Marinel Stefanescu in "Patetica"
Foto 4: gli ospiti nella Sala degli Specchi del Circolo della Stampa di Milano
Foto 5: Liliana Cosi con il costume per la prima di "Schiaccianoci" con la coreografia di Nureyev, nel 1969 alla Scala di Milano
Foto 6: in "Coppelia"

Un ringraziamento a Maria Rezzonico per aver consentito l'intervista e a Federica Alloisio per le foto



ID=1604
18/3/2007
Giulia Maria d'Ambrosio leggi gli articoli di Mamma di Verainvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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