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trame: Bella Figura


10 ottobre 1995
DEN HAAG, Lucent Dans Theater
Nederlands Dans Theater I
Cor. e luci Jiri Kylian; mus. Giovanni Battista Pergolesi, Antonio Vivaldi, Giacomo Torelli, Lucas Foss, Alessandro Marcello


Ennesimo gioiello di Jiri Kylian segue la produzione Black & White (di cui si è parlato in maniera più approfondita in queste pagine) e, in un certo qual modo, la raccoglie, amplifica e perfeziona. Il titolo non è qui tradotto ma viene usato da Kylian proprio così: "Bella Figura, mostrare il volto migliore, ben comparire, realizzare la propria faccia più felice (Elisa Vaccarino)". E sembra proprio che il grande coreografo Ceco ci riesca, confezionando un'opera a dir poco sbalorditiva, che non può non colpire il pubblico con la forza che solo i capolavori assoluti portano in sé.

In poco più di trenta minuti di coreografia si accavallano emozioni, suggestioni, diverse qualità di movimento, contrastanti percezioni cromatiche, nonché musicali e ambientali. I nove danzatori alternano passi a due a passi a tre, si presentano in gruppi, "nuotando dentro una musica" che inaspettatamente sposa con successo ritmi barocchi e moderni, o alterna cantati a silenzi. Attorno, uno scenario per lo più inesistente rivela una sola dimensione, quella del pavimento, che continua a mutare di aspetto sotto le luci magistralmente disegnate da Kylian stesso. In questa essenziale ma meditatissima ed articolata costruzione è facile notare alcuni fondamentali elementi costitutivi dell'impianto del balletto: humor e tenerezza, sogno e realtà, divino e terreno, rosso e nero. E' proprio l'elemento cromatico dei costumi, esaurito da questi due colori, quello che, insieme ai pavimenti, ai sipari e ai bracieri dell'ultima scena, crea il set entro cui si svolge tutto il balletto.

Come spesso accade nei lavori del grande coreografo ceco, i diversi momenti ballati si susseguono fra loro sfumando l'uno nell'altro, concatenandosi, o alternandosi in una maniera talmente naturale, priva di scosse e fratture, che sembra addirittura illogico distinguerli. Cercheremo tuttavia di analizzarli singolarmente.

- La scena è aperta sui corpi di sette danzatori che marcano passi e provano sequenze assolutamente disgiunte e autonome.

- A rompere il silenzio è una musica barocca che introduce un primo passo a tre. I danzatori, una in rosso uno a petto nudo e uno in nero sembrano fluttuare nella musica riproducendo movimenti e soluzioni già esplorate in lavori come Petite Mort, ma in un'atmosfera assolutamente asettica, priva di qualunque riferimento terreno.

- In assoluta contrapposizione il passo a due che segue: meccanico, plastico, terreno, che procede su due piani distaccati e indipendenti. La coppia di ballerini infatti non può neanche dirsi coppia: ognuno sviluppa la propria sequenza infinita di movimenti senza mai interagire e sfiorare l'altro, su una propria porzione di pavimento che sembra scorrere verso l'esterno del palcoscenico, a mo' di tapis roulant. Le legazioni dei due infatti muoverebbero verso l'interno della scena, ma con un incedere e un ritmo perfettamente bilanciati dalla velocità in uscita delle due strisce di suolo: quindi, seppur in moto continuo, risultano immobili.

- Il sipario o parti di esso calano disegnando una scena diversa, chiudendo delle porzioni di spazio e definendone altre. Segue un passo a due su musica moderna che, in tutto e per tutto in rinnovata contrapposizione col precedente "momento", rivela una realtà immateriale, onirica, fatta di prese, scivolate e movimenti senza peso, senza gravità, e una realtà concreta, fatta di gesti sottratti alla quotidianità, umani, nostri. Assenti pressoché assolute sono evoluzioni e prese alte: il contatto con il suolo è costante, anche se a volte risulta così leggero che sembra uno sfiorare la terra. I protagonisti escono su un taglio di luce, una strada che si apre loro sul fondo, dove in un'immagine plastica e felina i due si sostituiscono nei ruoli di uomo e animale al guinzaglio, alternandosi in un galoppo al rallentatore verso l'uscita dalla scena.

- Nuovo brusco dietrofront: musica di nuovo barocca e passo a due a tratti umoristico. I due danzatori attraverso movimenti spezzati, di rottura, giocano tra loro come due manichini che si smontano e rimontano a vicenda. I loro corpi alternano il rosso e il nero dei costumi che si staccano da un nuovo elemento: un essere nudo che indossa una crinolina rosso carminio. L'ennesima rottura con un impianto che comunque aveva una sua ragione di esistere nella coppia. Una figura della quale è superfluo determinare il sesso, in quanto da intendersi come elemento a sé, accessorio alla scena ma non al passo a due. I due danzatori-manichini continuano il proprio gioco di rottura e ricostruzione ora concentrato sulle articolazioni delle spalle, mentre altre figure che vestono crinoline inondano di carminio la scena.

- Sono in sette, mezze nude mezze rosse, in formazione al centro del palcoscenico. Il sipario le copre e ne riscopre ora nove: la loro è una danza pura, che presenta figure come detto asessuate, al limite fra il terreno e il divino, forse anime. Da sette a nove, da nove a tre, da tre a due, le "essenze" rimaste, che dai due lati della scena chiudono sempre più le metà del sipario. Utilizzano il peso dei propri corpi, aggrappandosi al tessuto del sipario e atterrando al suolo a più riprese, fino a srotolarlo tutto da ambo i lati. Le due figure ora si sono riunite nell'unica piccola porzione di spazio, al centro, rimasto aperto. In questo nido si ispezionano e si ritrovano in una legazione sinuosa di movimenti di estrema fluidità: come fossero due metà della stessa cosa, si riuniscono e sfumano nella coppia che le segue.

- Due bracieri infuocano il fondo della scena e quattro passi a due si susseguono secondo un alternarsi di coppie che sfumano le une nelle altre. La musica ora propone ai ballerini un cantato, quasi sacro, e questi raggiungono l'apice della coreografia eseguendo legazioni di una fluidità quasi ineguagliabile. Una prova di morbidezza felina nella qualità del movimento, intervallata di tanto in tanto da guizzi del tutto inaspettati ma perfetti per scelta di tempo, intensità e colore. Ora sembra davvero che la danza avvenga sott'acqua o in un ambiente senza gravità. Senza gravità e senza tempo: infatti il cantato termina nel corso dell'ultimo dei quattro passi a due di questa sezione, ma senza disturbarlo. I due danzatori continuano come se la musica non fosse mai iniziata. O probabilmente, al contrario, come se avessero aperto con la propria danza uno spazio in un'altra dimensione, un sordo flash-back su un pensiero, dove con lo stesso gioco delle spalle che si rompevano in un precedente passo a due, ricordano un momento passato e si ricollegano ad esso.

Bella Figura rappresenta quasi un riassunto eccellente di tutto un momento coreografico di Jiri Kylian. Resta da chiedersi se, oltre all'intendere il titolo come suggerito, e cioè "mostrare la parte migliore di sé, il volto più felice, ben comparire" agli altri, non si possa azzardare l'ipotesi di una diversa interpretazione di "Bella Figura", intesa come perfezione da raggiungere o raggiunta, assoluta, come concezione filosofica del bello. Le visioni del balletto successive alla prima suggeriscono infatti l'idea che i diversi momenti della composizione sarebbero da vedersi (cosa impossibile) contemporaneamente, come se si svolgessero su dimensioni diverse. In questo modo fornirebbero allo stesso tempo le diverse sfaccettature di una stessa entità, di una uguale essenza, della medesima "Bella Figura".



Nelle immagini alcuni momenti di "Bella Figura", ritratti da Ingmar Jernberg, visibili su www.pressbild.com


ID=1627
3/4/2007
Andrea Boi leggi gli articoli di andyinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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