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intervista: Antonio Agostini


Come si è avvicinato alla fotografia?

Ho iniziato da piccolo, dodici, tredici anni, mio padre era appassionato di fotografia e riprese. Mi ha insegnato i primi rudimenti, l'inquadratura e la corretta esposizione nella fotografia e il movimento di camera nelle riprese. Fotografavo di tutto, soprattutto paesaggi e persone. Quando diventai un poco più grande, mi regalò una macchina fotografica tutta mia, non era reflex ma era una buona macchina di marca e per quell'epoca era favolosa. Iniziai ad acquistare i fascicoli di un'enciclopedia della fotografia, una di quelle che alla fine si rilegano. Erano dodici volumi, ogni settimana acquistavo il fascicolo e lo studiavo avidamente aspettando la nuova uscita. Acquistai un ingranditore e tutto il materiale per la camera oscura e cominciai a sviluppare e stampare nella mia cameretta.


E come si è avvicinato alla fotografia di spettacolo?

E' stato per una ragazza. La vedevo quasi ogni giorno che passava nella mia via, piccola esile con gambe lunghe e capelli che le scendevano fin sotto la vita, sempre di fretta, trasportava sulle spalle una borsa nella quale sarebbe potuta entrarci tutta. Un giorno un amico comune ci presentò, Stefania studiava Danza alla Scuola del Teatro dell'Opera di Roma, aveva quattordici anni e io diciassette. Io non ero mai stato in un Teatro e tanto meno avevo mai visto un balletto classico. Riuscì a convincermi e mi portò al Teatro dell'Opera a vedere La Sylphide. Già nell'entrare, con tutti quegli stucchi dorati e quei marmi lucidi che mi circondavano, mi sentii un poco sopraffatto, ma l'emozione più grande fu quando si aprì il sipario, mi mancò il respiro.
Cominciai a frequentarla, il pomeriggio andavo a prenderla all'uscita delle lezioni di Danza e feci amicizia con molti ragazzi della scuola. Un giorno, non so bene come, riuscii ad avere un permesso per fotografare uno spettacolo dove ballavano i miei nuovi amici. Il risultato fu disastroso, immagini indistinte, piccole, lontane macchie bianche perse in un oceano di oscurità. Capii che la macchina che avevo non era adeguata e con un grande sforzo economico comprai la mia prima reflex professionale con un tele da 135mm e diaframma 2,5. La situazione migliorò a tal punto che tutti i ballerini cominciarono a volere le mie foto. La cosa non era così semplice perché esisteva il fotografo ufficiale del Teatro, quindi ogni volta si doveva richiedere un permesso speciale, talmente speciale che la situazione durò per più di un decennio e le mie foto furono usate dal Teatro stesso per articoli su quotidiani, riviste, per i cartelloni e programmi di sala.
Ah, dimenticavo, quell'esile ragazza è diventata mia moglie.


Quali progetti legati alla danza sta seguendo in questo periodo?

Ho un grande progetto audiovisivo nel cassetto, molto innovativo e particolare che non sto qui a dire. Ho esposto la mia idea al Direttore dell'Accademia Nazionale di Danza, Margherita Parrilla, che non ringrazierò mai abbastanza per la sua gentilezza e disponibilità. Ne è rimasta entusiasta ma, purtroppo, ci stiamo scontrando con innumerevoli problemi, primo fra tutti quello di reperire uno sponsor adeguato.  


Che cosa significa per lei fotografare la danza?

Mi emoziona! Sì, ancora oggi quando fotografo un danzatore riesco ad emozionarmi. Credo che non sia male poter fare un mestiere che riesce a darti ancora, dopo molti anni, le stesse sensazioni del primo giorno.


Quanto è importante la sensibilità artistica nel fotografare la danza?

Un'immagine fotografica è composta da una parte artistica e da una parte tecnica. La prima componente è strettamente legata allo stile del fotografo e su essa non si può dire nulla, o almeno io non mi sento di farlo, nel senso che rientra nel gusto personale, nè più e nè meno come una qualsiasi altra espressione visiva come la pittura, la scultura o l'architettura, può piacerti o non piacerti. La parte tecnica, proprio perché tale può essere criticata: la scelta della giusta lunghezza focale rispetto al soggetto da riprendere, la corretta esposizione, il momento esatto nell'evoluzione del passo, questi sono elementi che si possono criticare.
 

Dalle sue immagini dal 1981 al 2007 ha notato dei cambiamenti nel livello qualitativo dei ballerini?

Questa è una bella domanda.
Ho avuto la fortuna di vivere un periodo d'oro per la danza.
Credo che non ci sia stato altro periodo così vitale e con un tale numero di grandissimi interpreti che si alternavano sui palcoscenici di tutto il mondo. Nureyev, Baryshnikov, Makarova, Maximova, Vassiliev, Bujones, Plisetskaja, Harvey, Khalfouni, Paganini, questi i primi che mi vengono in mente. Artisti che hanno lasciato la loro impronta indelebile nella storia moderna della danza. Mi dispiace per coloro che non hanno avuto la possibilità di vederli danzare dal vivo nel periodo di massimo fulgore. Oggi purtroppo non abbiamo più un così grande numero di étoiles di quel livello, speriamo che la corrente si inverta e ritorni nella direzione giusta.


Qual è e com'è il suo rapporto con la danza? Come vive quest'arte "muta", muta come la fotografia?

La amo così tanto che ho voluto provarla su me stesso studiandola per alcuni anni e questo mi è servito anche per la mia professione. Assistere ad uno spettacolo di buon livello artistico e tecnico è una delle poche cose che, ancora oggi, mi dà piacere. Purtroppo è sempre più rara la cosa.
La danza non è muta, le sue parole sono la musica e il corpo che la interpreta, anche le foto per me non sono mute, quando guardo uno scatto io risento le note di quell'attimo.


Quanto è importante il rapporto tra ballerino e fotografo?

Il rapporto tra ballerino e fotografo è fondamentale e per rapporto intendo qualcosa di diverso dalla conoscenza personale. Io studio ogni danzatore per capire i suoi tempi di reazione. Solo così posso cercare di congelare quell'attimo in cui il passo è al suo apice di tecnica e di espressione. 


Oltre alla capacità del fotografo, per ottenere una buona foto quanto conta la bravura del ballerino?

La bravura del ballerino è fondamentale, anche il più bravo fotografo non può stendere una punta o ruotare una gamba, a meno di non usare un programma per il ritocco fotografico.


Cosa la colpisce di più in un danzatore?

Parlando sempre di danza classica, in un danzatore mi colpisce molto la pulizia nei passaggi tra un passo e l'altro e naturalmente, la corretta esecuzione del passo.
 

Quale o quali personaggi che lavorano intorno ad uno spettacolo sono essenziali alla buona riuscita di un servizio fotografico?

A parte i danzatori, che sono la materia prima, molto importante è colui che fa il disegno luci.
Senza luce una foto, per quanto bravo possa essere il fotografo, non riesce. Nella foto di danza è oltremodo importante perché dobbiamo fermare dei movimenti molto veloci. Questo non vuol dire che non debbano esserci effetti. Qui entra in gioco la professionalità del light designer. Ad esempio un effetto notturno non si fa spegnendo le luci, così siamo tutti capaci, ma si raggiunge l'effetto desiderato con l'uso sapiente dei colori, delle gelatine, dei fari e il giusto dosaggio dell'intensità dei vari proiettori.
 

Quando fotografa la danza cosa tiene più in considerazione: il virtuosismo o la mimica e l'interpretazione?

Dobbiamo un attimo scindere le varie cose. Se devo fotografare, ad esempio, la variazione di Kitri o di Basilio nel Don Quichotte, di mimica e di espressioni ne avrò poche e comunque a me personalmente in quel momento non interessano. Diverso è se sto fotografando il momento della pazzia di Giselle, le schermaglie amorose di Carmen, o la disperazione di Giulietta nel risvegliarsi accanto al suo Romeo ormai moribondo. In quel momento il viso e gli occhi sono più importanti del corpo.
Cerchiamo di non fare come certi registi della televisione, a mio avviso completamente digiuni di danza, che nel momento in cui la ballerina sta facendo i fouettès, ci fanno vedere il primo piano del bel viso, o mentre il ballerino fa dei tours à la seconde, fanno un'inquadratura del piede di terra.


Quando e come è passato dalla fotografia analogica alla digitale nello spettacolo?

Circa dieci anni fa, ho subito un'inondazione nella mia casa studio. In una notte ho perso tutto il lavoro di quasi venti anni, negativi, video, cose uniche e ormai irripetibili, inoltre persi anche tutta la mia attrezzatura. Comunque nella tragedia fui molto fortunato, non persi la vita, ma ci mancò veramente poco. Psicologicamente ne fui distrutto e smisi di lavorare. Dopo circa cinque anni la voglia di ricominciare fu prepotente. Iniziavano ad uscire le prime macchine professionali reflex digitali. Capii che quello era il futuro, ricomprai l'attrezzatura, tutta digitale e al posto della vecchia e puzzolente camera oscura, acquistai un potente PC e ho avuto ragione.


Quali sono stati i cambiamenti, positivi e negativi, più importanti che con l'avvento del digitale hanno cambiato il modo di lavorare del fotografo di spettacolo?

Sicuramente la grande versatilità delle macchine digitali ha dato una mano a noi fotografi di teatro. Prima, con le macchine a pellicola, di solito si lavorava al minimo con due macchine, una caricata con pellicola a 400asa per le scene con luce e una con pellicola a 800 o 1600asa per scene con meno luce. Inoltre una volta gli zoom non erano adeguati per il Teatro, erano poco luminosi, quindi si doveva avere un corredo non indifferente di teleobiettivi e cambiarli a seconda delle situazioni. Oggi puoi cambiare la sensibilità in una frazione di secondo e con due zoom adeguati sostituire tutto il corredo di obiettivi. 
Un aspetto negativo del digitale sono i colori, belli, squillanti, ma privi di profondità e morbidezza.


Come si prepara a fotografare uno spettacolo? Quali attrezzature predilige?

Se possibile cerco di vedere prima la coreografia, ma spesso devo improvvisare. Vero è che se parliamo di danza classica, mi basta vedere la preparazione che fa il danzatore per sapere che passo eseguirà. Se poi il balletto è uno di repertorio, non c'è problema. Per l'attrezzatura, oltre alla macchina fotografica porto sempre due zoom, uno che va da 35mm a 105mm e l'altro che va da 105mm a 300mm, oltre al mio fedele monopiede che mi segue ormai da più di 25 anni.


Quale danzatore e quale coreografo predilige fotografare?

Se escludiamo il mio vecchio amico Raffaele Paganini, che oramai seguo da quando ha iniziato la carriera professionale, non ho preferenze particolari. Più il danzatore è bravo più emozioni mi dà e più le foto sono belle. Attualmente il coreografo italiano che prediligo è sicuramente Mauro Bigonzetti.


Tra le grandi personalità che ha incontrato nel mondo del balletto e con le quali ha lavorato c'è qualcuno che l'ha colpita maggiormente?

Come ho già accennato prima, ho avuto la fortuna di conoscere personalmente molti dei grandi ballerini della generazione passata. Posso dire che non si diventa dei grandi artisti solo con una grande tecnica, ma bisogna avere anche un qualche cosa di particolare e di unico dentro. Tutti questi personaggi avevano e hanno un carisma incredibile sia sulla scena che nella vita quotidiana.


Quali sono i suoi progetti per il futuro, soprattutto nel settore della danza? C'è un desiderio che le piacerebbe realizzare in questo settore?

E' difficile fare progetti nel nostro campo, vista anche la crisi che si è abbattuta sul mondo nel Teatro. Sono il fotografo di grandi compagnie da anni, ma questo non vuole dire avere delle certezze, perché le cose possono cambiare. Sì, c'è un progetto che mi piacerebbe realizzare. L'anno scorso sono stato chiamato dall'Università Pontificia, ho tenuto dei corsi di tecnica fotografica per la danza. La cosa è stata interessante e ho compreso l'importanza di poter trasferire ad altri le proprie esperienze.
Ecco, mi piacerebbe poter continuare a dare il mio piccolo contributo, aiutare i giovani ad avvicinarsi alla fotografia e al teatro.



Un autoritratto di Antonio Agostini
Margherita Parrilla nel Lago dei Cigni, Teatro dell'Opera di Roma
Alessandra Ferri in Giselle, Caracalla
Riccardo Di Cosmo in Petrushka, Teatro dell'Opera di Roma
Macha Daudel, Alexis Oliveira per Aterballetto in Vespro di Mauro Bigonzetti
Aterballetto in Cantata II di Mauro Bigonzetti

Tutte le immagini sono di proprietà di Antonio Agostini.


 


ID=1694
24/5/2007
Valentina Rapetti leggi gli articoli di bjorkinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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