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intervista: Leonid Sarafanov


Il Balletto della Scala è in tournée a Parma con La Bella addormentata nel bosco nella versione Nureyev e ospite della compagnia è Leonid Sarafanov, la giovane stella del Marijnsky, già ben noto anche al pubblico italiano sia per gli inviti a ballare alla Scala, al Massimo di Palermo e in altri teatri italiani, sia per le tournée del Kirov al Regio di Torino, a Ravenna e altrove.

Gli abbiamo chiesto di scambiare due chiacchiere per farlo conoscere ancor meglio ai lettori di Balletto.net. Lo incontriamo al suo albergo; sono le tre del pomeriggio, ma Leonid deve ancora mangiare. Problema non facile da risolvere a quell’ora, ma finiamo col telefonare a una trattoria che promette di aiutarci. Non è lontana, ma la camminata è abbastanza lunga da permetterci di scoprire i gusti di questo ragazzo che vive a San Pietroburgo e, per lavoro, viaggia in tutto il mondo.

Telefono cellulare di ultima generazione, cuffiette del lettore mp3 che penzolano dalla tasca dei jeans ed altri "gadgets tecnologici" (come egli stesso li definisce), sono sempre a portata di mano. E' il suo modo per comunicare con gli amici sparsi in tutto il mondo e per intrattenersi nelle lunghe ore di viaggio. A casa, o meglio, nella sua camera d'albergo, un laptop lo attende pronto ad inviare mail e a riprodurre i dvd dei balletti coi prossimi ruoli da affrontare. E' un ragazzo estremamente socievole e pacato, Leonid, che non ha difficoltà ad inserirsi nei gruppi di coetanei delle compagnie che lo ospitano: ha amici ovunque nel mondo. Tuttavia ci confessa che quelli veri, i migliori, sono veramente pochi in quanto, nonostante la tecnologia, gli risulta difficile dedicar loro il giusto tempo.

Arriviamo alla trattoria, finalmente Leonid affonda la forchetta in una generosa porzione di lasagne fumanti, noi sorseggiamo una birretta e la conversazione passa dagli aspetti personali a quelli professionali.


Tu hai un repertorio estremamente vasto e variato in considerazione della tua giovane età; hai affrontato ruoli e stili assai diversi tra loro: dai virtuosistici, come Alì nel Corsaro, a quelli di spessore introspettivo, come Petrushka e Mercuzio nel Romeo e Giulietta; hai affrontato lo stile bournonvilliano con La Sylphide e Infiorata a Genzano, ma anche quello neoclassico ballando Rubies in Jewels. E, naturalmente, ti abbiamo ammirato come danseur noble nei balletti ottocenteschi di repertorio. C’è qualche ruolo che preferisci in modo particolare e qualche stile a te particolarmente congeniale o, viceversa, più ostico degli altri?
Beh, lasciatemi premettere che compio 25 anni a giugno e, quindi, non sono poi così giovane come ballerino….. . No, non c’è un ruolo favorito; sono affezionato un po’ a tutti, ma devo dire che, dopo qualche tempo che non affronto un ruolo del mio repertorio, ne sento la mancanza, quasi una nostalgia. Per esempio ora è otto mesi che non ballo Solor e mi è tornata una gran voglia di riprenderlo.
Diverso, invece, è il discorso che posso fare su uno stile. Per esempio, adoro ballare Balanchine, affronto sempre le sue rigorose geometrie con grande gioia, però devo riconoscere che non è congeniale alle mie doti naturali. Come, del resto, anche le coreografie di Nureyev e tutte quelle che richiedono abilità tipiche della scuola francese non possono venire naturali a chi, come me, è cresciuto artisticamente secondo la scuola russa. Però questo non deve costituire un ostacolo insormontabile: le difficoltà vanno affrontate e superate. Ritengo molto importante impegnarsi in un ruolo ostico e venirne fuori al meglio delle proprie possibilità. Sono infatti convinto che è necessario impegnarsi a fondo e ballare di tutto se si aspira ad essere un professionista di qualità. Certo, cambiare spesso stile e tenere il proprio fisico sempre sulla corda produce uno stress psicologico e il fisico ne risente negativamente. Ciò nonostante è assai stimolante e aiuta indubbiamente a crescere, ma più sotto il profilo artistico che in forma atletica.

Dici che hai trovato impegnativo ballare una coreografia di Nureyev. Ma raccontaci qualcosa di più di questa esperienza. Questa Bella addormentata è stata per te la sua prima coreografia?
Sì, è la prima coreografia di Nureyev che ho affrontato e ora aggiungo il Don Chisciotte. Beh, devo dire che ho trovato impressionante la ricchezza di passi e legazioni, la fantasia nell’impaginarli; impegnarmi in una sua variazione o in quel magnifico adagio del secondo atto mi ha fatto capire un aspetto importante dell’uomo-Nureyev: per tutta la vita deve aver sofferto una sete implacabile di danza e una fame insaziabile di nuove sperimentazioni; insomma, affrontare una sua creazione mi ha dato la misura di quanto quell’artista fosse “pazzo” per la danza, ma pazzo in senso positivo e per nostra fortuna. Guardate, a parte le prove fatte alla Scala prima di andare in scena, non si contano le ore che ho passato a San Pietroburgo soltanto a vedere e rivedere i video della sua Bella danzata da Legris e da lui stesso.

Se non hai un ruolo che prediligi in modo particolare tra quelli già affrontati, c’e’ qualcosa che non ti è stata ancora offerta e che sogni di interpretare?
Mi piacerebbe molto ballare qualcosa di Nacho Duato, poi anche di Petit. Ho appena fatto la sua Coppelia e desidererei ripetere l’esperienza, soprattutto vorrei interpretare L’Arlesienne. Naturalmente sogno anche che qualche coreografo faccia una creazione su di me, un ruolo pennellato sulle mie qualità; ma, purtroppo, ciò non è ancora avvenuto.

Veramente proprio tu hai creato il ruolo di Matteo nella ricostruzione di Ondine fatta da Lacotte. Com’è stato lavorare con lui? E ritieni interessanti queste ricostruzioni di capolavori perduti? O, secondo te, non vale la pena di concentrarsi su ciò che è andato perso?
Quando ho parlato di un ruolo creato su di me intendevo qualcosa di ben diverso da quello di Matteo. Lacotte non ha cercato di assecondare e valorizzare le mie possibilità, ma è stato ben attento a riprodurre lo stile di Perrot proprio nel momento di passaggio da quello romantico a quello più astratto.
Però vi dico subito che è stata un’esperienza entusiasmante sia per la piacevolezza di Lacotte dal punto di vista dei rapporti umani sia perché avevo l’impressione di lavorare con un’enciclopedia del balletto vivente. E’ un po’ la politica odierna del Marijinsky di aprirsi al nuovo, ma al contempo di preservare e recuperare la nostra storia e la nostra tradizione. E io condivido questo atteggiamento: certi balletti di repertorio sono espressioni artistiche della Russia dell’Ottocento e sono convinto che una direzione artistica debba impegnarsi a conservarli e tramandarli con lo stesso impegno che anima la direzione di un museo nazionale.

Rimanendo su questo tema, il recupero dei balletti perduti, tu sei stato Solor nella ricostruzione di Vikharev della versione di Bayadère rifatta da Petipa nel 1900. Hai notato differenze tra il modo di lavorare di Lacotte e quello di Vikharev nel recuperare i capolavori perduti?
Di Lacotte ho interpretato anche James ne La Sylphide alla Scala con Aurelie Dupont. Ma in quel caso non ho lavorato direttamente con Lacotte; la sua ricostruzione risale a parecchio tempo fa e a me l’ha passata Manuel Legris, magnifico ballerino e magnifica persona: mi ha dedicato tanto tempo e un'attenzione veramente speciale. Quindi non saprei su quali e quanti documenti si sia basato Lacotte per la ricostruzione di una Sylphide la più vicina possibile all’originale. Invece per quanto riguarda Ondine posso dire che è stato attento a rispettare lo stile proponendo non tanto una Ondine come almeno in parte era, ma una Ondine come sarebbe potuta essere. Totalmente diverso è stato l’approccio di Vikharev, che si affidava meticolosamente ai documenti con scelte rigorosamente filologiche. Il suo è stato un lavoro davvero di restauro e ricostruzione, il più possibile libero da licenze e intromissioni da parte del ricostruttore.

Oltre ad essere stato Solor nella ricostruzione di Vikharev della Bayadère, hai interpretato quel ruolo sia nella versione Makarova alla Scala di Milano che nell’altra versione in repertorio al Marijnsky. Hai qualche preferenza o i personaggi sono pressocché identici nelle tre versioni?
No, no, ci sono importanti differenze proprio nell’impostazione del personaggio. La seconda che avete menzionato, quella di Chaboukiani, anch’essa in repertorio al Marijnsky, dà spazio all’interprete di sviluppare l’aspetto guerriero di Solor ed è la versione che amo maggiormente proprio per questo.

Tu hai calcato i palcoscenici di tutto il mondo. Quali sono le tue impressioni sui teatri italiani in questo vasto panorama?
Beh, diciamo che, venendo a ballare in Italia, non bisogna stupirsi se ogni giorno porta con sé una … sorpresa. In Giappone tutto è previsto e organizzato al millimetro, non c’è margine per alcun imprevisto. Nei teatri italiani l’organizzazione è ben lontana da quel rigore, ma la cosa per me non è affatto un problema, ci sono abituato, lo stesso accade in Russia. E, poi, questo neo è compensato dall’atmosfera carica di storia e di glorioso passato che si respira nei vostri teatri. Ciò va da sé per quanto riguarda La Scala, ma anche gli altri sono un incanto, il Massimo di Palermo, poi, è una meraviglia.

Le tre fotografie di scena sono state gentilmente offerte da Leonid Sarafanov



ID=1720
6/9/2007
Andrea Boi e Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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