torna all'Home page
Ballet Class
Una nuova rivoluzionaria app per il tuo iPhone
Un nuovo prodotto di Balletto.net
login

lo shop di danza
Collant opaco € 7.90

intervista: Clarissa Mucci – la danza nelle grandi scuole italiane


Romana di nascita, Clarissa Mucci studia all'Accademia Nazionale di Danza di Roma, dove attualmente insegna Tecnica Accademica. Dal 2000 collabora col Teatro San Carlo di Napoli come Maitre de Ballet. Dalla stagione 2005-2006 ricopre il ruolo di Maitre de Ballet anche al Teatro dell'Opera di Roma diretto da Carla Fracci.

Ovviamente una classe va pensata e data in modo diverso secondo che sia rivolta a un allievo, a un diplomando o a un professionista. Quali sono in proposito i differenti atteggiamenti da parte tua? Il professionista usa la lezione per mantenere la tecnica o per perfezionare i passi della coreografia del momento; per gli allievi c'è ogni anno un programma da rispettare. Come cambia, nei vari casi, il modo di costruire la tua lezione?

Nel caso di una lezione impartita a scuola più che al programma didattico sono fedele all'allievo. Così come si prende un bambino per mano durante una passeggiata, un allievo va "misurato" e accompagnato attraverso le lezioni verso quella che diventerà la sua professione. Il programma didattico resta un'indicazione, una traccia, ma al centro di tutto devono risiedere le potenzialità dell'allievo.
In un discorso di classe, dove si hanno diversi adolescenti, i più portati serviranno a trascinare il gruppo. Non è l'insegnante ad operare scelte sugli individui: il maestro gioca al rialzo; la selezione verrà fatta dalle leggi del teatro, dall'arte della danza. La legge del teatro deve esistere necessariamente già a scuola: se si perde questo si possono generare falsi miti, i quali poi, alla prima occasione in cui si verranno a scontrare con l'arte, non si troveranno e cambieranno mestiere.
Passando alla lezione per i professionisti noto che comunque essi tendono a rimanere, durante la classe, allievi disciplinati e sicuri. Non saranno più i programmi didattici ma la programmazione stagionale del repertorio a fornire una traccia utile alla creazione della lezione. Bisogna poi uscire dalla sala, seguire le prove, capire il lavoro del professionista in base ai ruoli che lo impegnano, per capire cosa gli possa essere maggiormente utile a lezione. Questo senza limitarsi a ripetere le legazioni di un balletto, per questo ci sono le prove. Occorre piuttosto proporre esercizi con tempi e dinamiche uguali o preparatorie a quelle riprodotte a prova o in scena. Solo così una lezione potrà essergli utile.
In entrambi i casi si stabilisce comunque un'intesa con il ballerino, allievo o professionista che sia. E' infatti imprescindibile da parte dell'insegnante l'analisi dell'individuo, dell'anima, e ciò genera un rapporto, una simbiosi. In un port de bras alla sbarra si riflette un'anima. Non è poesia, ma la realtà di un'arte, quella della danza, per sua natura muta, dove si comunica attraverso il corpo. L'insegnante deve saper ascoltare e il ballerino saper esprimere. Quest'ultimo avrà finito di imparare nel momento in cui saprà eseguire un ottimo battement tendu. Peccato solo che, a chi va bene, occorre il tempo di una vita intera per arrivarci!

Chi ti conosce sa bene che sei particolarmente attenta alla struttura e alla funzione dell'accompagnamento musicale a lezione. Spesso richiedi musiche che hanno note solo sull'uno, lasciando che la durata dei passi di danza si esprima sulle pause musicali, riempiendo i silenzi come farebbero sulle note suonate. In relazione a ciò, ci vuoi dire qualcosa sull'uso della musica a lezione? E inoltre, il gusto musicale può o deve nascere a lezione?

Passi e musica sono danza -e si tenga presente che anche il silenzio è musica-. Insegnante e maestro accompagnatore esercitano una collaborazione, strettissima, dalla quale si genera una lezione. L'insegnante deve studiare e conoscere la musica come il maestro al piano studiare e conoscere la danza, senza eccezioni. Secondo quanto detto non può nascere prima l'esercizio o prima l'accompagnamento musicale. Nella lezione questi due elementi devono controbilanciarsi perfettamente. Non è il caso di riempire un adagio di passi come inutile sarà accompagnare una sbarra con assoli concertistici. E' vero che un insegnante pensa un esercizio prima di entrare in sala e che quindi l'accompagnamento verrà dopo, ma quando si costruisce a mente un esercizio lo si fa già in musica!
Riassumendo, in sala non mi serve Pollini, ma un maestro che accompagni nella maniera più semplice e chiara possibile gli allievi, dimostrando sensibilità verso i passi e i respiri. Solo così il ballerino potrà beneficiare dell'aiuto fornito dalla musica, appoggiandosi alle note e al ritmo come ad una sbarra, imparando a conoscerla e a saperla gestire. In altre parole, a rivelare un gusto musicale proprio, che deve già essere in potenza in lui.

In che misura l'aver calcato il palcoscenico gioca nell'insegnamento? Alcune nostre utenti si dichiarano disinteressate ad una pur breve esperienza in un corpo di ballo, ma desiderano fin da subito dedicarsi all'insegnamento. E' possibile?

Questi "assoluti" sono in assoluto assurdi. Sono i discorsi di chi vorrebbe ma non può o non ha potuto. Sono pure i discorsi di chi è sempre vissuto in una sola scuola, dove è cresciuto, realmente, in una dimensione virtuale della danza e che pretenderebbe di saper trasmettere esperienze mai provate. Non bisogna essere stati primi ballerini, certo, non lo sono mai stata nemmeno io, ma le esperienze di scena che ho avuto trovo siano state indispensabili alla mia professione di insegnante.
Trovo pure che molte grandi étoiles siano riuscite meglio come ripetitori che come maestri e mi sono fatta un'idea precisa in proposito. Immagino che le doti eccezionali di questi artisti abbiano fatto sì che la tecnica non negasse loro nulla; immagino coreografi pronti a rivestirli di balletti pensati ad hoc. Difficile quindi per loro pensare di spiegare ad un allievo normo-dotato come superare certi limiti, della tecnica o di una coreografia.
In generale, i due "assoluti" di cui abbiamo parlato non hanno fondamento. In un caso abbiamo chi non può sfidare tersicore pretendendo di insegnare ciò che non ha mai provato; nell'altro c'è chi pensa di capire come far saltare agli altri ostacoli mai scavalcati perché mai esistiti.
Mi rendo conto invece e capisco quelli che nonostante passione e/o possibilità non hanno potuto confrontarsi col professionismo, ma che proprio per virtù e sensibilità si sono fatti carico di studi, specializzazioni e partecipazioni a scuole, istituzioni e corsi di danza dal più ampio respiro, allo scopo di colmare le proprie lacune. Questi possono senza meno essere ottimi insegnanti, degni di ogni stima. Attraverso loro potranno riuscire tanti allievi, i quali trasmetteranno loro parte dei propri successi. Un insegnante potrà così assaporare attraverso le proprie creature ciò che non ha potuto provare in passato; questo è insieme magico e fantastico!

Una frase che spesso leggiamo nel nostro forum è: "ciò che veramente importa è ballare col cuore." Vuoi fare un commento?

Io non vorrei commentare, ma semplicemente ricordare che un cuore ce l'ha anche chi guarda lo spettacolo. Servirebbe una visita cardiologica quando, molto spesso, chi dice di ballare esclusivamente col cuore rischia di far morire di infarto il pubblico. Abbiamo tutti un cuore, anche chi guarda: abbiate pietà di noi!

Alcune nostre utenti sembrano preoccupate più che altro del loro peso o dell'altezza e raramente leggiamo osservazioni sulla musicalità, proporzioni del fisico, lunghezza dei tendini e altro. Quali sono le doti naturali auspicabili? In che misura sono importanti per aspirare a diventare professionisti?

La danza è estetica. La danza è di tutti ma non è per tutti. Di tutti perché è del panettiere che va a salsa, di mio padre che va a tango e del benzinaio che segue merengue. La danza classica e contemporanea -non il teatro-danza, che ha rovinato il contemporaneo- non può a livello professionale essere per tutti. Essendo estetica si richiedono proporzioni precise: braccia e gambe lunghe, buoni piedi, testa piccola e, purtroppo, chiaramente, anche un peso corporeo adeguato. Tutto ciò non è oltretutto sufficiente se non accompagnato da musicalità e anima, perché di robot ce ne sono tanti e allora tanto vale andare al circo. Quanto detto non è da considerarsi su un piano ideale ma reale. Deve essere così perché alle audizioni è così. Sulla scheda degli esaminandi abbiamo tre voci: fisico, musicalità, tecnica. E' chiaro che se l'eccellenza di una voce bilancia le lacune di un'altra il discorso cambia. Principi e principesse del repertorio hanno una corte che balla dietro di loro. Nonostante ciò non posso pensare di promuovere una ballerina di un metro e venti coi polpacci di Maradona... mi spiace, potrà avere una passione infinita, ballare col cuore, ma anche la corte ha i suoi standard professionali!

Tu sei nota per entrare in simbiosi coi tuoi allievi: fai squadra con loro. Grazie a questo essi tendono a seguire ogni tuo consiglio in una maniera diversa, privilegiata, che va oltre quella dettata dal semplice rapporto allievo-insegnante. Ne sei consapevole? E' un atteggiamento puramente dovuto al tuo carattere o fa parte di un tuo collaudato metodo d'insegnamento? E coi professionisti è possibile instaurare la medesima complicità?

Quando insegno non interpreto un ruolo, quello dell'insegnante: mi propongo per ciò che sono. E' vero che penetro nella vita dei miei ragazzi ma per le finalità cui rispondevo alla prima domanda, cioè per conoscere l'anima del ragazzo assegnatomi, per saggiare la materia prima di ciò che porterò ad essere un prodotto finito e completo. L'allievo non è un burattino cui far muovere passi di danza tirando i fili. E' un uomo o una donna, fatti della loro complessità, carattere, passioni, vita, che non può rimanere esclusa dalla mia valutazione e conoscenza globale dell'individuo.
Bisogna con molta sensibilità capire per saper guidare: dopo il tendu e la pirouette in sala, quale audizione, quale stage, quale stile, quale esperienza consigliare sono compiti che rientrano nel mio lavoro di insegnante e non posso permettermi di sbagliare. E' quindi necessario andare oltre, oltre la lezione in sala. C'è chi mi ha accusato di plagiare i miei ragazzi ma loro mi dicono che ancora ricordano con affetto la nostra complicità e il nostro aver saputo far squadra. E poi, io entro in tutto quello che nella loro vita mi accorgo sta influendo negativamente sulla professione cui aspirano riuscire. Non mi intrometto in questioni che non provocano ripercussioni sul nostro lavoro. Insegnanti e allievi devono chiudere la porta della sala e lasciare fuori tutto ciò che non è richiesto a lezione: problemi, stati d'animo, eccetera. Quanto invece le tensioni passano, diventa anche affar mio e per questo devo informarmi e se occorre intervenire.
Col professionista è diverso: egli ha già fatto una scelta e non bisogna essere invasivi. Occorre invece accostarsi a lui accompagnandolo nel suo lavoro.

Parliamo dell'anno accademico 1991-92 e di una classe: la tua. Quell'anno hai seguito: Giuseppe Picone, étoile internazionale; Riccardo Massimi, solista alla Scala; Antonio Guadagno e Fabrizio Pezzoni, solisti al Comunale di Firenze; Walter Matteini, solista a Lione, ora all'Aterballetto e coreografo. E fermiamoci pure qua. Anno di grazia o situazione giusta per dare il meglio di te? Che cosa hai dato loro? Quanto hai continuato a seguirli? Quando finisce il gioco di squadra?

Questo è stato un anno particolarmente fortunato, ma non per i risultati ottenuti, piuttosto per la contemporaneità e quantità di questi. Allievi che ce l'hanno fatta ci sono stati anche prima e dopo: non posso non ricordare Livio Panieri, Francesco Volpe, Fethon Miozzi, Marco Di Giulio, Eva Lombardo, Sara Loro, Sara San Camillo, Fabio Grossi, tutti solisti o primi ballerini in Italia e all'estero. E poi tutti i miei allievi in generale: tutti sono assolutamente e intimamente ancora stretti al mio cuore.
Certo, quell'anno fu davvero fertile. Non per questo però credo di aver dato loro più che ad altri. Il gioco di squadra di cui parlavamo prima fa sì che io dia tutta me stessa e sempre. E' oltretutto il motivo per cui si mantiene un legame anche dopo il diploma, dopo la scuola, non potrebbe essere altrimenti. Le loro carriere sono il riflesso e la prosecuzione dei loro studi, delle loro scelte, della loro passione e avendole vissute con loro sono un po' anche le mie. Come potrei staccarmene?
Confesso di aver sempre protetto e custodito gelosamente i miei allievi, ma ho sempre gioito e partecipato alla crescita di tutti i ragazzi dell'Accademia. Mi sono sempre sentita parte integrante del corpo docenti e quindi i frutti del lavoro di questo gruppo sono di tutti.
Sono certa che i miei ragazzi sappiano che in qualsiasi momento e per qualsiasi problema la loro insegnante sarà sempre vigile e disposta ad aiutarli, indipendentemente dalla frequentazione effettiva del momento. Sono rapporti destinati a durare più a lungo di un corso di studio.

Le foto sono state scattate e gentilmente offerte da Cristiano Castaldi


ID=1897
29/10/2007
Marino Palleschi e Andrea Boi leggi gli articoli di andyinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




cerca nel giornale  

scrivici - pubblicità - la redazione - i numeri della Community - disclaimer - regolamento della Community   
  Balletto.net Snc Tutti i diritti riservati  P.IVA 04097780961