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coreografi: Agliè, d' PARTE II


Prosegue la scheda dedicata a Filippo d'Agliè (Torino 27 marzo 1604 - 19 luglio 1667), cortigiano presso la corte Sabauda, coreografo e curatore dei balletti di corte presso i Savoia, prevalentemente dedicati a Madama Reale, Cristina di Francia, vedova del Duca Amedeo I e reggente del Ducato a nome del figlio Carlo Emanuele, futuro Carlo Emanuele II. Poiché i balletti di corte erano, oltre che un intrattenimento, uno strumento politico per avallare o celebrare, attraverso metafore, le scelte di governo del Signore che offriva le feste, è opportuno ricordare gli avvenimenti storici del momento. Nella Parte I si è visto come la questione della successione a Mantova e nel Monferrato avesse trasformato quelle zone e lo stesso Piemonte in campo di battaglia tra truppe francesi contro quelle spagnole, sabaude, imperiali dal 1627 per i tre anni successivi. La pace fu stipulata a Ratisbona e ratificata a Cherasco nel 1631. Nell'occasione, il Duca Amedeo I, di recente successo al precedente Duca Sabaudo, aveva definitivamente abbandonato la parte spagnola e stipulato un'alleanza con la Francia, che aveva reso il Monferrato una sorta di protettorato Francese. Ciò, da un lato, rinfocolò i dissidi tra Francia e Spagna, che tornarono a scontrarsi nel Monferrato e in Piemonte. Dall'altro, la politica filofrancese del Duca Amedeo I disgustò i fratelli, il Principe Tommaso e il cardinale Maurizio, cognati di Cristina di Francia, che si schierarono dalla parte della Spagna contro la Francia. Con la morte improvvisa del Duca nel 1637, Maria Cristina assunse la Reggenza del Ducato Sabaudo, in questo sostenuta dagli alleati francesi. Ma i cognati, il cardinale Maurizio e il Principe Tommaso, fratelli del defunto Duca Vittorio Amedeo I, contestavano il diritto alla reggenza di Madama Reale e sostenevano le parti degli Spagnoli contro Luigi XIII e Richelieu.

I Piemontesi si divisero in due fazioni opposte: i madamisti e i principisti, sostenitori dei cognati di Madama Reale, i Principi Tommaso e Maurizio, e fu guerra civile. Tommaso e Maurizio conquistarono parecchie città sabaude e misero Torino sotto assedio. Maria Cristina, accompagnata da Filippo d’Agliè, si vide costretta a lasciare Torino e, sotto scorta francese, riparò in Savoia stabilendo la corte a Chambery (vedi NOTA. La guerra civile).

RICONCILIAZIONE DI MADAMA REALE COI COGNATI. Nel frattempo le truppe francesi insediate nella cittadella di Torino continuavano ad essere assediate dagli spagnoli, che avevano occupato il resto della città, finché, nel maggio 1640, le truppe francesi provenienti da Casale liberarono Torino dagli spagnoli e dal Principe Tommaso. Il 18 novembre 1640 la Duchessa e Filippo entrarono in Torino acclamati dal popolo, ma al successivo capodanno Richelieu fece arrestare Filippo d'Agliè senza nessuna accusa specifica, verosimilmente come vendetta per aver consigliato a Madama reale il modo di opporsi alle ingerenze francesi (vedi ancora NOTA. La guerra civile). Filippo fu portato alla cittadella di Torino e poi rinchiuso nella torre di Vincennes. La Reggente cercò inutilmente di ottenere la sua liberazione presso il fratello Luigi XIII. Durante la prigionia Filippo compose l’opera in versi La prigione di Fillindo il Costante. Nel 1641 il compleanno di Madama Reale fu festeggiato a Chambery con Il giubilo del sole, ancora di d'Agliè. Nel 1642, solo dopo la morte di Richelieu, il conte fu liberato e, verso la fine del 1643, fece ritorno nel Ducato di Savoia, dove riprese la sua attività di coreografo e musicista per la corte con Evento felice e La notte garreggiante, balletti (epitalami drammatici) rappresentati il 10 febbraio per il compleanno di Madama Reale nel Salone delle Feste del Palazzo Ducale di Torino.
Intanto, durante il 1642, Maria Cristina aveva definito un accordo coi cognati: fu riconosciuta unica tutrice di Carlo Emanuele e i principi cognati avrebbero avuto posto nel consiglio di reggenza, oltre alla luogotenenza di alcune città. In Piemonte continuava la guerra tra gli eserciti di Spagna e quelli alleati di Francia e Savoia, ma non era più guerra civile.

La Fenice rinovata (Maria Letizia Sebastiani in [AV], pag. 95 e Viale Ferrero in [V], Tavole III e IV). Scopo di questo balletto di corte fu affermare e celebrare il ruolo giocato da Madama Reale nella riconciliazione coi cognati. Interamente concepito da Filippo d’Agliè, La Fenice rinovata, probabilmente anche su sua musica, fu rappresentato il 9 febbraio 1644 nel castello di Fossano, per il compleanno di Maria Cristina. Questo sarebbe stato il giorno successivo, ma il festeggiamento fu anticipato poiché la ricorrenza cadeva nel primo giorno di quaresima. Il balletto si apriva col Tempo che chiamava a ballare le sue parti: Passato, Presente, Avvenire. Seguivano le tre entrate in cui era diviso il Balletto dei Tre Tempi (immagine b1 per l’entrata del Tempo Avvenire) e al termine appariva l’Eternità che, in quanto uccide il tempo, ma lo genera anche, ha per simbolo la Fenice. Il mitico uccello alludeva a Maria Cristina per due ragioni espresse nei versi del testo: “sorgendo dalle ceneri delle discordie e dell’armi … apporta nuove felicitadi [sorgendo dalle ceneri della guerra civile apporta la pace]”; “in Carlo suo figlio e nostro Sire / ella sa rinnovarsi e non morire". L’identificazione della Fenice con la Duchessa è presa dall’Agliè dal panegirico La Fenice, scritto dal letterato Emanuele Tesauro in onore di Maria Cristina allorché aveva dato alla luce il suo primogenito Francesco Giacinto. Nel balletto d’Agliè riprende anche un secondo elemento già presente nel panegirico: il baco da seta, che, col bozzolo, si fila simultaneamente nido e sepolcro. E non è un caso che nell’entrata del Tempo Avvenire i tre putti, vestiti di verde, alati e ornati di farfalle, danzino filando (immagine b1). Nella seconda parte del balletto l’Eternità chiama a ballare, in sei entrate, i popoli d’Arabia, ove alligna la Fenice, tra i quali gli Hermini, interpretati dallo stesso Filippo d’Agliè e dal marchese di Caraglio (immagine b2). Costoro conducono scimmie, pappagalli e, ornati da ventagli di piume, danno il via a un momento di esotismo fantasioso, usualmente introdotto per alleggerire le allusioni politiche. Al termine si aprono le nubi in cielo e da esse scende la Virtù. Quando i campi d’Arabia mutano nelle contrade del Piemonte, compare il Sole impersonato dal non ancora decenne Carlo Emanuele (imnagine b3), che introduce il Gran Balletto dei “Cavaglieri adoratori della Vera Fenice”. Il costume di Carlo Emanuele come Sole sarà ripreso da Luigi XIV di Francia nel Ballet du Roy des festes de Bacchus, rappresentato a Parigi nel 1651. Innocenzo Guicardo o Guicciardi fu il pittore delle tre scene (Antro del Tempo; Istmo dell’Arabia; Contrade del Piemonte).

ULTERIORI INCARICHI AL d’Agliè. Oltre a mantenere l'importante ruolo di consigliere di Madama Reale, in seguito alla nomina del 1643 a Gran Maestro delle fabbriche di Cristina di Francia, Filippo diresse i lavori del castello del Valentino, della Vigna di Madama Reale sulla collina di Torino, del Castello di Moncalieri e di importanti edifici religiosi. Filippo ha avuto un ruolo sia nell’elaborazione dei modelli architettonico-decorativi sia nei rapporti con le maestranze dei cantieri ducali. Anche in questa incombenza, svolta a fianco dell’architetto carmelitano padre Costaguta, utilizzò l’architettura e la progettazione dei giardini come forma di linguaggio figurato per esprimere l’ideologia del potere. Nei cinque anni successivi fu nominato maresciallo generale dell'armata, Gran Maestro della casa di Savoia e Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Si occupò anche del restauro e dell'ampliamento del castello di Agliè.

Dono del Re delle Alpi à Madama Reale (Maria Letizia Sebastiani in [AV], pag. 95-97 e Viale Ferrero in [V], Tavole V e VI). L’impegno diplomatico della Duchessa per far cessare la guerra civile venne celebrato nuovamente: Carlo Emanuele in elegante forma allegorica espresse il suo riconoscimento alla madre per avergli conservato il trono, facendole il simbolico dono delle province del Ducato: la Savoia, il Piemonte e Torino, Nizza, il Monferrato. Il festeggiamento Dono del Re delle Alpi à Madama Reale, svoltosi al castello di Rivoli il 10 febbraio 1645 per il compleanno di Cristina, iniziò con una cena. Vennero addobbate quattro stanze del palazzo, ciascuna decorata con un fondale che rappresentava una delle quattro province. Nel decoro della sala dedicata alla Savoia spiccava l'importante roccaforte di Montmélian invece di Chambéry, capitale della provincia. In ogni stanza i commensali gustavano cibi e bevande caratteristici della provincia rappresentata e questa era una prima metafora per l’offerta a Madama Reale delle quattro province sotto forma di vivande tipiche (imagine c1 per le portate della Provincia della Savoia).

Ai commensali veniva fatta cambiare la stanza senza farli alzare, spostandone tavole e sedute mediante piattaforme mosse da argani. Le musiche sono attribuite a Filippo d’Agliè, che ideò interamente l’intrattenimento, incluso il balletto che seguì alla cena, quando gli ospiti si spostarono nel salone, per assistere all’offerta danzata del regno a Madama Reale. Infatti la coreografia delle otto entrate dei Popoli Habitatori delle province del regno, due entrate per provincia, si rivelò un’antologia dei mestieri e degli usi popolari delle quattro regioni del Ducato a metà Seicento: i Savoiardi cacciatori (immagine c2), i Piemontesi agricoltori, i Nizzardi pescatori, i Monferrini suonatori di cetra. Una delle due entrate dei Savoiardi fu danzata dal Duchino assieme al marchese Galeazzo Villa e al signore de Saint-Innocent. Al termine due danzatori per ciascuna delle quattro province –non ricomparve il duchino tra i Savoiardi- si riunirono per eseguire assieme una danza dalla coreografia forse di ascendenza popolare o più probabilmente mutuata dai tornei: in essa danzavano saltando con l’ausilio di bastoni (la coreografia delle quattro popolazioni è ricordata nella immagine c3); in questo primo balletto finale i Monferrini erano il conte Filippo d’Agliè e il marchese di Caraglio. Seguiva una sfilata di paggi con le insegne dei Duchi di Savoia e una sfilata degli stessi Duchi, in quattro entrate, ancora una per ciascuna provincia in ordine di acquisto della medesima al Ducato. Il Re delle Alpi, impersonato dal Duca Carlo Emanuele, appariva su un carro d’argento per suggellare il simbolico dono del suo Ducato a Madama Reale (immagine c4).
La presenza in scena dei Duchi, che avevano appena rappresentato il successivo ingresso delle province nel Ducato, e lo sguardo benevolo loro rivolto da Carlo Emanuele apparivano come uno spaccato di storia patria, che, per metafora, ribadiva l'integrità territoriale degli stati sabaudi a fronte della presenza sul territorio di truppe francesi e spagnole.

L’Oriente Guerriero e Festeggiante (Franca Varallo in [AV], pag. 97-98 e Viale Ferrero in [V], Tavola VII). L’8 aprile 1645 Carlo Emanuele fece un solenne ingresso in Torino e da quel momento la corte si stabilì prevalentemente nella capitale. Non poteva mancare a tempi brevi una prima festa barocca nella sede ritrovata della corte ducale. Il festeggiamento, offerto dal Principe Tommaso, fu posticipato di poco in modo da celebrare il compleanno del futuro Duchino. Verosimilmente il Principe Tommaso suggerì l’argomento a Filippo d’Agliè, il quale organizzò un torneo equestre in occasione dell’undicesimo compleanno di Carlo Emanuele: il carosello nel parco del Valentino del 20 giugno 1645 L’Oriente Guerriero e Festeggiante.
Il pretesto per la tenzone era assai esile: i Turchi del Grande ottomano Hibrain approdavano fra le Alpi in cerca della sultana Zaira, amata da Hibrain, che era stata rapita. Qui Hibrain sfidava chiunque osasse tenerla prigioniera. Così si affrontavano sul campo i Turchi di Hibrain in abiti celeste con arabeschi d’oro, gli Heroi Subalpini in costumi color "incarnato" e bianco, ornati d'argento, gli Arabi in giallo ornato d’argento e gli Heroi Transalpini in bianco guarnito d’argento (immagini d1 e d2). Le sfide si susseguivano secondo la regola del raddoppio dei cavalieri: prima si sfidavano due cavalieri, poi quattro e così via fino a coinvolgere tutti i 36 cavalieri, nove per ciascuna squadra.
Di volta in volta mutavano le armi secondo l’uso codificato da precise regole cavalleresche: prima le corse con le zagaglie, poi le lance vennero rotte a terra, poi le canne, seguite da mazza di ferro e così via. Al momento dei lanci di canne e pomi d’oro, appariva Nettuno, accompagnato da Teti, Galatea e un coro di Tritoni. Nettuno placava gli animi, mostrando ad Hibrain la sua amata, viva in altri lidi, per poi rendere omaggio a Carlo Emanuele assieme a tutto il suo seguito. La Varallo ([AV], pag.97) riporta un’interessante osservazione di M. L. Sebastiani: l’argomento faceva riferimento ad un incidente politico recente. I Cavalieri di Malta si erano impadroniti di una nave mercantile ottomana e ciò aveva creato una contesa che vedeva gli Ottomani contro la Repubblica di Venezia e lo Stato Sabaudo. Venezia era stata presa di mira in quanto aveva difeso i cavalieri e lo stato Sabaudo per aver preso le parti di Venezia: tre giorni dopo i Piemontesi avrebbero inviato due reggimenti a sostegno della Repubblica marinara.
Lo spiazzo su cui si svolse il carosello era delimitato, nei quattro lati, dalla folta vegetazione del parco; tuttavia, mentre un lato venne lasciato libero, gli altri tre furono completati da alcuni apparati effimeri. Isidoro Bianchi e i figli, già autori dei dipinti che ornavano le sale del Castello, su soggetti suggeriti dallo stesso d’Agliè, furono incaricati di dipingere le prospettive che arricchivano due lati opposti dello spiazzo: si trattava del porto, incorniciato da un arco di trionfo (visibile in d1 sullo sfondo) e del palazzo (visibile in d2 sulla sinistra); il terzo lato era completato da un palco con Madama Reale, il Duca, le Principesse, il Nunzio Apostolico e l’Ambasciatore di Francia; il quarto lato, come detto, era chiuso in modo naturale dalla vegetazione (immagine d1), che, comunque, avvolgeva l’intero spiazzo.

Nel 1646 il compleanno di Madama Reale, del 10 febbraio, fu festeggiato a Nizza rappresentando Il mare e, l'anno successivo al castello di Chambéry, con Les conquérants libres et captifs, altre creazioni del d'Agliè. Ancora suoi i balletti rappresentati nel Salone delle Feste del Palazzo Ducale di Torino il 17 febbraio 1647, La Flora "comédie avec intermèdes", e il 3 marzo successivo Il carnaval languente. Nel 1648 Carlo Emanuele compì 14 anni e, raggiunta la maggiore età, assunse ufficialmente il titolo di Duca di Savoia e salì al trono col nome di Carlo Emanuele II. Tuttavia fu ancora la madre a continuare il governo fino alla sua morte. Ancora il d'Agliè fornì musica, coreografie e soggetto de I prieghi esauditi, rappresentato per il compleanno di Madama Reale il 10 Febbraio 1650 nel Castello di Mondovì (Cuneo). Dal 1650, avvicinandosi alla cinquantina, Filippo d’Agliè rinunciò ad apparire in scena nei suoi balletti di corte e non avrebbe più danzato nei balletti sotto ricordati.

Il Tabacco (Stefania Capraro in [AV], pag. 100 e Viale Ferrero in [V], Tavole VIII e IX). Tra le più fortunate e note invenzioni per le quali Filippo d’Agliè fornì libretto, coreografia e, verosimilmente, musica, va ricordato Il Tabacco, ballet de cour à entrées, rappresentato il 1 marzo 1650, l’ultimo giorno di carnevale, a Torino, probabilmente in una sala del Palazzo di San Giovanni. Le varie entrées illustravano le delizie del tabacco, da poco legalizzato, attraverso musiche, testi poetici, danze, anche ridicolizzando gli effetti del fumo. L’uso si stava diffondendo rapidamente in tutta Europa e dal 1647 a Torino aveva sede il monopolio del tabacco.
Lo spettacolo era composto da due balletti di quattro entrate ciascuno, presentati in una scena fissa, della quale non è noto l’autore. Tuttavia è innegabile, soprattutto nell'impiego di sofisticate macchine teatrali, un'influenza da parte degli ingegneri e scenografi legati al Granducato di Toscana: Giulio Parigi e Giacomo Torelli.
Il primo balletto era ambientato nell’Isola del Tabacco (immagine e1), nel Venezuela, il Paese dove la foglia veniva coltivata. Si aveva così una fantasiosa cornice per ricordare i viaggi d’esplorazione e per introdurre uno scherzo esotico in cui trovavano posto uccelli multicolori, palme e piante inconsuete. Il balletto si apriva coi riti consumati dai Sacerdoti mediante il tabacco, gettato in mare in polvere per placarne le onde o aspirato per raggiungere l’estasi (immagine e1). Seguiva una canzone scherzosa in lode delle foglie fumanti di tabacco, chiamate ironicamente “incensi del Cielo”.
Subito dopo, il balletto vero e proprio presentava, attraverso entrée, i Popoli Habitatori dell’Isola: sfilavano in coppia indiani dai nomi fantasiosi ed esotici, adorni di piume multicolori. Il secondo balletto aveva elementi satirici: in esso sfilavano le Nazioni che importavano il Tabacco, ciascuna rappresentata da due cortigiani in costume, che illustravano il modo in cui il tabacco era fumato presso il loro Paese, secondo l’abitudine locale. Nell’entrata dei Turchi danzavano Mechmet, impersonato da Carlo Emanuele II, e Alì, interpretato dal conte Giorgio Sandri Trotti di Mombasiglio; due coppie di cortigiani interpretavano i Mori e i Polacchi nelle rispettive entrate; la satira politica era concentrata nell’entrata degli Spagnoli (immagine e2), gli hidalgo Don Alonso d’Ovieda e don Luca de Matatoros, interpretati dal conte d’Arignano e dal colonnello Vittorio Amedeo Gabaleone; i due spagnoli, presi a simbolo del nemico che continuava ad essere combattuto sul suolo sabaudo, venivano scherniti ferocemente: i due erano presentati come vuoti manichini dal malinconico aspetto, intenti a maneggiar vanamente la spada, a pavoneggiarsi nei loro ornamenti, aggiungendo il fumo delle loro pipe al vento dell’alterigia spagnola.

Al termine tutti i danzatori, dopo qualche cambio di costume, contribuivano al Gran Balletto finale, un vero e proprio Balletto delle Nazioni, “come in un Excelsior ante litteram, una parata generale dei fumatori di tutte le nazioni (Mario Pasi, [P] pag 47)”. Il rilievo e la novità della creazione risiedono nel fatto che, abbandonati gli spunti mitologici, essa si concentrava su un fatto di costume e, illustrando anche in tono satirico usi e abitudini, il balletto di corte perdeva la funzione politica o encomiastica per avvicinarsi alla concezione moderna del balletto narrativo.
Il Ménestrier lodò moltissimo la composizione coreica, includendo la creazione tra i balletti “di fantasia e spiritosi”, una delle quattro tipologie da lui introdotte. Il balletto ha avuto alcune ricostruzioni: una a cura di Susanna Egri per il Romolo Valli di Reggio Emilia nel 1986, poi portata in vari Festival negli anni successivi, per approdare al Teatro Carignano di Torino nel 1990. I costumi originali furono riprodotti riprendendoli dalle tavole dei codici di Tommaso Borgonio.

Gli Hercoli domatori de Mostri et Amore domatore degli Hercoli (Clelia Arnaldi di Balme in [AV], pag. 100, 101 e Viale Ferrero in [V], Tavola X). Ancora Filippo d’Agliè inventa argomento, poesie e coreografie per questo carosello svoltosi in Piazza Castello a Torino nel dicembre 1650, in occasione delle nozze della sorella minore di Carlo Emanuele II, la Principessa Adelaide Enrichetta di Savoia, col Principe Ferdinando Maria, primogenito dell'Altezza Elettorale di Baviera.

Un lato della Piazza (ove oggi si erge il Castello e all’epoca il Palazzo Vescovile) era stato chiuso da una macchina complessa, la “Alpina Machina”, disegnata dal conte Amedeo di Castellamonte, in cui si distinguevano la “Reggia dell’Hercole Alpino”, gli archi romani di Susa ed Aosta, i quattro fiumi, il Po, le due Dore e la Stura, e la città di Torino (immagine f1 sulla sinistra, f2 sullo sfondo). Al lato opposto Francesco Lanfranchi aveva eretto la “Selva Ercinia” con la “Reggia dell’Hercole Ercinio”, in onore della Baviera (immagine f1 sulla destra). Al centro della piazza sorgeva la “Reggia di Amore” (immagini f1 e f2), progettata dall’architetto Carlo Morello e ornata delle armi dei Savoia e di Baviera. Contro la facciata del Castello (l’attuale Palazzo Madama) fu eretto un palco dal quale assistettero al torneo la sposa, le sorelle e la loro madre Maria Cristina (immagini f1 e f2). Il torneo era ambientato ai tempi dell’antico Egitto e dell’antica Grecia, quando il mito testimoniava l’esistenza di infiniti eroi e almeno 50 “Hercoli”. Infatti, in campo scesero 48 cavalieri –gli Hercoli- suddivisi in quattro squadre comandate da Carlo Emanuele II, dallo zio, il Principe Tommaso, e dai suoi figli Filiberto ed Emanuele. Al solito, la mitologia alludeva alla storia contemporanea, identificando i nobili capitani delle quattro squadre ai “Quattro principali Hercoli” (l’Alpino, il Gallo, il Celtico, l’Ercinio), e i cavalieri delle squadre stesse alle quattro casate dei genitori dei due sposi (Savoia, Francia, Austria, Baviera). Era Carlo Emanuele II a indossare i panni dell’Ercole Ercinio in onore della Casa di Baviera. Dopo una sfilata dei comandanti sui carri, con paggi ed araldi, nel torneo i cavalieri dovevano abbattere, con varie armi, cerberi, arpie ed altri mostri, così alludendo alla fruttuosa politica matrimoniale di casa Savoia e sottolineando che, anche in guerra, dalle unioni dei principi poteva scendere la pace.

Avuta la piena vittoria sui mostri, i cavalieri venivano assaliti dalle personificazioni dei sentimenti amorosi e a questi anche gli Hercoli soccombevano. Gli eroi venivano feriti e legati dagli Amori con catene d’oro, ribadendo che, anche in funesti tempi di guerra, lasciarsi vincere dall’amore e contrarre matrimonio può essere foriero di pace. La metafora non era soltanto generica: nel 1650 perdurava la contesa fra Francia e Spagna che coinvolgeva lo stato Sabaudo e il matrimonio di Adelaide sanciva un’alleanza così vantaggiosa che lasciava sperare in una prossima vittoria con conseguente pace.

NOTA. La guerra civile. La guerra civile fu fomentata dall’arrivo di truppe francesi e di truppe spagnole, le une a sostegno dei madamisti e del diritto di Madama Reale alla reggenza, le altre a sostegno dei principisti, del Principe Tommaso e del cardinale Maurizio, che contestavano tale diritto. Il 1638, morì Francesco Giacinto e divenne Duca Carlo Emanuele, di appena quattro anni, subito sospettato d’essere figlio di Filippo d’Aglié e Maria Cristina, che, si diceva, si fossero sposati segretamente.
Nel 1639 il principe Maurizio conquistò Cuneo ed Ivrea; contemporaneamente, con l’aiuto della Spagna, il principe Tommaso occupò la valle d’Aosta, parecchie città Sabaude e mise sotto assedio la stessa Torino, mentre il piccolo Duca veniva fatto riparare nella fortezza di Montmélian. Il 27 luglio il principe Tommaso occupò Torino, ad eccezione della cittadella dove trovarono rifugio Filippo e Maria Cristina. Ma, pochi giorni dopo, i Francesi fecero lasciare loro la cittadella perché riparassero in Savoia. Nel settembre 1639 in una serie di incontri coi francesi, Filippo aiutò Maria Cristina ad opporsi alle richieste di Richelieu e Luigi XIII di cedere la fortezza di Montmélian e, soprattutto, riuscì ad impedire che il Duca Carlo Emanuele II fosse mandato a Parigi. Fu probabilmente questa intromissione del d’Agliè nei colloqui di Madama Reale coi francesi il motivo per cui, per vendetta, Richelieu avrebbe in seguito fatto imprigionare il Nostro.

BIBLIOGRAFIA
[AV] Clelia Arnaldi di Balme, Franca Varallo (a cura di), Feste Barocche, cerimonie e spettacoli alla corte dei Savoia tra cinque e settecento, SilvanaEditoriale, 2009
[G] Margaret McGowan, Les Fetès de cour en Savoie: l'Oeuvre de Philippe d'Agliè, Revue de l'histoire du theatre, 22, (1970), pp. 183-241
[Pa] AAVV, Phaidon Book of the Ballet, Phaidon Press ltd, 1981
[P] Mario Pasi, La Danza e il Balletto, guida storica dalle origini ad oggi, Giunti Ricordi, 1999
[S] Jacques-Philibert Rousselot de Surgy, Encyclopédie méthodique, ou, par ordre de matières, à Paris chez Panckoucke, à Lyon chez Plomteux, 1786
[T] Alberto Testa, I Grandi Balletti, Repertorio di Quattro secoli di Teatro di Danza, Gremese Editore, 1991
[V] M. Viale Ferrero, Feste delle Madame Reali di Savoia, Torino, Istituto Bancario San Paolo, 1965

Le immagini riproducono tavole dai codici miniati di Tommaso Borgonio.
- b1) Entrata del Tempo Avvenire nel Balletto dei Tre Tempi da La Fenice Ritrovata
- b2) Entrata degli Hiermini, impersonati da Filippo d’Agliè e dal marchese Carlo Tomaso Isnardi di Caraglio, quinta entrata del Balletto dei popoli d’Arabia, seconda parte de La Fenice rinovata
- b3) Carlo Emanuele II come Sole ne La Fenice rinovata
- c1) La Provincia della Savoia e Mommegliano (Montmélier), in Dono del Re delle Alpi à Madama Reale
- c2) Entrata dei Cacciatori di gelinotte e fagiani, in Dono del Re delle Alpi à Madama Reale
- c3) Balletto dei Popoli Habitatori da Dono del Re delle Alpi à Madama Reale
- c4) Conti e Duchi di casa Savoia con Carlo Emanuele, in Dono del Re delle Alpi à Madama Reale
- d1) Il Carosello L’Oriente Guerriero e Festeggiante, è visibile sullo sfondo il Porto incorniciato dall'arco di trionfo
- d2) Il Carosello L’Oriente Guerriero e Festeggiante, è visibile il modello del Castello del Valentino
- d3) Cavalieri Turchi ne L'Oriente Guerriero e Festeggiante
- e1) L’isola del Tabacco da Il Tabacco, con le cerimonie dei Sacerdoti
- e2) L'entrata degli Spagnoli nel Balletto delle Nationi ne Il Tabacco
- f1) Piazza Castello a Torino addobbata per Gli Hercoli domatori de Mostri et Amore domatore degli Hercoli, sulla sinistra l'Alpina Machina, coi 4 fiumi e la Reggia dell'Hercole Alpino, sulla destra la Reggia dell’Hercole Ercinio, con la Selva Ercinia, al centro la Reggia d'Amore, sullo sfondo l'attuale Palazzo Madama
- f2) Gli Hercoli atterrano i mostri ne Gli Hercoli domatori de Mostri et Amore domatore degli Hercoli, sullo sfondo l'Alpina Machina, coi 4 fiumi e la Reggia dell'Hercole Alpino, al centro la Reggia d'Amore, sulla destra l'attuale Palazzo Madama




ID=2494
9/12/2009
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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