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intervista: Tutti i colori di Roberta


Roberta Guidi di Bagno è una stimata e affermata professionista che da anni disegna e realizza scene e costumi per i più importanti teatri del mondo. E' allo stesso tempo una grande esperta e appassionata di balletto ed è stata una delle primissime fan di Balletto.net!
In questo periodo è passata per Milano, dove ha disegnato i costumi per una nuova creazione scaligera, ed è volata negli USA dove ha recentemente trionfato con la nuova Coppélia di Balanchine del Pacific Northwest Ballet, per la quale ha firmato scene e costumi. Abbiamo quindi approfittato per farle qualche domanda sul suo magnifico lavoro.
Per maggiori informazioni biografiche vi consigliamo di visitare il suo sito personale.



Opera, balletto, prosa, cinema e TV: la tua attività spazia ovunque. Trovi di riuscire ad esprimerti meglio o con più libertà in uno di questi ambiti in particolare?
Disegno molto per la danza e per farlo bene, bisogna amarla, capirla e conoscere a fondo le sue esigenze per poi spaziare con la creatività.


Nelle tue realizzazioni per il balletto spesso emergono elementi caratterizzanti quali l'uso di colori vivaci, la freschezza delle decorazioni, la ricercatezza degli accessori sartoriali e il calore dei set scenografici. Ritrovi nel tuo stile questi tratti? Ne individueresti degli altri? In ogni caso, trovi siano frutto del tuo gusto personale o hanno anche una ragione funzionale?
Amo la leggerezza, soprattutto quella visiva. Non è solo questione di peso dei materiali ovviamente. Per la danza non è importante solo la leggerezza tecnica ma anche quella visiva, che consiste nel non percepire un materiale unico, ma nel percepire un insieme, una vibrazione di colori e materiali che “danzano” con la coreografia, oltre che col ballerino.
Sicuramente penso alle luci che esalteranno e comunque sottolineeranno i colori che scelgo che sono anche frutto del mio gusto, legato al balletto che sto disegnando in quel momento. Se si tratta di un balletto contemporaneo, che richiede determinate drammaticità visto l’argomento, come per esempio il recente “Immemoria” sull’Olocausto, andato in scena alla Scala per la coreografia di Francesco Ventriglia, i colori e i materiali e tutto il resto vengono sottolineati a seconda della necessità coreografica, se invece si tratta di classici come “Il lago dei cigni” seguo più il mio gusto. Quando inizio a creare, oltre ad ascoltare ripetutamente la musica, cerco sempre di immaginarmi seduta in palcoscenico a godermi qualcosa che mi piace, cerco di comunicare quello che sento allo spettatore ideale che io stessa rappresento in quel momento.


Nell'era delle comunicazioni ultraveloci e dell'altissimo utilizzo di apparati tecnologici in tutti i settori tu svolgi un lavoro "ancora" artigianale. Pensi che tale condizione sia immodificabile o trovi che in qualche modo processori e macchine robotizzate possano prender parte alla realizzazione della tua arte?
Sì è vero, il lavoro artigianale è essenziale nel mio mondo ma non disdico affatto le nuove tecnologie soprattutto nei materiali che amo sperimentare essendo io stessa, da sempre, piuttosto “tecnologica”.


Molti coreografi sentono a distanza di tempo la necessità di rivisitare le proprie creazioni. Accade anche a te? In questi casi ritieni opportuno rimettere mano ai tuoi disegni preparatori e in quale misura intervieni?
Ci si evolve continuamente e la cosa che mi piace oggi, nel mio mondo parallelo della creazione, è già superata. E’ una sensazione che si accompagna ad altre esigenze visive, oserei dire sensitive.


Ideare scene e costumi per un'opera o per un balletto che hanno una precisa connotazione storica implica che il tuo lavoro iniziale si basi sullo studio degli usi e dei costumi di quell'epoca e sulla raccolta dei documenti raffiguranti la società di quel tempo. Ma limitarsi a questa ricerca farebbe sì che tutte le opere e balletti avrebbero scene e costumi assai simili. Cosa accade quindi al momento in cui inizi a disegnare i tuoi bozzetti? Quanto e come è lecito intervenire senza creare dei falsi storici?
Dopo 35 anni di lavoro, ho molti riferimenti iconografici in mente e, come diceva il mio maestro Pier Luigi Samaritani che mi ha trasmesso questo insegnamento, si parte comunque da una realtà storica, documentata: se il costume o la scena sono per esempio settecenteschi, si cancella virtualmente e gli si sovrappone il lavoro della fantasia, ma la base è quella. Non sono mai filologica, non è interessante. Allo spettatore deve arrivare il profumo del tempo, la percezione che sei nell’epoca che vuoi rappresentare. Questo senza seguire pedissequamente i canoni perché tutto si appesantirebbe e si otterrebbe l’effetto contrario.


Quanto riesci ad essere libera di operare nelle scelte riguardanti scene e costumi di uno spettacolo teatrale nei confronti delle richieste o delle pressioni di coreografi o registi? E nel caso del cinema e della televisione?
Naturalmente dialogo molto con il regista nell’opera come con il coreografo nella danza. Ma molto spesso, nella danza classica, il coreografo è passato a miglior vita e in questo caso il confronto è più difficile. Amo sempre avere di fronte un interlocutore con cui partire da una traccia anche vaga che poi possa essere approfondita da entrambi. Quando il coreografo non c’è più, cerco di pensare cosa mi direbbe, faccio dei colloqui mentali: con Bourmeister piuttosto che con Balanchine…


I tuoi impegni ti portano a lavorare in tutto il mondo. Il tuo stile riesce comunque ad esprimersi allo stesso modo o le diverse culture e la maniera diversa di vivere il teatro fanno sì che il tuo lavoro debba di volta in volta subire adeguamenti?
Su questo punto faccio un esempio: ho creato due allestimenti di “Coppélia” quello dell’inglese Ronald Hynd, tanti anni fa a Berlino, riproposto a Hong Kong e recentemente a Tallin, che aveva un sapore appunto più britannico.
L’altra Coppélia invece, quella di Balanchine appena andata in scena a Seattle il 3 giugno scorso, mi ha dato altre suggestioni. Ho ambientato quest’ultima in un mondo immaginario, un mondo di porcellana. Visto che è la storia di una bambola che si finge prenda vita, sono partita da una bambola di porcellana e le ho creato intorno un villaggio anch’esso di porcellana ispirandomi a Meissen, il piccolo paese vicino a Dresda che da trecento anni è il regno di questa materia pregiata.
In quest’ultimo caso l’ispirazione ancora più fantasiosa è stata accolta dal pubblico in maniera veramente favorevole, oserei direi trionfale.


Esiste rivalità fra gli artisti che svolgono la tua professione o lo stile unico e personale che contraddistingue ognuno di voi fa sì che questa non possa manifestarsi?
Sinceramente non esiste rivalità, lo penso profondamente. Non siamo moltissimi a disegnare per la danza a livello internazionale, e tra quelli che conosco, ognuno ha il proprio stile. Questo è bello, perché posso così apprezzare anche il lavoro degli altri.


Alla fine di un lavoro, diciamo, al termine di una prova generale di un'opera o di un balletto, in quale misura hai la certezza che il pubblico apprezzi il tuo lavoro: è sempre un'incognita, o un risultato particolarmente riuscito non lascia scampo alla spiacevole possibilità che non venga colto?
Per me il segno che il mio lavoro viene apprezzato con favore è quando vengono montate le scene. Lo capisco subito dall’interesse dei ballerini alla prima prova in palcoscenico. Se si guardano intorno incuriositi ed incominciano a farmi domande, allora vuol dire che ho creato loro intorno lo spazio e l’ambiente giusto.
Lo stesso accade con i costumi: tengo molto alla loro opinione e disegno attentissima alle loro esigenze ma sperando sempre di sorprenderli e cercando comunque di fare in modo che il costume sia per loro davvero come una seconda pelle, che non se lo sentano quasi addosso, che ci si sentano bene, perché gli piace. Spesso si guardano allo specchio accarezzando il costume addosso al corpo: dalla vita, con le mani scendono sui fianchi con un gesto istintivo e, per me classico sia per gli uomini che per le donne. Da questo gesto, che non è tecnico, capisco che il costume è integrato con loro e con la loro personalità.
Questa loro approvazione inconscia è per me la più grande soddisfazione.


ID=2625
23/6/2010
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