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curiosità: La vita al tempo della Scuola Imperiale del balletto di Pietroburgo


(…) Uno dei più preziosi gioielli di questo diadema di enti artistici era la Scuola Imperiale del balletto di Pietroburgo. Era (e lo è tuttora) in via del Teatro, situata fra il nobile complesso di edifici disegnati da Carlo Rossi nell’imponente stile neoclassico di Alessandro I. Dominata ad un’estremità dalla costruzione gialla e bianca del teatro Aleksandrinovskij, con l’ampio colonnato e le statue nere, la strada è una delle più belle del mondo, superba ma con qualche cosa dell’atmosfera d’austerità di un chiostro.
L’ammissione alla scuola era così difficile che solo da sei a dieci su cento degli aspiranti vi entravano. I bambini erano sottoposti ad una rigorosa visita medica: un dottore esaminava spina dorsale, cuore e udito. Veniva richiesto loro di solfeggiare cantando una scala e di leggere musica a prima vista. Se superavano quest’esame, rimanevano in prova per due anni, continuando a vivere in casa, ma per il resto forniti d’ogni cosa dalla scuola. Dopo due anni, se venivano ritenuti idonei, entravano in un mondo a parte, severamente reclusi e sottoposti a regole come in un monastero o in un convento. All’ingresso c’era un portiere in livrea imperiale. Alle pareti erano appesi ritratti dell’imperatore, di famosi insegnanti e ballerine del passato. La scuola aveva la propria cappella, gialla e bianca, ornata di colonne e fornita di un coro, e il proprio teatro, dove avevano luogo annualmente gli esami, e che gli allievi dividevano con quelli della scuola d’Arte drammatica; aveva la propria infermeria, con medici e infermiere costantemente in servizio.
I ragazzi avevano tre uniformi: nera per tutti i giorni, blu scuro per la festa, e di lino grigio per l’estate, con un alto colletto di velluto sul quale era ricamata una lira d’argento, circondata da palme e sormontata dalla corona imperiale. Avevano due cappotti, uno dei quali per l’inverno, con pesante collo d’astrakan, stivali e scarpe da sera di vernice, e sei cambi di biancheria.
Le ragazze indossavano abiti di saia con corpini aderenti e fisciù di batista bianco, grembiuli d’alpaca nero per tutti i giorni e grembiuli bianchi plissettati per la domenica, calze bianche e scarpe scollate nere. Le più giovani erano vestite in marrone; il colore rosa era un segno di distinzione e il vestito bianco era riservato alle più brave. Quando le ragazze uscivano per la passeggiata quotidiana, indossavano mantelli foderati di volpe rossa, che scendevano in morbide pieghe sotto un collo di pelliccia rotondo, cuffie di seta nera e alti stivali rifiniti in velluto.
Agli allievi erano destinati ampi dormitori che, con spazio sufficiente per cinquanta, ne ospitavano dai venticinque ai quaranta. Ciascuno aveva il proprio scompartimento privato, con la sua icona appesa sopra il letto. Ragazzi e ragazze erano tenuti rigorosamente separati. Anche quando si ritrovavano per le lezioni di ballo e le prove, avevano la proibizione di rivolgersi la parola e tenevano lo sguardo abbassato.
Ogni mattino quando si alzavano, alle sette e trenta, a tutti veniva cambiato il fazzoletto. Il venerdì venivano condotti ai bagni, dove ragazze in camicioni di lino bianco, negli spogliatoi saturi di vapore, li strofinavano su panche di legno. A tutte le ragazze che avevano compiuto i quindici anni venivano spazzolati i capelli da una cameriera. Un pedicure si occupava, con religiosa cura, dei loro piedi. Ogni sabato, per tutta la durata dei corsi, i bambini venivano sottoposti ad una visita medica.
Dopo i pasti si cantavano preghiere. Durante la quaresima gli allievi digiunavano. Le ragazze più grandi, aiutate dalle piccole, ricamavano un drappo o un tappeto per la chiesa, mentre una leggeva ad alta voce le vite dei santi e dei martiri. Questi fanciulli, consacrati a Tersicore, erano praticamente adottati dallo Zar e considerati membri della famiglia imperiale, la quale spesso mandava in dono cibi prelibati per le loro tavole. Erano tenuti lontani dal mondo come da una contaminazione e crescevano concentrandosi sugli studi che li indirizzavano verso un unico traguardo: in questa scuola si formavano i migliori ballerini del mondo.
Per otto anni, in quell’atmosfera isolata e protetta, l’arte della danza veniva insegnata loro dai più qualificati maestri. Più che qualsiasi altra arte dello spettacolo, il balletto si basa sulla trasmissione di un’eredità da maestro ad allievo. Nella scuola di Pietroburgo, gli insegnanti risalivano in successione ininterrotta ai più grandi maestri dell’arte. Inoltre, agli allievi venivano insegnati matematica, storia, lingue e musica, ballo da sala e comportamento. Quelli delle classi più avanzate venivano condotti a teatro, dove ricevevano lezioni di dizione, recitazione e canto. Imparavano a truccarsi in locali provvisti di luci e specchi come camerini di teatro, e facevano pratica in una sala di prova col pavimento inclinato come quello del palcoscenico. Per diverse ore al giorno, mentre i maestri di danza suonavano il violino, gli allievi compivano gli esercizi, i ragazzi in pantaloni neri e blusa bianca, le ragazze provviste di un pesante scialle guarnito di nappine, per stare al caldo durante gli intervalli. Come grande onore, agli allievi che si distinguevano veniva chiesto di bagnare il pavimento. (Questo impediva alla polvere di alzarsi e rendeva il suolo meno scivoloso).
Dal primo anno in poi, gli allievi venivano impiegati nelle produzioni del Mariinskij, un teatro d’opera e balletto, tra i più belli e accoglienti del mondo. Disegnato nel 1860 da Alberto Cavos, il teatro, coi palchi guarniti di drappeggi azzurri, le poltrone e le sponde con fregi dorati su fondo bianco, i lampadari di cristallo sfavillante e i sedili rivestiti in velluto azzurro, aveva un’atmosfera gaia e intima allo stesso tempo. La sala vasta e ariosa era concepita così abilmente che si poteva vedere bene la scena da ogni posto.
In teatro, gli allievi avevano i propri camerini. Venivano condotti al Mariinskij in speciali carrozze a sei posti, accompagnati dalle governanti, da una cameriera e da un bidello in livrea. Lunghe vetture a quindici posti venivano usate per le grandi occasioni. Speciali carrozze andavano anche a prendere gli artisti e li accompagnavano a casa dopo lo spettacolo. Ogni ballerina disponeva di una carrozza tutta per sé.
Una volta diplomati, dall’atmosfera di clausura della scuola i giovani ballerini passavano alla brillante vita mondana. Come gli altri teatri imperiali di Pietroburgo e Mosca, il Mariinskij riceveva dallo Zar una sovvenzione annua di due milioni di rubli d’oro. Grazie a questo costante e generoso appoggio, e all’atmosfera artistica che si badava a mantenere nella scuola, alla fine del secolo il balletto russo non aveva rivali in Europa. (…)

Da: Suzanne Massie, La Terra dell’uccello di fuoco. Trad. Anna Ponti. Arnoldo Mondadori Editore. Milano 1983.

Nella foto: Diplomande dell’anno 1913 alla Scuola Imperiale del balletto di Pietroburgo. Tra le quali si possono riconoscere Olga Spessivtzeva e Felia Doubrovska.




ID=2704
12/1/2011
Tino Bonanomi leggi gli articoli di adlerinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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