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storia: Storia del balletto per immagini e impressioni - Balletto di corte: maître de ballet


Il balletto di corte elevato a scienza. L’Umanesimo ha sempre provato l'esigenza di elevare le attività umane a livello di arti e scienze e la danza non fece eccezione: rispetto ai secoli precedenti, la fine del ‘400 registrò la separazione tra danza popolare e danza di corte, alla precedente ispirata, ma rielaborata profondamente. Durante il XV secolo quest’ultima perse ogni aspetto di improvvisazione e divenne parte dell’educazione dei giovani nobili. Così si affermarono le figure del maestro di danza e del trattatista, che la codificava; i maestri di danza, chiamati a corte per insegnare a danzare ai Signori, avevano anche il compito di elaborare le coreografie delle feste ufficiali e molto spesso divenivano personalità di spicco presso le corti italiane.
Nel ‘400 i trattatisti codificarono la danza di corte, detta ballo nobile, iniziando con l’individuazione di quattro misure, ossia quattro danze: bassadanza, quaternaria, piva, saltarello, ciascuna caratterizzata dall’uso di determinate scansioni ritmiche del tempo e dal relativo repertorio di passi.
La bassadanza, sostituita il secolo successivo dalla pavana, era una danza nobile e solenne, eseguita in coppia o in fila con passi strisciati a stretto contatto col terreno.
Danze più animate e spettacolari erano quaternaria, piva e saltarello, rimpiazzato nel XVI secolo dalla gagliarda: esse contenevano “le prime basi dell’elevazione” (A. Testa, [T1], pp. 32, 33). La loro origine era popolare, ma erano passate dal folklore alla danza di corte nelle forme rivisitate e ingentilite dai maestri di ballo.

L’importante novità coreutica rinascimentale era costituita da suite di danze in cui il maestro di ballo mescolava più misure, impaginando i diversi ritmi in un tutt’uno artistico e facendovi confluire i passi relativi. Per queste suite fin dagli inizi del '500 si diffuse il termine ballo o balletto, coniato alla fine del secolo precedente. Ne è esempio la combinazione di bassadanza seguita dal suo saltarello o, successivamente, di pavana seguita da gagliarda. Nei balli o balletti, ciascun partecipante aveva un ruolo pantomimico, come il corteggiamento dei cavalieri e il rifiuto della dama ([PLR], pp. 12-14 e112-129; [T1], pp. 28-29).
Trattatisti del ‘400. Il termine balletto deriva dai fortunati neologismi ballitti o ballicti, coniati per le suite dai trattatisti Antonio Cornazano e Guglielmo Ebreo dopo che il loro maestro, Domenico da Piacenza, aveva per primo distinto la bassadanza dalle danze più vivaci, che chiamava balli. Quando l’aspetto teatrale della suite prevaleva su quello di divertimento aristocratico, poteva intervenire il professionismo, anche per l’impegno tecnico richiesto. Nonostante l’etichetta sconsigliasse ai nobili danze troppo brillanti, i più dotati vi partecipavano ugualmente, superando il divieto formale col ricorso a una maschera, per convenzione garanzia di anonimato.
Trattatisti del ‘500. Negli ultimi decenni del XVI secolo cominciarono ad apparire i primi trattati di danza a stampa, a seguito della diffusione della tecnica introdotta in Occidente da Johan Guthenberg nella metà del secolo precedente. Tra questi sono i lavori di Fabritio Caroso, seguiti da quelli di Cesare Negri. Dalla comunità ebraica venne un buon numero di maestri di ballo nobile. Il fenomeno può essere dipeso sia dalla familiarità con la danza, intesa come un modo di ringraziare Dio, sia dall’incremento della comunità ebraica italiana con l’arrivo degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.
Discorso a sé fanno le moresche, azioni coreografiche diffuse fin dal XV secolo, che rimandavano al contrasto tra mori e cristiani e che, non essendo considerate ballo nobile, non furono codificate nei trattati.
Anche i branle, danze popolari caroleggianti, fuoriuscivano dal ballo nobile, ma furono descritte da Thoinot Arbeau (pseudonimo di Jehan Tabourot) nel trattato l’Orchésographie del 1588.
Le campagne in Italia. A partire dal 1499 tre Sovrani francesi, Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I, calarono in successione in Italia, mossi da rivendicazioni territoriali. Le tre campagne si svolsero secondo il medesimo copione: iniziarono con un facile insediamento nel Regno di Napoli (riunificato al Regno di Sicilia sotto la casa d'Aragona da poco più di mezzo secolo), ma in ciascuno dei tre casi potenze europee si coalizzarono per impedire che i francesi mantenessero la posizione dominante raggiunta con l’annessione di Napoli e finirono per scacciare i francesi dall’Italia. Le campagne provocarono il definitivo tramonto politico del Moro e una serie di eventi fatti poi rientrare dalle potenze ostili alla Francia: la provvisoria conquista francese del Ducato di Milano da parte di Luigi XII e, poi, di Francesco I, la cacciata dei Medici da Firenze, ma anche il loro ritorno al potere, favorito per ostacolare i francesi con la caduta del loro miglior alleato: la Repubblica fiorentina. Fu in occasione di un successivo ingresso di Luigi XII in Milano che Leonardo concepì il leone meccanico (si veda in Balletto di corte: aspetto e funzione il box intitolato "Leonardo a Milano").

Tra le nazioni più determinate a contrastare il predominio francese in Italia, ci fu una neonata potenza europea. Il matrimonio di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, celebrato nel 1469, dieci anni dopo aveva portato all’unificazione dei regni ereditati, avviando la nascita di una Spagna resa ancor più solida dalle imprese di Cristoforo Colombo. La potenza spagnola si impegnò per impedire che Napoli finisse in mano francese e che, di conseguenza, cessassero gli approvvigionamenti di grano provenienti dalla Sicilia. Così le due maggiori potenze latine e cattoliche dell’Occidente si scontrarono tra loro a più riprese sulle terre italiane, che resero campo di battaglia dei loro eserciti per i successivi 60 anni.
Le azioni militari avrebbero avuto l’esito remoto del passaggio della Lombardia e di Napoli sotto il giogo della tirannide spagnola e clericale, nonché del tramonto del Rinascimento italiano nella supina accettazione di una dominazione insofferente alla libertà intellettuale degli italiani. Tuttavia, queste campagne militari accelerarono la lenta influenza dell’Italia sul Nord Europa, diffondendo ancor più rapidamente le espressioni della cultura rinascimentale italiana, soprattutto in Francia, inclusa la danza di corte.

I balli organizzati dalle corti italiane amiche per accogliere i Sovrani francesi avevano fatto conoscere oltralpe la qualità degli spettacoli in Italia e il genio che Leonardo sapeva riversarvi. Francesco I lo volle alla sua corte fin dal 1515, assieme ai massimi artisti italiani del momento. Nel 1518 Leonardo riprese ad Amboise l’intera Festa del Paradiso in occasione del battesimo del delfino e di un matrimonio strategico, dal quale sarebbe nata la donna destinata a determinare in Francia le sorti della danza e non solo di quella: Caterina de’ Medici.
La scuola milanese di ballo nobile come centro propulsore del ballo alla corte di Francia ([M], pp.53-54). Verso il 1545 Pompeo Diobono aprì a Milano la scuola di ballo nobile, dove si sarebbero formati ballerini, maestri e futuri trattatisti destinati a diffondere in tutta Europa le conoscenze italiane sull'argomento. Allievo del Diobono fu il milanese Cesare Negri, autore di tattati che già menzionavano le cinque posizioni e sostenevano il principio dell’en dehors. Iniziò a insegnare in Milano dopo che, nel 1554, il suo maestro Pompeo Diobono ed altri illustri esponenti della scuola si trasferirono in Francia, invitati alla corte dei Valois-Angoulême. In seguito Cesare Negri sarebbe stato attivo presso numerose corti italiane.

Fu Caterina de’ Medici a favorire il trasferimento in Francia del Diobono e di altri maestri di scuola milanese. Nel 1533 aveva sposato il figlio di Francesco I, Enrico, e, preso esempio dal mecenatismo di suo suocero, si mostrò determinata ad avere in Francia i migliori maestri milanesi di danza, per portarne gusto e conoscenze nei balletti di corte francesi; parimenti, desiderò che fossero italiani, in particolare toscani, anche i cuochi delle sue cucine, gettando così le basi italianissime della danza e della cucina francesi.
Nel frattempo una serie di improbabili congiunture ebbe come esito la fusione innaturale di tre stati assai diversi: Spagna, Paesi bassi e la Federazione Imperiale Germanica. Infatti, col matrimonio dell’Arciduca Massimiliano d’Asburgo erano entrati nella sfera asburgica vasti territori già controllati da suo suocero: Fiandre, parte dell’Olanda e altro. Di ciò sarebbe stato erede il nipote, Carlo di Gand (Asburgo), buon candidato alla nomina di Sacro Romano Imperatore, visto che tale era il nonno Massimiliano, preceduto nel ruolo dal bisnonno. Una serie di decessi gli avrebbe portato in eredità la Castiglia e l’Aragona da parte dei nonni materni Isabella e Ferdinando. Con ciò la Spagna sarebbe stata riunita nelle mani di Carlo di Gand, figlio di Filippo il Bello e Giovanna la Pazza, passato alla storia come Carlo V Imperatore. E’ con lui che, dopo il 1516, si sarebbe scontrato Francesco I nei suoi ulteriori tentativi di annettere l'Italia settentrionale alla Francia.
Quando nel 1547 salì al trono di Francia col nome di Enrico II, il figlio di Francesco I proseguì la guerra contro Carlo V, avvicendandosi con gli spagnoli nella dominazione del milanese. Riuscì ad annettere provvisoriamente alla Francia alcuni vescovati, il Piemonte e la Savoia. Due anni dopo, nel 1554, Enrico fece invitare il Diobono in Francia dal suo vicerè del Piemonte, il Maresciallo di Brissac. Col Diobono si trasferì in Francia il suo allievo Baldassarino da Belgioioso, il quale, affermatosi a Parigi, avrebbe mutato il nome in Balthazar de Beaujoyeux e da Caterina de’ Medici avrebbe ricevuto la commissione de Le Ballet Comique de la Royne, considerato oggi il primo vero balletto.

Le ostilità tra Francia e Spagna proseguirono anche dopo che Carlo V ebbe abdicato cedendo i territori tedeschi al fratello Ferdinando d’Asburgo e il resto al figlio, che divenne Filippo II di Spagna. Fu così sancita la definitiva divisione della dinastia asburgica, e, due anni dopo, nel 1559, cessarono le guerre in Italia con la pace di Cateau-Cambrésis: Enrico II rinunciava a ogni rivendicazione sulla Penisola, che veniva in buona misura a gravitare nell’orbita spagnola. Proprio lo stesso anno, il 1559, Enrico II confermava la decisione presa otto anni prima con l'editto di Chateaubriant, che condannava a morte chi celebrava il culto calvinista. Terminato il periodo delle guerre in Italia, Enrico, appena prima della morte improvvisa, apriva quello disastroso delle guerre di religione.

Il maitre de ballet e il trattatista
Con la presa di Costantinopoli del 1453, i Turchi Ottomani avevano iniziato a manifestarsi come una seria minaccia per l’Occidente. Nei successivi decenni espansero a più riprese i confini nei Balcani, entrando in contrasto con i regni europei per il predominio sul Mediterraneo, conquistarono gli stati dell’Anatolia (Asia Minore), i territori nord-africani e il Vicino Oriente. Nel terzo decennio del ‘500 fecero capitolare i Cavalieri di Rodi e tentarono di abbattere l'Impero asburgico passando attraverso l’Ungheria: nel 1521 i Turchi conquistarono Belgrado, nel ’29, arrivarono fino alle porte di Vienna, che però resistette, e, successivamente, determinarono la fine del Regno d’Ungheria, che per metà passò in mano loro e per metà a Ferdinando d’Asburgo. La situazione precipitò nel 1570 con l’nvasione musulmana di Cipro, allora sotto il dominio veneziano. Le forze cristiane reagirono aggregandosi in una Lega Santa, promossa nel 1571 da Papa Pio V e dalla Spagna, cui aderirono Venezia, Genova ed altri Stati italiani. Il processo di espansione ottomana fu fermato lo stesso anno con la schiacciante vittoria della flotta cristiana a Lepanto.

Milano espresse la sua gratitudine al Comandante supremo dell’impresa, Don Juan d’Austria, con una superba mascherata in suo onore, coreografata dal Negri nel 1574: ciascuna delle 25 entrate aveva un significato allegorico veicolato da azioni mimiche e dagli oggetti simbolici portati dai ballerini: il Pensiero era un danzatore in grigio con un gufo sulla spalla per richiamare la meditazione notturna; il Sospetto aveva in mano un’anguilla guizzante; l’Ardimento cavalcava un leone; il Desiderio era rosso di passione e così via. Venere e le Grazie, su un carro decorato, cantavano madrigali e il corteo si chiudeva con otto paggi in rosso. Seguì un combattimento buffo di 4 nani e un brando finale.

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ID=2745
17/10/2010
Marino Palleschi e Andrea Boi leggi gli articoli di andyinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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