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articolo: La danza classica indiana - I parte


INTRODUZIONE. In India tutte le forme d’arte hanno origine sacra; per questo motivo la danza viene considerata non solo una forma artistica, ma un vero e proprio raffinato linguaggio spirituale. Poiché la parola “danza” è una traduzione un po’ approssimativa della complessa realtà coreutica indiana, è necessario tenere presente che la dicotomia tutta occidentale tra il teatro e la danza è enormemente assottigliata. Infatti questa forma d’arte è filtrata attraverso la poesia, la scrittura, l’architettura, la letteratura, la musica e il teatro. I temi di cui si occupa la danza indiana possono essere di tipo religioso, mitologico, leggendario o tratti dalla letteratura classica. Essi, però, vengono descritti ed esaltati da una complessa combinazione di movimenti del corpo, delle mani, di espressioni del volto e degli occhi il cui scopo non è l’esatta imitazione del reale, ma il desiderio di suscitare emozioni capaci di stimolare l’immaginazione dello spettatore. In questo senso esiste una profonda relazione tra l’attore-danzatore e lo spettatore e questa impone a entrambi una serie di qualità specifiche per apprezzare il valore dello spettacolo. È in questo legame che si cela il nocciolo della teoria estetica: l'indissolubile connessione tra il bhava (traducibile in “emozione”) e il rasa (traducibile in “gusto”, “godimento estetico”, ma anche “sentimento”).

1. IL NATYASHASTRA: testo sacro che codifica le arti perfomative indiane. Il Natyashastra, trattato sacro attribuito al mitico Bharata, è una delle maggiori fonti sulla rappresentazione teatrale e sulla danza. Scritto in lingua sanscrita, si presenta nella forma di apprendimento tradizionale in cui il discepolo si trova seduto ai piedi del maestro. Si tratta del primo trattato noto che codifichi e fissi la forma della rappresentazione teatrale, della danza e di tutte le attività incluse (prescrizione di scena, musica, estetica, dialettologia, costumi, trucco ecc …). Il trattato deriva da una delle antiche raccolte, dette Veda (letteralmente "saggezza, conoscenza, sapere"), di testi sacri dei popoli che avevano invaso l’India settentrionale intorno al XX secolo a.C. I Veda si configurano come opere fondamentali per tutte le credenze religiose raccolte dall’Induismo. Precisamente il Natyashastra deriva dal V Veda, detto Natyaveda, che, secondo quanto riportato nel Natyashastra stesso, fu composto direttamente da Brahma, il Creatore. Infatti il trattato in oggetto prende il via dalle domande sul Natyaveda poste a Bharata da vari muni (saggi). Suggestiva è la leggenda che narra la genesi del Natyashastra. Innanzi tutto accenniamo alla nascita del suo antecedente, il V Veda, dove, tra molte altre cose, è narrata la storia della nascita della danza: giunta l’ora Treta (periodo in cui, secondo la mitologia induista, ebbe inizio il decadimento dell'uomo), gli uomini cominciavano ad essere vittime di lussuria e avidità, s’impegnavano in rituali e gesti degradanti, dominati dalle passioni e dalla gelosia; pertanto gli dei incaricarono Brahma di comporre il V Veda, che doveva guarire i mali e recare diletto sia agli occhi che alle orecchie di tutti gli uomini. Questo Veda, perciò, era dedicato a tutti, senza distinzione di casta e, quindi, a differenza dei quattro Veda precedenti, doveva essere accessibile anche ai lavoratori manuali (shudra).
Il Sommo Essere fece questa riflessione: “Devo comporre un quinto Veda, intitolato il Natyaveda, in armonia con le leggende, che condurrà al rispetto delle leggi, al conseguimento delle ricchezze e del piacere; sarà una collezione di massime e saggi consigli; servirà come guida per tutte le azioni delle generazioni future; sarà arricchito con gli insegnamenti di tutti i trattati autorevoli (shastra) e presenterà ogni tipo di arte e mestiere (Natyashastra, I, 14 e segg.)”. Dai precedenti quattro Veda prese rispettivamente la recitazione, il canto, la gestualità teatrale (in sanscrito detto abhinaya) e il sentimento. Secondo la leggenda, però, il Natyaveda era troppo complesso per essere compreso e perciò il saggio Baharata ne racchiuse la monumentale saggezza in un trattato, il Natyashastra, che fu trasmesso alle genti.

Naturalmente questa teoria non ha alcuna pretesa di rappresentarne la realtà storica, ma è affascinante notare che il termine bharata, che indica appunto l’attore, potrebbe derivare proprio dalla figura del leggendario Bharata ancora oggi avvolta nel mistero. Infatti verso la fine il testo cita esplicitamente: “Poiché egli solo è l’attore principale, assumendo molti ruoli, per questo è chiamato Bharata”, il che fa supporre che Bharata sia un nome generico. Altri, attribuiscono a Bharata la valenza di acronimo tra le tre sillabe componenti il nome stesso: bha (stante per bhava che significa sentimento), ra (stante per raga che significa schema melodico) e ta (stante per tala che significa ritmo).
Teorie storiche più accreditate fanno risalire il Natyashastra alla mano di diversi autori che si sono succeduti nel corso dei secoli: secondo alcuni storici dal I al VII secolo, mentre alcune teorie lo collocano addirittura nel 500 a.C.; altri studiosi, invece, analizzandone le varie parti, hanno concluso che deve essere contemporaneo al Ramayana, un poema epico della mitologia indù, e più tardo di altri testi sacri e perciò collocabile tra il 200 a.C. e il 200 d.C. La cosa più importante resta, comunque, notare come in questo testo alla danza vengano attribuite origine divine.

Il Natyashastra codifica la teoria dello spettacolo teatrale descrivendo i 15 tipi di drammi diversi che vanno dall’atto unico alla rappresentazione in dieci atti. Di tutti questi ne vengono dettagliati anche gli aspetti relativi alla costruzione dell’opera stessa e, partendo dalla scenografia, si arriva anche al trucco, ai costumi, alla recitazione ecc … che vengono esplicati nei vari capitoli a loro dedicati. Prendendo spunto dal IV Veda, Yajurveda, che descrive la gestualità teatrale, secondo il testo esistono quattro tipi di recitazione:
- l’angika relativa ai movimenti del corpo
- la vachika relativa alle parole
- l’aharya relativa ai costumi e al trucco
- la sattvika, la più alta, relativa all’espressione delle emozioni attraverso lievi movimenti delle labbra delle sopracciglia ecc ….

E’ ancora il testo a chiarire che scopo della danza non è rappresentare, ma suscitare emozioni , così creando una profonda relazione tra attore e spettatore. Vediamone i dettagli. Poiché lo scopo di tutta l'arte in India non è di esprimere il bello in sé, ma di evocare gli stati più elevati dell’essere, Bharata dà una grande importanza alle emozioni che la danza deve evocare. Mi spiego con un semplice esempio: guardando una scultura indiana che rappresenta un uomo non si noteranno delle “belle” forme anatomiche come per la scultura greca, ma si potrà notare il messaggio che si cela dietro l’immagine della scultura stessa. È importante notare come Bharata, componendo una così dettagliata teoria del teatro che è comparabile alla Poetica aristotelica, enunci anche quali devono essere le emozioni portate in scena dall’attore e della risposta che deve avere il pubblico.
Nella teoria espressa dal testo, il personaggio portato in scena deve rappresentare emozioni, dette bhava, a cui deve corrispondere una determinata risposta emotiva, chiamata rasa, da parte del pubblico. Pertanto ad ogni rasa provato dal pubblico deve corrispondere un bhava rappresentato in scena. Bhava e rasa sono paragonabili a due fratelli siamesi: non può esistere uno senza l’altro. Un danzatore-attore, che si lascia ispirare dal tema del testo teatrale, risponde a un desiderio irrefrenabile di comunicare un’emozione, il bhava appunto, che deve generare un determinato rasa nel pubblico: il rasa senza bhava non potrebbe essere generato e, viceversa, il bhava che non genera un rasa è praticamente nullo. Ad esempio: se si vuole che il pubblico provi smgara (rasa di amore) sarà necessario ritrarre il rati (bhava di amore). Per Bharata, possono esistere nove rasa differenti e tutti i tipi di danza devono essere strutturati attorno ad essi: felicità, rabbia, disgusto, paura, dispiacere, coraggio, compassione, meraviglia, e serenità. Ogni dramma può rappresentare i diversi rasa, ma deve essere incentrato solo su uno di essi.
Il concetto di rasa è stato oggetto di due studi diversi: da un lato è stata studiata come tecnica di esecuzione artistica e dall’altro è stato oggetto di speculazione filosofica da parte di molte scuole di pensiero religioso.

2. I NATTUVARAN E LE DEVADASI: gli insegnanti e le danzatrici. La parola nattuvaran indica i maestri di danza, ovvero i capi della troupe di ballerini. Alcuni di essi hanno rinnovato la danza indiana, salvandola dall’oblio e rendendole il valore di elemento fondante per la società indiana. Le devadasi, invece, sono le ballerine del tempio. Visto il valore prettamente sacro che la danza ricopre nella cultura indiana esse sono definibili anche come le “serve della divinità”. Esse possono essere divise in tre categorie: le rajadasi sono quelle che danzano davanti al tempio, le devadasi danzano all’interno del tempio, mentre le sivadasi solo in speciali circostanze.

3. NATYA, NRTTA E NRTYA: le categorie in cui si divide la danza classica indiana. Un balletto indiano prevede che le tre parti sotto elencate siano rappresentate, anche in momenti diversi. Ad esse bisogna unire sempre l’abhinaya, ossia la gestualità, che ne è una parte fondamentale.

Natya. “Quando la rappresentazione dei deva (dei), dei daitya (demoni), dei re, capofamiglia e delle loro attività quotidiane è espressa attraverso i gesti del corpo e tutto ciò che è a essi correlato, si ha il natya” (Natyashastra, I, 121). Il termine Natya deriva dalla radice sanscrita nrt che significa danzare. Dal fatto che dalla medesima radice derivi il termine nata con cui s’intende sia l’attore che il danzatore se ne deduce che gli antichi drammi fossero proprio danzati, ma che in essi la poesia e il ritmo avessero un ruolo predominante rispetto all’azione pura.
Materia del natya sono i comportamenti e le azioni che le persone colte tengono nelle situazioni più diverse, pertanto in esso vengono ritratti il dovere, la pace, il riso, la guerra l’amore e l’odio. I compiti del natya sono quello di incoraggiare e donare saggi consigli allo spettatore e di aiutare gli esseri umani a conseguire i 4 scopi principali della vita, ossia: l’osservanza delle leggi, l’ottenimento dei giusti mezzi, il piacere e la liberazione dall’ignoranza.
Nrtta. Il termine nrtta indica la danza pura. Nel nrtta si richiede che il corpo componga dei complessi virtuosismi a velocità ritmiche molto sostenute per poi passare alla posa statica in modo fluido. Queste pose stilizzate e simboliche si alternano seguendo un ciclo ritmico specifico. Per fare questo è indispensabile un equilibrio perfetto: per questo motivo la danza indiana segue le leggi del movimento del corpo umano e possiede delle caratteristiche scultoree difficilmente rintracciabili nelle danze occidentali.
Nrtya. Il nrtya è quell’aspetto della danza in cui si fondono il nrtta e l’abhinaya (la gestualità) proprio del natya. In termini più semplici si può dire che il nrtya è la combinazione per cui gli elementi della gestualità tipica della danza pura (intesi come gestualità delle mani, dei piedi e del corpo) si fondono assieme evocando un particolare sentimento (bhava) suscitando emozioni capaci di stimolare l’immaginazione dello spettatore (rava). L’abhinaya ne è, quindi, il tratto centrale.

4. STORIA DELLA DANZA INDIANA. Poiché nella cultura e nella tradizione indiana non è presente un grande interesse nei confronti dell’identità dei danzatori o rispetto al collocare storicamente gli eventi, una ricostruzione storica è necessariamente approssimativa. I riferimenti a questa forma d’arte sono antichissimi, al punto che gli archeologi sono abbastanza concordi nel collocare una statuetta raffigurante una danzatrice addirittura al 6000 a.C. Nella tradizione indiana, la nascita della danza viene fatta risalire a Shiva Natarana, il Signore dei Danzatori, che con la sua danza avrebbe creato l’Universo.
Certo è che, benché essa sia antichissima, con l’avvento della società sempre più strutturata, il legame tra danza e religione si è rafforzato. Per tutte le religioni indiane (Induismo, Buddhismo, Jainismo e Sikhismo), infatti, sia la musica che la danza hanno svolto il ruolo di esteriorizzare la devozione. Secondo il Vishnudharmottarapurana: “Quando qualcuno danza, questo è considerato un atto rituale di adorazione della divinità; gli dei sono compiaciuti di tale atto più delle offerte di fiori e delle abluzioni. Colui che adora dio con nryta ottiene la realizzazione di tutti i suoi desideri.

Si suppone che la danza, agli inizi fosse di un unico tipo, ma che nel corso dei secoli, con la contaminazione religiosa, essa si sia differenziata in marg (la danza classica indiana) ed in deshi (le danze popolari ancora largamente diffuse nelle realtà rurali). Con l’introduzione del Natyashastra, la danza classica ha subito una rigida codificazione che impone una rigorosa disciplina sia fisica che intellettuale ai ballerini. Si suppone che a partire dal IV-V secolo (epoca Gupta) si sia avviato un processo che ha visto la trasformazione del tempio nel fulcro della vita religiosa, sociale, artistica ed economica indiana. In questo contesto le ballerine divennero delle “schiave della divinità” dette devadasi. A dimostrazione di questo sono presenti innumerevoli opere d’arte all’interno di templi indù che mostrano le devadasi nell’atto del danzare. Questo prova due aspetti importanti: come la danza fosse parte integrante dell’atto rituale e come anche le altre arti figurative fossero strettamente connesse a questa. Durante il periodo tardo medievale si è arrivati ad una sostanziale divisione tra il nord e il sud dell’India. Nel nord, con l’introduzione dell’Islam, le pratiche rituali indù hanno subito un duro colpo e le danzatrici hanno cominciato ad essere invitate anche presso sovrani e nobili; il sud, dove la penetrazione musulmana è stata molto meno invasiva in questo periodo, ha visto lo svilupparsi la civiltà delle città-tempio e del mecenatismo, in particolare sotto i sovrani Chola.

Nella rigida codificazione della danza classica si è giunti ad una classificazione in diversi stili, che si sono sviluppati nel corso dei secoli, ma rispettano comunque le regole base dettate dal Natyashastra.
Anche se le svilupperemo l'argomento più approfonditamente in seguito, citiamo qui gli stili divisi in base alla regione di origine:

• Bharatanatyam del Tamil Nadu
• Kathakali del Kerala
• Odissi dell’Orissa
• Kuchipudi del Andra Pradesh
• Kathak dell’India del Nord
• Manipuri dell’India del Nordest
• Mohiniyattam del Kerala
• Sattriya dell’Assam.

Nel corso dei secoli si è avuta una sostanziale stasi nello sviluppo di questa particolare forma d’arte. Nei primi dell’Ottocento, però quattro fratelli musicisti di Tanjore (detti ii Tanjore Quartet) hanno portato un’innovazione e una sistematizzazione delle coreografie del Bharatanatyam, che viene ancora oggi rispettata.

Poco tempo dopo queste innovazioni, il diffondersi della morale vittoriana nella classe dirigente indiana, conseguente alla colonizzazione, ha portato al divieto dell’esibizione nei templi e le devadasi hanno cominciato ad essere considerate alla stregua di prostitute. Solo nel Novecento, sull’onda del desiderio di rivalutazione della identità culturale, la danza ha ricominciato ad essere considerata un patrimonio da ricostruire e preservare. Tra quelli che si sono spesi a questo fine citiamo Rukumini Devi, bramina e fondatrice del Kalakshetra, che si è dedicata negli anni Trenta alla rivalutazione sociale della danza, e Baklasaraswati, che ha dato vita alla rinascita del Bharatanatyam. Dopo di loro molte altre artiste hanno contribuito a riportare la danza classica indiana al ruolo che le compete: se non è la più antica, ha sicuramente una delle più lunghe tradizioni di arti sceniche del mondo.

L'articolo proseguirà in una Parte II dedicata ai diversi stili di danza classica indiana codificati nel Natayashastra e appena più sopra elencati.
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NOTA. Derivando da una traslitterazione del sanscrito, alcuni termini possono essere noti scritti in modo leggermente diverso:
• in alcuni testi il Natyashastra è diviso nelle parole Natya e Shastra
• Rasa è scritto anche Rathi
• Bharatanatyam è diviso nelle parole Bharata e Natyam
• Spesso, in Italia, quando si fa riferimento a “corsi di danza indiana” ci si riferisce al solo Bharatanatyam
• Sringara Lasya è scritto anche solo Sringara


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• Danzaindiana.it

Nelle immagini:
- Riproduzione di un'immagine sacra raffigurante un dio danzante
- Ballerini di Kathakali
- Tipica devadasi
- Schema di una danzatrice di Bharatanatyam
- Antica scultura all'interno di un tempio
- Danzatrice di Bharatanaryam


ID=2970
9/7/2012
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