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articolo: La danza classica indiana - II parte


Proseguiamo con la nostra panoramica sulla danza indiana approfondendo ora gli stili codificati nel Natyashastra

I VARI STILI DI DANZA. Secondo i Sacri Testi il dio Shiva danzò originando il Tandava il cui elemento dominate è il Vira Rasa, ossia la lotta contro il male. Parvati, la consorte di Shiva, danzò il ruolo complementare nel quale i ruoli principali sono Lasya, ossia la grazia, e Sringara Lasya, ovvero il sentimento erotico.
Tutti gli stili di danza, perciò, sono caratterizzati da uno di questi due tipi fondamentali: Tandava e Lasya. Generalmente gli uomini sono i danzatori del Tandava perché adatti a metterne in evidenza i tratti caratteristici, mentre la Lasya viene eseguita da donne che ne possono incarnare al meglio la grazia e la delicatezza fisica.


Bharatanatyam Questo stile è una forma d’arte di espressione spirituale tra le più antiche dell’India, forse la più antica. Originaria del sud dell’India, in particolare nella regione del Taniore nel Tamil Nadu, il Bharanatyam non ha avuto i problemi tipici degli stili di danza del nord e poté crescere godendo anche, nel corso XVII secolo del mecenatismo dei sovrani.
Il Bharatanatyan è un’arte composita avente come elementi costituenti la danza, l’arte drammatica, la musica, la rima e il ritmo secondo i principi espressi nel Natyashastra.
La peculiarità di questo stile di danza è quella di concepire il movimento nello spazio principalmente lungo linee rette e triangoli: nel Bharatanatyan viene data molta importanza alla precisione delle linee e alla nitidezza delle forme. Per questo motivo, chi danza il Bharatanatyan deve porre sempre molta attenzione in ogni singolo momento della propria esibizione.
Vediamo ora come interpretare uno spettacolo di Bharatanatyan secondo i tre elementi fondamentali del nrtta, nritya e abhidaya.
Per la danza astratta, il nrtta, ha due parti complementari: il karana, ossia la posizione e il movimento del corpo, e l’adavu, ossia la posizione dei piedi riferita al suolo. Per il nrtya, ovvero per la parte espressiva, esso include l’espressione del corpo, del viso e i movimenti delle mani. Per capire quanto sia codificato questo tipo di danza, possiamo dire che, secondo l’abhinaya del viso, il Bharatanatya enumera: 9 movimenti per il capo, 9 per le pupille, 8 per gli sguardi, 8 per le ciglia, 7 per le sopracciglia, 6 per il naso, 6 per le guance, 6 per le labbra, 7 per il mento, 7 per il collo e 4 tipi di colorazioni diverse del viso.
Vediamo ora in cosa si compone un programma di Bharatanatyan:
Alaripu: la parte introduttiva, in questa fase si fa un invocazione e ci si prepara per il numero seguente
Jathisuaram: fase di danza pura in cui non vi è alcuna utilità specifica, ma viene in uso solo perché crea bellezza. Questo è il momento nrtta.
Sabdam: in essa s’introduce lo spettatore all’abhinaya (espressione del volto). È una danza intrepretativa con sentimento religioso o erotico.
Varnam: è il numero più interessante e difficile del programma. Essa è una combinazione di nrtta e abhinaya. Per ogni linea della canzone le sequenze di danza sono eseguite attraverso alcuni movimenti e alla fine si raggiunge il culmine.
Padam: il Pada è una canzone di sei o sette linee. Un segmento Padam prevede sei o sette Pada, il cui significato è interpretato per mezzo di abhinaya. Qui la danzatrice si occupa esclusivamente di gesti delle mani e dell’espressione del volto.
Tillana: è pura danza con complicati ritmi per i piedi. Le sue caratteristiche fondamentali sono grazia ed erotismo.
Sloka: è la parte finale del programma. Si tratta della recitazione di un breve verso sanscrito in cui la danzatrice, tranquillamente in piedi, si limita ad illustrare con gli occhi e le mani il significato del verso. Durante questa parte non c’è né ritmo, né musica.


Kathakali Il Kathakali, espressione artistica che risale probabilmente a circa 500 anni fa, è una forma di teatro danza che sintetizza la maggior parte delle forme teatrali dell’area. In essa, infatti, intervengono con un ruolo fondamentale, non solo i ballerini, ma anche i percussionisti, i cantanti, gli artisti del trucco e i costumisti.
Questo stile è riservato ai soli uomini che ballano sia le parti maschili che quelle femminili. Al fine di realizzare la rappresentazione l’artista, deve utilizzare tutte le parti del corpo, in modo particolare i muscoli, per raggiungere quella qualità teatrale drammatica che spicca in questo stile. Per questo motivo, gli attori-danzatori devono utilizzare delle tecniche di concentrazione, abilità e attitudini fisiche, di un’antica arte marziale del Kerala, la Kalaripayattu.
Le figure geometriche base del Kathakali sono il quadrato e il rettangolo, ma all’interno di queste forme il ballerino può tracciare delle diagonali o disegnare degli 8 con le mani.
Poiché le storie raccontate in una rappresentazione di Kathakali appartengono esclusivamente a miti o leggende, è credenza popolare che durante essa dei, eroi, spiriti e demoni arrivino sul palcoscenico da un’altra dimensione, ciascuno con il proprio trucco, costume e copricapo tutti conformi alla propria indole. I personaggi, ma sarebbe più appropriato chiamarli tipi, devono avere i volti dipinti di colori accesi e i costumi particolarmente elaborati che rimandino alle storie epiche indù tratte dal Mahabharata, e dal Ramayana.
I tipi che caratterizzano il Kathakali e che forniscono le basi per tutti i personaggi delle rappresentazioni sono tre: Sattvica (virtuoso, spirituale), Rajaska (teso al possesso, feroce) e Tamosika (oscuro, di tipo basso).
Nonostante sia una danza solo maschile, in essa viene rappresentato il Sringara Lasya. L’erotismo deriva dal sentimento dominante (bhava) dell’amore (rasa). L’emozione erotica viene rappresentata con un abito lucente poiché ogni cosa bianca, pura, luminosa e splendida da valore allo stato dominante dell’amore. In questa danza i costumi sono bellissimi perché l’eleganza è connessa con l’avvenenza.
Il sentimento erotico ha in sé due elementi: l’unione e la separazione. L’erotismo dell’unione nasce da cause determinate dal piacere del momento e dal piacere degli oggetti ad esso collegati, mentre l’erotismo della separazione è rappresentato dall’indifferenza, dal languore, dalla paura, dalla gelosia, dall’ansia, dalla fatica, dallo struggimento, dall’assopimento, dal sonno, dal sogno ad occhi aperti dalla malattia, dalla pazzia, dalla inattività, dallo svenimento e da altre condizioni.


Odissi Questo stile, originario dell’Orissa (stato nell’India Orientale), si suppone sia nato nel II secolo a.C. Di esso, infatti, si sono trovate testimonianze archeologiche risalenti ad un’epoca antecedente la prima datazione del Natyashastra.
Questo stile segue una tecnica che è esposta sia nel Natyashastra che in un testo sacro proprio della regione d’origine, chiamato Shilpashastra. Poiché, come consuetudine, si hanno scarsi riferimenti scritti, per quanto riguarda la storia dell’Orissi, ci si avvale soprattutto di supposizioni. Certo è che questo stile, contrariamente a quelli esposti precedentemente, è nato prima come danza di corte e solo in seguito ha acquisito un valore sacro, in particolare per i buddhisti e i jainisti. Soppresso durante il periodo del Raj britannico, esso è rinato dopo l’indipendenza dell’India ed ora sta vivendo una seconda fase del proprio sviluppo.
In questo stile il corpo è studiato in termini di tre inclinazioni possibili; pertanto il suo peso non è mai distribuito un modo equo rispetto all’asse mediano, ma passa continuamente da un piede all’altro formando figure che, comunemente, vengono accumunate dalla posa Tribhanga che significa “rottura in tre parti” e si compone del movimento indipendente della testa, del torace e del bacino; proprio quest’ultimo movimento ne determina la peculiarità e l’analogia con lo stile Kuchipudi, che analizzeremo in seguito.
Nel corso dei secoli si sono sviluppate tre scuole principali per la diffusione della danza orissi: la scuola Mahari (che consacrava le donne al tempio ed era perciò solo femminile), la scuola Gotipua (che è di tradizione maschile, infatti i gotipua erano i ballerini che ballavano, vestiti anche in modo femminile, fuori dai templi, tra la popolazione) e la scuola Nartaki (che era lo stile più propriamente cortigiano in cui le ballerine intrattenevano nobili e sovrani).
Analizzando uno spettacolo orissi, lo si può scomporre secondo il seguente repertorio:
Mangalacharana: simile allo shloka del Bharatanyatam, esso consiste nell’inno di invocazione e si divide, a sua volta in due parti:
o Pranam Bhumi: saluto a Madre Terra
o Pranam Trikhandi: triplice saluto (agli dei, al guru e al pubblico)
Battu Nrutya: danza in onore del dio Shiva (signore della danza cosmica). È il momento di danza pura ed è uno degli aspetti più difficili dello stile. In questa parte non c’è musica, ma una voce che ripete un ritornello a un ritmo sempre più veloce.
Pallavi: elemento di pura danza in cui viene elaborato un raga (modello melodico tipico della musica classica indiana) attraverso i movimenti oculari, le posture del corpo e un intricato gioco di gambe. Sia la danza che la musica si evolvono in complessità dal lento e aggraziato fino al tempo veloce e orgasmico.
Abhinaya: è il momento di danza espressiva in cui si rappresenta una canzone o una poesia
Danza Dramma: si differenzia dall’Abhinaya in quanto è più lungo ed è eseguito da più ballerini.
Moksha: è la parte conclusiva del recital e significa “liberazione spirituale”. In esso il ballerino si libera nel puro piacere estetico: movimento e posa si fondono per creare modelli sempre nuovi. La danza entra in un crescendo e si dissolve nel nulla con il suono cosmico della “Om”.


Kuchipudi Questo stile di danza è nato circa 500 anni fa nel villaggio che porta lo stesso nome, nell’Andra Pradesh, da un gruppo di bramini. Esso si rifà al Natyashastra ed è una danza riservata ai soli uomini.
A differenza del Bharatanyatan, il Kuchipudi non è nato nei templi, ma si è diffuso come danza per il popolo e come mezzo di sostentamento per gli artisti particolarmente devoti. La devozione tra i danzatori ha permesso il diffondersi del sentimento religioso tra la gente comune.
Durante le rappresentazioni di Kuchipudi si trattava un tema che poteva essere di origine epica o mostrava delle tematiche sociali che richiedevano una soluzione.
Nel loro girovagare tra i villaggi la forza della devozione dei bramini fu tale che il Kuchipudi stesso è divenuto un vero e proprio movimento religioso grazie, in modo particolare a due grandi devoti: Tirtha Narayana Yati e Siddhendra Swami Yogi. Essi furono anche gli autori di poemi che ispirarono due delle danze principali del repertorio del Kuchipudi in onore di Krishna.
Un aspetto fondamentale è il Vacikabhinaya (espressione verbale): in esso si richiede che i danzatori cantino con le parole per accrescerne la bellezza. La musica di riferimento è la musica carnica.
Lo spettacolo, che si basa su ritmi molto elevati, presenta uno schema che prevede che lo spettacolo cominci con alcuni riti di scena, dopo di che ciascuno dei personaggi arrivi sul palco e introduca se stesso con un dharavu (una piccola composizione di canto e danza) per introdurre l’identità, creare l’atmosfera del carattere del dramma.
Nel Kuchipudi sono presenti alcune danze molto singolari: una in cui il ballerino danza con una brocca d’acqua sulla testa e, muovendo i piedi ad un ritmo molto elevato, non ne faccia cadere neanche una goccia; altre due sono il Vinayaka Nritya e il Simhananadana Nritya. In queste il palcoscenico viene cosparso di una polvere bianca e, alla fine dell’esibizione, rimangono impressi nel pavimento, rispettivamente, Vinayaka, cioè una delle rappresentazioni di un dio, e un leone.
Degni di nota sono i costumi che risultano essere particolarmente elaborati e ricchi.


Kathak Questo stile è originario delle bande nomadi del Uttar Pradesh, nell’India del Nord e deriva da una parola sanscrita che significa “colui che racconta una storia”.
Avendo subito diverse contaminazioni, questo stile è ora considerato una fusione tra le danze del tempio, l’influenza del movimento bhakti, la danza persiana e del centro dell’Asia; certo è, comunque, che esso presenta interessanti somiglianze con il flamenco spagnolo. Anche la musica, hindustani, ha subito diverse contaminazioni nel corso dei secoli ed essa è divisibile in due diversi stili: il kirtan e il dhrupad.
Nel Kathak il movimento dei piedi è centrale, esso è direttamente influenzato dai cicli metrici, tala, sulla base dei quali si devono eseguire le variazioni ritmiche. Il corpo del danzatore si mantiene sull’asse centrale.
A causa delle numerose contaminazioni, si possono individuare diverse scuole riferenti a questo stile a seconda del guru che l’ha tramandato: Lucknow Gharana, Jaispur Gharana, Bernares Gharana e Raigarh Gharana.

Vedendone il Nritta, si può affermare che secondo il repertorio la struttura del Kathak tende a seguire un ritmo da lento a veloce terminando con un climax drammatico. In questo stile si distinguono due composizioni: il tukha (breve) e il toda (più lungo). I tukha sono composte per evidenziare aspetti specifici della danza come le curve e le diagonali. Una caratteristica dei tukha sono le piroette: in questo stile esse vengono eseguite appoggiandosi sul tallone.
Analizzandone il Nrtya si può evidenziare che oltre al tradizionale abhinaya, il Kathar possiede anche uno stile per l’esecuzione di brani espressivi. In esso, grazie alla vicinanza tra l’attore e il pubblico, è facile cogliere le varie espressioni.
Per quanto concerne i costumi si può affermare che essi, rispetto agli altri stili, sono relativamente semplici: essi sono simili a dei sari per le donne,mentre gli uomini ballano, generalmente a torso nudo.

Manipuri Il Manipuri prende il nome dalla regione del nord in cui è nato nel corso del quindicesimo secolo: il Manipur. Poiché si tratta di una regione di confine anche l’arte risulta una contaminazione di varie culture. I Meithei, abitanti di questa regione, fanno della danza una routine quotidiana e la ritengono un’offerta alla divinità; per questo motivo si può affermare che essa è puramente spirituale. I canti che accompagnano queste danze sono ispirati ai Kirtan cantati nello stile della musica del Nord, l’hindustani.
In questo stile il Tandava e il Lasya sono ben distinte: il primo, ballato dagli uomini, prevede salti e rotazioni in aria accompagnati dal suono di percussioni suonate dagli stessi ballerini; mentre il secondo, ballato dalle donne, è composto di movimenti sinuosi e spiraliformi indistinti e ondulati.

Mohiniyattam Originario, come il Kathakali, del Kerala, era molto popolare durante il regno di Chera tra il IX e il XII secolo. Come molti altri stili, esso presenta origini mitologiche: il signore Vishu venne in aiuto agli dei assumendo sembianza femminili (Mohini) e, ammaliando i demoni con le sue grazie, rubò loro l’elisir che restituì agli dei.
Per questo motivo è uno stile adottato anche dalle Devadasi, possedendo sia una parte Nrtya (danza drammatica) e Nrtta (danza pura).
Questo stile è da considerare quasi una fusione tra il Bharatanatyam e il Kathakali, infatti possiede la grazia elegante del primo e il vigore del secondo. In esso i movimenti devono essere lenti graziosi ed ondeggianti, mentre i gesti sono fatti con le mani e gli occhi.
I vestiti sono semplici ed eleganti: colorati di bianco o avorio con ricami in oro.


Sattriya Originario dell’Assam, questo stile è il meno noto, perché riconosciuto come classico solo nel 2000 ed è ancora danzato nei monasteri locali.
Inizialmente questo stile era danzato solo dagli Sattrya, monaci uomini, nella sala della preghiera, allo scopo, puramente didattico, di spiegare storie mitologiche in una rappresentazione detta Ankiya Nat.
Nonostante lo scopo puramente narrativo, nel corso degli anni si è aperto anche a momenti di danza pura e, negli anni Sessanta è uscito dai monasteri per essere ballato anche dalle donne in altri contesti. Le musiche su cui si basa sono detti borgeet e sono basati su raga classici.
Tipici dello stile sono i turbanti classici bianchi che coprono il capo dei danzatori.

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NOTE

Derivando da una traslitterazione del sanscrito, alcuni termini possono essere noti scritti in modo leggermente diverso:
• in alcuni testi il Natyashastra è diviso nelle parole Natya e Shastra
• Rasa è scritto anche Rathi
• Bharatanatyam è diviso nelle parole Bharata e Natyam
• Spesso, in Italia, quando si fa riferimento a “corsi di danza indiana” ci si riferisce al solo Bharatanatyam
• Sringara Lasya è scritto anche solo Sringara


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• Danzaindiana.it

Nelle immagini:

-Danzatrice di Orissi
-Danzatori di Kuchipudi
-Danzatrice di Kathak
-Danzatori di Manipuri
-Danzatrice di Mohiniyattam
-Danzatrici di Sattrya


ID=2971
14/10/2012
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