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    danza & medicina: Quando la scarpa da punta


    A cura di Walter Albisetti e Omar De Bartolomeo



    Il piede è una struttura particolarmente complessa, capace di assolvere a due importanti funzioni; è infatti organo di senso e di moto, capace cioè di trasferire al terreno la forza espressa dalla contrazione muscolare e di adattarsi perfettamente e istantaneamente alle condizioni di appoggio in cui esso si trova. Nella pratica della danza classica, il piede è anche organo adibito all’espressività, alla gestualità. È quindi parte di un gesto esteticamente ricercato e studiato.

    L’uso della scarpa da punta fu introdotto nel 700, al fine di migliorare l’aspetto estetico delle ballerine. Da allora la scarpa si è molto evoluta, grazie al perfezionamento dei materiali e della tecnica di costruzione. Oggi il desiderio di tutte le bambine che iniziano a frequentare una scuola di danza è volteggiare sulla scarpetta da punta di raso rosa…ma a che età è corretto iniziare lo studio della punta?

    Sicuramente mai prima dei 10 anni di età, il piede è ancora troppo immaturo e i nuclei di accrescimento delle ossa ancora troppo suscettibili a danno (figura 1). Ci sembra giusto iniziare lo studio della scarpa da punta tra i 10 e i 12, ma devono esistere condizioni importantissimi:
    la ballerina deve infatti possedere un tronco stabile e forte, deve sapere controllare e mantenere il corretto aplomb a livello dell’arto inferiore, deve saper eseguire correttamente i fondamentali tecnici e possedere un buon en-dehors. Ancor più importante è la preparazione della punta mediante lo studio della mezza punta. La ballerina infatti dovrebbe saper eseguire correttamente il lavoro in mezza punta prima di imparare l’uso della scarpa da punta.
    Il piede deve essere forte, ben stabile, con una caviglia ben sostenuta dal lavoro muscolare, soprattutto in en-dehors, dove non deve assolutamente acquisire atteggiamenti incongrui (figura 2).
    Nell’esecuzione della punta si verifica una estensione di tutte le articolazioni del piede. Il ruolo più importante è svolto dalla articolazione tibio-astragalica, la vera responsabile della formazione del così detto “collo di piede”. La flessione plantare infatti determinerà infatti l’allineamento delle diverse ossa del piede così che il peso venga scaricato lungo un immaginario asse “ginocchio-malleolo-testa metatarsale-dita piede”. Se questo asse perde la sua rettilineità, allora si determinano stress a livello capsulo-legamentoso e muscolo-tendineo, sia a livello del dorso piede che a livello plantare. Questo può condurre all’insorgenza di patologie e, se associata a tecnica errata (ad esempio: caviglia non ben sostenuta), a traumi.

    Talora esistono limitazioni anatomiche all’acquisizione dell’en-pointe:

     1) limitazioni posteriori: dati dalla presenza di os trigonum, processo di Stieda o processi infiammatori muscolo-tendinei o capsulari.
     2) Limitazioni anteriori: dovuti a processi infiammatori capsulo-legamentosi o tendinei o alla conformazione delle superfici articolari.

    Nelle immagini seguenti si osserva la differenza di forma delle due punte. Si osserva come un “piede con poco collo” (figura 4) sia caratterizzato da un diversa conformazione dell’astragalo e una diversa capacità di particolarità a livello delle articolazioni tibio-astragalica e delle articolazioni più a valle. Osservare, ad esempio, la posizione assunta dal calcagno. Inoltre, si nota come in un “piede con poco collo”, la punta è acquisita “lavorando” molto la regione dell’avampiede, vale a dire della regione tarso-metatarsale. Particolare attenzione devono prestare queste ballerine, in quanto si trovano predisposte a lesioni della capsula articolare della caviglia.



    Si può quindi dire che è importantissimo iniziare il lavoro sulle punte non troppo precocemente e che il suo studio deve essere attento e meticoloso, in quanto non bisogna trascurare la tecnica di esecuzione. Un inizio precoce infatti predispone a lesioni ossee (fratture da stress), articolari (alluce valgo), tendinee e legamentose. Una tecnica errata costituisce un fattore aggravante, capace di far perdurare nel tempo patologie anche banali.


    ID=340
    13/11/2004
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