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danza & medicina: Quando l'insegnante non ha riguardo


Molto spesso la danza è un sogno che si coltiva fin dall’infanzia, quando il corpo è ancora un tenero arruffìo di movimenti, ma la testolina già vola sulle punte, avvolta in un tutù stile Degas.
Felicità è trovare una mamma e un papà che si accorgono che il sogno prende forza, del fatto che questo “sacro fuoco” – di antiche radici – non è un capriccio, e allora inizia l’avventura, quella vera. Si incontra l’insegnante, più d’uno nel corso del tempo, che diventano le pietre miliari di questo cammino su e giù dalle punte. E il sogno cresce.
Cresce anche il corpo, già.

Spesso non ha molta importanza, la conformazione della piccola ballerina: gli esercizi lunghi anni e la pubertà saranno i soli veri rivelatori delle sue doti fisiche legate all’estetica della danza classica. Altro discorso è la mobilità articolare: madre natura può essere implacabilmente sorda ai richiami dell’aspirante ballerina; più spesso invece l’esercizio aiuta a rivelarne, oltre le doti ginniche, il carattere. L’ingrediente che però fa la differenza è l’insegnante. Cosa succede se all’insegnante non aggrada il corpo dell’allieva, il suo modo di muoversi, di apprendere – soprattutto se non ci sono motivi così evidenti che qualcosa vada male – soprattutto se si è già arrivate in una Scuola di livello?

Corpo e mente funzionano come un’unità. Un problema sul corpo ha immediatamente un influsso sulla mente. E se un insegnante comincia a dire che il corpo “non va” mentre la danzatrice è in crescita, i danni che possono seguire rischiano di non estinguersi mai.
Nessuno può mettere la danzatrice al riparo dal fatto di incontrare un’insegnante tecnicamente preparata, che magari è stata una danzatrice apprezzata, ma che abbia conservato in sé un’immagine distorta del rapporto tra insegnamento/apprendimento ed emotività.
Comunemente si pensa che le danzatrici di classico amino autoinfliggersi delle punizioni, attraverso i sacrifici per esercitare il corpo a posture non naturali, per i tempi che i teatri hanno e che non risparmiano chi ci lavora, per i sacrifici alimentari che a volte sono costrette a fare. E se nelle leggende metropolitane può esserci del vero, che fa da sfondo alla formazione delle ballerine, la presenza di un’insegnante che ha dimenticato quale influenza possono avere le parole di un tutore su un giovane può rendere la vita disperata a ragazze che invece potrebbero lavorare tranquillamente.

Il corpo impara con canali diversi. In latino il “sapere” si traduce in due modi: cognosco, che significa una comprensione intellettuale; sapio, che proviene dalla radice di “gustare, assaporare”. I due aspetti sono complementari, ma per le discipline come la danza -- che “gusta” l’anatomia – manca un referente cognitivo sistematico applicato alla sensazione. Di conseguenza, la percezione del “sentire” il movimento può essere intesa in modo differente tra l’allieva e l’insegnante, e questo crea una spaccatura, che a volte si esprime sul lato mentale con un disaccordo verbale, e più spesso si esprime sul piano fisico, e in questo caso a rimetterci è solo l’allieva, nella quale l’aspetto cognitivo del suo corpo (lo vede) e quello sensibile (lo sente) cominciano a viaggiare su strade diverse e a non incontrarsi più.
Oltre al fatto di creare i presupposti per un’anoressia, di cui non si tratterà qui, questo tipo di scissione comporta un allenamento dell’allieva a percepire il suo corpo in modo distorto, nel tentativo che fa di “vedere” anche lei quello che l’insegnante vede. La danzatrice si avvia così a perdere il contatto più profondo con se stessa e con la fiducia nel suo “sentire” la danza, ricevendo l’impressione costante di essere sbagliata in qualcosa di inafferrabile e perciò del tutto impossibile, o quasi, da comprendere e ricostruire. Il corpo diventa uno sconosciuto, un nemico; le proprie percezioni, del tutto inaffidabili. E anche se la ballerina alla fine, sacrificando tutto ciò che la sua peculiare (e unica) natura femminile vorrebbe esprimere, arriva ad accontentare l’insegnante, ne risulterà – al termine dell’adolescenza – una personalità fragile, legata ai valori dell’apparenza, sempre sull’orlo dell’autodisprezzo, timorosa dell’altrui critica, dello specchio, ipercritica sull’abbigliamento, pronta a crollare psicologicamente qualora non riuscisse a portare a termine i traguardi competitivi che via via si pongono.
Questo problema viene trasmesso tipicamente da un’insegnate donna. Nella donna il simbolismo del corpo è strettamente correlato alla sua stessa natura femminile: l’espressione, la trasmissione di sensazioni appartengono infatti al regno femminile. Nella psiche i processi basilari sono simbolici, e il simbolismo è profondamente radicato nel corpo: perciò, lo stato di quest’ultimo determinerà l’emergere dei simboli personali, l’emergere cioè di tutto quello che una danzatrice ha accumulato dentro di sé riguardo se stessa e la danza come espressione. Ma se una danzatrice ha accumulato dentro di sé l’icona del sacrificio, e si è attaccata a quella senza realmente essere cosciente di cosa è successo alla sua femminilità, che tipo di insegnante si troverà a incarnare? Apprezzerà solo allieve che coltivino la stessa icona, e facilmente proietterà su alcune (ignare) allieve danzatrici tutto l’odio che ha provato per chi, a suo tempo, ha cercato di impedirle di diventare ciò che è.

Come reagire? E’ importante che l’allieva, appena sente di essere diventata un bersaglio (e non semplicemente il terminale di correzioni adeguate), avverta la famiglia di cosa sta succedendo. A volte è impossibile cambiare scuola, soprattutto se si tratta di un’accademia; è necessario attrezzarsi psicologicamente e approfittarne per crescere. Chiedere un supporto psicologico è la prima cosa sensata da fare; è meglio se lo specialista ha dimestichezza con qualche tecnica corporea (Feldenkrais, integrazione posturale, shiatsu … almeno come utente!). Prima che si crei lo strappo tra come si vede il corpo e come lo si percepisce, cominciare un lavoro di esercizi proprio su questo. Una base per iniziare, intanto, è cominciare a pensare il proprio corpo NON in funzione della danza, ma recuperarne le sensazioni originarie. Se non si fa questo passaggio, arrivare a capire quali meccanismi si sono spezzati potrebbe diventare troppo difficile.
Mal che vada, comprarsi una batteria di libri che aiutino. In linea di massima, il semplice fatto di aprirsi a una comprensione più vasta di come funziona il corpo nella cognizione e nell’espressione del movimento dovrebbe arrivare a schermare la psicologia dell’allieva in modo che l’insegnante perda interesse nell’accanirsi.
La base è, possibilmente, una famiglia che sia poco facilmente preda dell’abbaglio di avere una figlia che studia in accademia e che comprenda che nella vita i tempi per imparare qualcosa su se stessi possono presentarsi inaspettati, e richiedere qualche sacrificio (d’altro genere): è meglio rallentare l’iter scolastico ma avere una figlia mentalmente sana, consapevole, e in giovane età già attrezzata per far fronte alla vita con doti di discernimento, che cercare di tenere insieme a tutti i costi un castello che rischia di andare in pezzi.
Ma anche se la famiglia non fosse d’appoggio più di tanto, la danzatrice ha in sé le doti per cercare di conquistare con caparbietà il senso della sua educazione al movimento e alla danza, cercando appoggi all’esterno. L’importante è affrontare il momento presente, senza paura di compromettere in futuro il sogno che è nato nell’infanzia. Ogni cosa ha un suo tempo e un suo ritmo, e una danzatrice ha cuore, cervello e corpo per ascoltare entrambi.


Per iniziare:
Andrea Olsen - Anatomia esperienziale - Red Edizioni, Como, 1994
L.M. Vincent - Competere con la Silfide - Editore Di Giacomo, 1980


ID=669
16/9/2005
Giulia Maria d'Ambrosio leggi gli articoli di Mamma di Verainvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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