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intervista: Fabio Grossi


Fabio Grossi, romano, formatosi all'Accademia Nazionale di Danza di Roma, dopo il diploma ottenuto con il massimo dei voti, si perfeziona con Marika Besobrasova, Rossella Hightower, Raymond Franchetti e Willy Burmann e, dal '97 ad oggi, è stato membro di prestigiose compagnie europee: Ballet du Grand Theatre de Geneve, Leipziger Ballett Uwe Scholz, Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano e Ballet National de Marseille sotto la Direzione di Marie Claude Pietragalla.
Oggi è, indiscutibilmente, la punta di diamante della compagnia di balletto del Teatro dell'Opera di Roma diretta da Carla Fracci.
Seduti in un bar a due passi da P.zza Farnese, gli mostro immediatamente la locandina di Excelsior che, nel '97, fu rappresentato integralmente sul palcoscenico all'aperto dell'Accademia. Fabio, allora, si divideva tra il ruolo dell'Oscurantismo e di Valentino al fianco di Fara Grieco e Fethon Miozzi. A distanza di nove anni da quel debutto, la strada intrapresa è stata lunga ed ha riservato sorprese e soddisfazioni del tutto meritate.





Dopo quelle serate in cui danzavi in Excelsior, come si è sviluppata la tua carriera?

Quella rappresentazione ha segnato il punto di conclusione del mio intensissimo periodo scolastico, un periodo di formazione coronato dalla vittoria del Concorso di Rieti e dal diploma di finalista del Concorso Internazionale di Mosca presieduto da Yuri Grigorovich (in giuria ricordo la Makarova, Ben Stevenson, le compiante Ulanova e Lepeshinskaya e una giovanissima vincitrice: Alina Cojocaru), dopo il quale Mauro Bigonzetti mi ha ingaggiato nel suo “nuovo” Aterballetto e il Professor Alberto Testa mi ha assegnato il Premio Positano come giovane promessa italiana. Lasciai l’Accademia e la mia insegnante Clarissa Mucci con un anno d’anticipo grazie ad un permesso speciale. Con Mauro ho vissuto un anno emozionante; mi sono ritrovato a soli 19 anni al fianco di grandi professionisti provenienti dall’American Ballet Theatre come Valentina Scala o dal Ballet de Toulouse, penso a Masha Daudel e Thibault Cherradi, come protagonista delle sue creazioni. Mauro è eccezionale per creare balletti su misura per l’interprete che di volta in volta vuole valorizzare, e a me regalò il ruolo principale dell’Inferno, primo capitolo della sua trilogia sulla Divina Commedia di Dante Alighieri.
La motivazione che mi ha spinto a lasciare l’Ater dopo un solo anno, era la curiosità di indagare ambiti coreografici il più possibile diversificati tra loro; ciò che mi stimolava a vent'anni era il confronto culturale, l’incontro con professionisti di formazione differente e la sfida di affrontare ogni tipo di stile. Ho passato, dunque, una stagione nel Ballet du Grand Theatre de Geneve dove ho lavorato con Ohad Naharin per Axioma 7 e con Tony Rizzi del Frankfurt Ballet per Steptex di Forsythe ed ho incontrato grandi maestri come Willy Burmann del New York City Ballet e Jan Nuyts del Nederlans Dans Theater. Poi, ho avuto il privilegio di essere accolto dall’indimenticabile Uwe Scholz, prematuramente scomparso, nel suo Leipzig Ballet. Oltre ai suoi magnifici balletti sinfonici, qui ho avuto l’occasione di danzare il mio primo Kylian (Sinfonietta, preparato con Arlette Van Boven) e di lavorare direttamente con Robert North.
Successivamente, ho passato alcuni mesi in seno al Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, periodo che ricordo importante soprattutto per le magnifiche classi di Philip Beamish accanto ad Alessandra Ferri e la possibilità di osservare da vicino grandi etoiles come Massimo Murru, Roberto Bolle, Sylvie Guillem (che spiavo nella mensa per assicurarmi che mangiasse come tutti gli esseri umani) nella preparazione della sua Giselle, e le bellissime scaligere Gilda Gelati, Sabrina Brazzo e Marta Romagna. Con simpatia irresistibile mi torna alla memoria, l’ottimo lavoro di Aleth Francillon, ricostruttrice a Milano de Il lago dei cigni di Nureyev.
Amedeo Amodio mi ha offerto la sua sensuale versione dell’Apres-midi d’un Faune accanto a sua figlia Cristina, nella sede della Batsheva Dance Company.
Infine, l’avventura francese: due stagioni sotto la guida di Marie Claude Pietragalla, affascinante stella dell’Opèra di Parigi, nella compagnia che a Marsiglia fu di Roland Petit. Qui ho approfondito lo stile Forsythe con Approximate Sonata e lo stile Balanchine con I quattro temperamenti e Stravinsky Violin Concerto rimontati da Karin Von Aroldingen, oltre ad alcuni ruoli classici e alle creazioni della stessa Pietragalla portati in tournée in tutta la Francia, come Sakountala che ha riscosso notevole successo al Palais des Congres di Parigi. Ho anche avuto la fortuna di incontrare Raymond Franchetti, Maestro di grandissimo valore.
Grazie a tutte queste esperienze e ai tanti viaggi intrapresi, ho avuto modo di crescere molto in fretta e di costruire un ricco bagaglio artistico.





Tu Fabio rappresenti un'eccezione nell’attuale panorama della danza in Italia: sei tornato in un momento in cui moltissimi ballerini, neodiplomati e non, preferiscono tentare all’estero per sfuggire da una situazione critica. Perché questa decisione e com’è avvenuta?

Dopo tante meravigliose avventure ho cominciato a sentire il bisogno di ritrovare la mia sfera di intimi affetti, il “calore di casa”. Inoltre, cambiare spesso ambiente di lavoro è molto stimolante nei primi anni di carriera ma poi si ha bisogno di più tempo per costruire, approfondire e maturare. Su consiglio di Luc Bouy, grande interprete di Mats Ek, mi sono presentato all’audizione dell’Opera di Roma fiducioso del lavoro eccellente che Carla Fracci stava intraprendendo già da qualche tempo. E la scelta si è rivelata vincente. Dopo poche settimane dal mio arrivo in compagnia, ho debuttato come Principe Siegfried ne Il lago dei cigni di Galina Samsova in coppia con Gaia Straccamore e poco dopo come Principe Albrecht in Giselle. In quell'occasione, mentre preparavo il ruolo di Hilarion, mi era stato detto solamente di aiutare Laura (Comi, ndr), la nostra etoile, per gli adagi del secondo atto in attesa dell’arrivo di Bolle, protagonista al primo cast. Non pensavo che la Sig.ra Fracci mi volesse per il ruolo principale; l’ho scoperto una mattina leggendo il mio nome sul manifesto dello spettacolo a pochissimi giorni dal debutto! L’emozione, come anche la riconoscenza per la fiducia che mi era stata data, è stata fortissima ed ha sfiorato la commozione quando, a recita finita, il pubblico romano mi ha aperto le braccia. Ero veramente tornato a casa!





Il pubblico romano ti considera un acquisto prezioso per la compagnia del Teatro dell’Opera, soprattutto in questo momento di rinascita della compagnia capitolina. Tu che ne pensi?

La rinascita c’è ed è eccezionale, considerata la difficile situazione generale. Fondamentali sono stati gli sforzi quotidiani e l’abile programmazione della Sig.ra Fracci. Ciò che finalmente caratterizza le stagioni dell’Opera è la costituzione mirata di un repertorio classico originale ed unico, non d’importazione, ma distintivo e riconoscibile. E’ grazie a questo, che la compagnia può lavorare con costanza assicurando un buon livello di qualità e può crescere, anche nel confronto con i bravissimi artisti invitati e con l’aiuto di grandi maestri ospiti. Talenti come Anjella Kouznetsova, Alessia Barberini, Claudia Bailetti (anche lei formatasi all’Accademia, proveniente dal Miami City Ballet e dal Balletto di Roland Petit), l’ex scaligera Simona Onidi, Riccardo Di Cosmo, Alessandro Tiburzi e l’etoile Mario Marozzi stanno continuando ad avere la possibilità di conquistare il loro pubblico, come meritano.
E poi sicuramente le creazioni, spesso d’ispirazione letteraria e comunque di notevole valore culturale che Beppe Menegatti concepisce appositamente per i suoi interpreti. Per me ha pensato due ruoli meravigliosi, diversi tra loro ma entrambi incredibilmente passionali, intensi ed estremi: Don Alonso ne La Gitana di Filippo Taglioni curata da Paul Chalmer (presentata a Verona nel ’96 con il grande danzatore di flamenco Josè Antonio e appositamente ricreata, in versione classico-folklorica, per me) e Leonardo nel recente Nozze di Sangue di Luc Bouy. Se infatti, i grandi ruoli del repertorio classico rappresentano di sicuro un'ambizione di prestigio e un'insostituibile sfida tecnico- stilistica (sto preparando proprio in questi giorni il ruolo del Principe ne Lo Schiaccianoci di Jean-Yves Lormeau), questi “su misura” permettono di mostrare più sfaccettature di sé, di sfruttare al meglio le proprie doti individuali e di servirsi con più facilità del proprio vissuto come bagaglio espressivo.
La danza è, ed è sempre stata, per me, un’insostituibile maniera di comunicare col mondo, di “dire la mia”, attraverso un linguaggio che non può che essere personale ed autentico. Vivo lo spettacolo come una magia grazie alla quale è possibile riuscire a far volare con sé un intero pubblico di spettatori verso qualunque tipo di emozionante destinazione. E il teatro è proprio la poesia che diventa umana, grazie alla passione di chi vi si dedica e a quella di chi lo ammira.





Quali tra le personalità che hai avuto modo di incontrare e con le quali hai lavorato, ti ha colpito maggiormente?

Carla Fracci, soprattutto nel periodo di preparazione della sua Giselle. Ricorderò sempre con sincera ammirazione l’abilità e l’efficacia con le quali, nell’intento di mostrare ai danzatori i vari ruoli, riusciva a caratterizzare le peculiarità e l’essenza vera di ciascun personaggio, da Hilarion alla madre di Giselle, mediante gesti minimi o una diversa luce nel volto. Vi assicuro che la sua scena della follia, semplicemente accennata durante quelle prove, è tuttora di una forza drammatica devastante.
Farle da partner personale, poi, è un’esperienza unica e gratificante, una volta superata l’iniziale legittima preoccupazione di avere una leggenda vivente tra le mani!
Ho avuto questo inaspettato privilegio in due occasioni: l’anno scorso, subentrando a Igor Yebra in un lungo passo a due su Schoenberg in omaggio a Petrarca e quest’estate, al Festival Boccherini diretto da Herbert Handt nelle magnifiche Ville lucchesi, in un nuovo duetto dello Stabat Mater di Menegatti e Bouy.








Come affronti la preparazione di un ruolo?

Innanzitutto mi concentro sull’aspetto tecnico-stilistico, per avere poi assoluta libertà d’espressione. Lavoro in sala con i Maestri ma molto anche da solo con l’aiuto dello specchio per studiare gesti o posture che si adattino meglio alla mia figura. Dedico grande attenzione all’uso mirato dello sguardo, del “focus”, per evidenziare un'intenzione o un'emozione e far sì che risulti il più possibile naturale, proprio come nella vita. Mi concentro molto sulla relazione che il mio ruolo ha o può avere con gli altri personaggi del balletto, o meglio con i concetti astratti che essi rappresentano. Nel caso di un ruolo classico, poi, si può far riferimento ad altri danzatori per perfezionare i dettagli stilistici o superare eventuali difficoltà tecniche. Per addentrarsi nell’atmosfera della storia che si vuole di volta in volta raccontare, reputo sia fondamentale documentarsi sulla letteratura, la musica e l’iconografia che la caratterizzano. Una volta in scena, poi, è l’istinto a prevalere e nonostante una preparazione razionale, possono scaturire forze che sorprendono anche se stessi!



Per ulteriori informazioni, visita il sito ufficiale di Fabio Grossi




Nelle immagini:

- Fabio in sala prove;
- Con A. L. Seilan ne La bella addormentata. Ballet National de Marseille, 2001. Foto di P. Herrera;
- In un ritratto fotografico di Massimiliano Pappa;
- Principe Sigfrid ne Il lago dei cigni con Carla Fracci, Regina Madre. Teatro dell'Opera di Roma, 2004. Foto di C.M. Falsini;
- Leonardo in Nozze di sangue con Anjella Kouznetsova. Creazione di Luc Bouy. Teatro Nazionale, 2005. Foto di C.M. Falsini.





ID=810
22/12/2005
Andrea Roselli leggi gli articoli di andrea79invia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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