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danza & medicina: Scoliosi e danza


Il convegno di Medicina della Danza del 2005 ha visto tra i protagonisti la dottoressa Luana Poggini, medico ortopedico e fisiatra, docente di Anatomia all’Accademia Nazionale di Danza (vedi il report su Convegno di Medicina della danza). La sua relazione sulla scoliosi viene esposta qui, completata con alcuni chiarimenti, dato l'interesse, e la preoccupazione, che la materia suscita nel mondo della danza, soprattutto tra le aspiranti danzatrici.
Se vi hanno diagnosticato un po’ di scoliosi, non prendetevela troppo. Non si tratterà, se non raramente, di un problema grave come quello che le ragazze hanno dovuto affrontare dai primordi della coscienza dell’umanità. La scoliosi infatti è una malattia conosciuta fin dall’antichità, ne parlavano anche gli antichi Egizi, perché provoca una deformità e cambia il modo con cui la persona viene vista dall’esterno. Arte e letteratura se ne sono impossessati spesso. Nel corso dei secoli le ragazze affette da scoliosi sono state nascoste, e tale problema è stato anche associato alla stregoneria. Adesso la diagnosi di scoliosi avviene molto precocemente, e i dispositivi correttivi che abbiamo a disposizione hanno dato un energico punto di fermo e di sostegno (è il caso di dirlo) alla colonna vertebrale, e quindi hanno spazzato le superstizioni. Tutto l’alone leggendario che la malattia si è creata nel corso dei millenni giustifica però l’ansia eccessiva che una diagnosi, o anche soltanto un sospetto, di scoliosi ingenerano in madri e fanciulle. Secondo la dottoressa Poggini, gli ortopedici sono letteralmente tartassati dalle domande sulla scoliosi.
Libere da accuse di stregoneria, vediamo ora bene cos’è la scoliosi, come si può curare e quanta danza ci si può aspettare di fare con essa.
I termini scoliosi e atteggiamento scoliotico non corrispondono alla stessa cosa. La scoliosi, infatti, è una malattia "vera", ossia una deviazione permanente della colonna vertebrale, che persiste anche senza carico: ciò significa che la deviazione della colonna c’è anche da sdraiati, per esempio. L’atteggiamento scoliotico è invece legato a una colonna che devìa per un problema esterno alla colonna: cioè si tratta di un problema secondario, che si vede solo sotto carico, cioè con la persona eretta. L’atteggiamento scoliotico è più comunemente legato a una dismetria degli arti inferiori, cioè alla differenza di lunghezza (basta qualche millimetro) delle gambe. Notare bene, però, che momenti di maggior allungamento di un arto possono essere possibili, durante la fase di crescita: l’importante è controllare che questa differenza rientri. Al termine dell’accrescimento, infatti, può esserci il compenso, ossia gli arti possono risultare lunghi uguali.

Il modo con cui chiunque può accertarsi della presenza di una scoliosi, piuttosto che di un atteggiamento scoliotico, è quello classico di far piegare in avanti la persona, testa a penzoloni, mani tra le ginocchia, e controllare se si presenta un gibbo, piccolo o grande che sia. Questa manovra, che tutte le insegnanti dovrebbero regolarmente fare sulle loro allieve, è semplice e rappresenta la forma di trattamento migliore: è la diagnosi precoce, attraverso l’attento esame posturale e l’attenta misura delle asimmetrie; diagnosi precoce che è l’unico motivo che ha ridotto così drasticamente il numero delle scoliosi veramente deformanti. Negli ultimi 30-40 anni la prevenzione è stata fatta in maniera brillantissima, ha affermato Luana Poggini, e ciò di cui fondamentalmente si occupano i medici scolastici attualmente è proprio questo.
La scoliosi è una malattia idiopatica, ossia di origine sconosciuta. In realtà, è probabile che si tratti di un tratto genetico, contro la cui manifestazione per ora non è possibile fare nulla. Colpisce gli adolescenti, in genere le femmine, durante l’età dello sviluppo rapido dello scheletro, ossia verso gli 8-9 anni.
La parola scoliosi deriva dal greco, e significa "contorto": infatti la scoliosi classica è dovuta a una rotazione permanente, laterale e rotatoria di una o più vertebre. Permanente significa che la rotazione della vertebra non va incontro a guarigione spontanea; è possibile soltanto ridurla. Laterale significa che la colonna vertebrale assume una posizione ad "esse" se vista sul piano frontale (una classificazione più recente - Parrini, 2001 - prende più in considerazione un concetto di tridimensionalità, che è più utile da un punto di vista funzionale e correttivo). Rotatoria significa che il problema nasce dalla rotazione della vertebra su se stessa (immaginare la torsione di un panno lavato). Il concetto di tridimensionalità a cui si è accennato significa che, al momento attuale, nella valutazione della colonna e delle sue possibilità di essere corretta, si studiano anche le curve distribuite sul piano sagittale, ossia le curve di lordosi e cifosi. La scoliosi deve essere valutata su tutti i piani dello spazio su cui si estende la colonna vertebrale, altrimenti il problema non viene affrontato correttamente.

Le scoliosi più importanti, che si manifestano nel corso dell’adolescenza, e che di solito sono lievi, sono quelle dorso-lombari. I segni clinici sono la deviazione a esse della colonna, una spalla e la relativa scapola più alte, il bacino asimmetrico, lo spazio tra il braccio e il tronco di forma diversa a destra rispetto alla sinistra. Inoltre, i legamenti della zona vertebrale interessata tendono a perdere elasticità.
La scoliosi comporta la presenza di una curva primaria e di una curva secondaria, che la colonna vertebrale forma per compensare la curva originaria. La curva primaria è più accentuata e più rigida. Se la scoliosi riguarda il tratto dorsale (cosa che avviene nella maggior parte dei casi), riguarda vertebre a cui si agganciano le costole, che quindi vengono spostate dalla torsione stessa. Questo è il motivo per cui una scoliosi dorsale rischia di essere esteticamente più evidente: un emitorace è spinto più in avanti e l’altro più indietro. La parte spinta in avanti tende a incurvarsi sopra la rotazione, dando origine a quell’accenno di gobba che, nelle forme gravi, tanto spaventava gli antichi. Rappresentano circa il 19% del totale delle scoliosi. Se riguarda il tratto lombare, il rischio è che possa essere più evolutiva. Sono circa il 25% del totale.
Come si può capire se la scoliosi ha la tendenza a diventare un problema grave oppure no? I fattori prognostici (cioè quelli che servono a fare una previsione statistica) prendono in considerazione:
l’età di comparsa della scoliosi; se la ragazzina è molto giovane, la prognosi rischia di essere peggiore;
il tipo di curva; la scoliosi può colpire tutti i tratti della colonna; le scoliosi toraciche, come già accennato, sono più preoccupanti, perché danno una deformazione estetica più visibile e inoltre vengono spostati gli organi interni, soprattutto i polmoni;
il grado di deviazione angolare; se la curva, che si misura in gradi usando le radiografie, è maggiore, la prognosi è peggiore.
Le radiografie rappresentano un mezzo utile per una diagnosi accurata. E’ sempre importante fare una radiografia in ortostatismo, vale a dire in piedi, sia in proiezione antero-posteriore che laterale. Per le danzatrici è consigliabile eseguire anche le radiografie in bending destro e sinistro, per valutare la flessibilità e la correggibilità. Con la radiografia si valuta l’età scheletrica del soggetto, dato molto importante nelle danzatrici, perché l’evolutività di una curva scoliotica può essere alta. Mediante la lastra si può calcolare l’età ossea attraverso l’ossificazione del bacino: questa valutazione è chiamata Test di Risser, e può essere in fase 1, 2 o 3, dove quest’ultima significa che ci si trova a fine crescita. Quando si finisce di crescere, la scoliosi non cambia più. Ciò è bene o male, a seconda di quello che si è fatto in precedenza: se la si è presa e cercata di correggere, se la fase di accrescimento è a livello uno o due c’è ancora margine per ulteriore correzione; se si è fatto un buon lavoro, a livello tre non c’è più pericolo che la curva peggiori, resta come è, come siamo riusciti a farla diventare.

Nell’esperienza della dottoressa Poggini, di fronte alla diagnosi di scoliosi l’ortopedico, nell’80% dei casi, afferma che la ragazzina deve smettere di fare danza. Ma è davvero così? Dipende. E per saperlo, le lastre radiografiche sono la prima cosa da procurarsi.
Se la scoliosi è inferiore a 25°, la terapia riabilitativa consiste nella ginnastica correttiva e in visite periodiche. Se la scoliosi si situa tra i 25° e i 45°, il consiglio è un corsetto ortopedico con ginnastica correttiva (a volte il corsetto è preceduto dall’uso di un busto di gesso). Se la scoliosi è maggiore di 45°, si procede a un trattamento chirurgico. Questi ultimi sono casi ormai molto rari.
Il busto rappresenta un presidio ortopedico visibile, e se una ragazzina lo deve portare per forza, sono necessari pazienza, forza di volontà e appoggio da parte di tutti (insegnanti, genitori e coetanei). Il busto va messo con costanza, diversamente la scoliosi aggrava. Perché? Perché la colonna si abitua, per un po’, a crescere e ad allungare la muscolatura appoggiandosi su uno strumento esterno. Se questo strumento viene a mancare, è come se la colonna si afflosciasse su se stessa, aggravando la scoliosi in modo pericoloso. Se la decisione di mettere il busto non è così certa, è necessario avere attitudine alla costanza per decidersi a metterlo, o è meglio darsi da fare in un’altra direzione. I trattamenti di riabilitazione, infatti, ci sono, e ce ne sono di ogni genere: l’assetto posturale corretto è perseguito da tutte le nuove tecniche di lavoro sul corpo, si tratta solo di usarle. Infatti, anche secondo nuovi studi (Negrini, 2002), la deformità della scoliosi è solo la punta di un iceberg, si deve lavorare su tutta la persona, compreso l’aspetto psicolgico (la scuola di fisioterapia di Laura Bertelè, ad esempio, lavora molto anche su questo piano N.d.G.). L’esercizio fisico riabilitativo per la scoliosi deve tendere a migliorare la respirazione, stabilizzare il tronco, mobilizzare la colonna vertebrale, aumentare il controllo propriocettivo e aumentare l’immagine positiva di sé. "Allora la danza va bene!", ha aggiunto Luana Poggini, "Mentre il nuoto non serve a nulla. E’ meglio che i ragazzini scoliotici combattano con la forza di gravità, che è la condizione naturale in cui si trovano". Il nuoto, infatti, non è più considerato la panacea per questa condizione, e può diventare controindicato in alcune scoliosi dorsali, perché l’aumento di mobilità di certe zone dorsali può corrispondere a un aumento della scoliosi. Sarebbero controindicati l’agonismo sportivo e la danza, quest’ultima perché aumenterebbe la deformabilità della colonna: ma questo è vero solo nel caso di un’attività professionale, cioè quando lo studio della danza si protrae per ore e ore al giorno. Lezioni di danza 2-3 volte la settimana, a livello amatoriale, non costituiscono affatto una controindicazione alla scoliosi, specialmente se la scuola frequentata è una buona scuola.
Le allieve dei corsi professionali possono essere considerate a rischio di scoliosi, se hanno una diminuzione del calcio nelle ossa, amenorrea, ossia tutti quei problemi che sono connessi con un’alimentazione carente. Da un altro punto di vista, invece, le danzatrici hanno mostrato un numero di scoliosi percentualmente inferiore a quello della popolazione media, tanto da far ritenere che la danza sia un metodo alternativo alla riabilitazione, soprattutto per l’aumento del controllo propriocettivo che propone. La dottoressa Poggini si è qui riferita a uno dei pochi studi che sono stati fatti su danzatori italiani (1991), e che prevedeva lo studio di 41 soggetti. La percentuale di soggetti in cui la schiena era perfettamente dritta (in cui cioè la curva di scoliosi si trovi al di sotto dei 10°) era quasi del 40%. Nel gruppo di controllo, formato da allievi dell’ISEF, le persone con una schiena altrettanto dritta erano il 26%. Quindi il controllo propriocettivo che avviene durante la lezione di danza è maggiore e migliore di quello che si ottiene con le attività sportive in generale.
La conclusione è che lo studio della danza a livello amatoriale non è mai controindicato, e il fatto che gli esercizi di mobilizzazione del tronco e degli arti siano di corretta impostazione contribuisce a migliorare e contenere le forme della scoliosi.
La selezione nelle scuole professionali predilige danzatori senza scoliosi, perché se la scoliosi supera i 30° può diventare un fattore che crea complicazioni nell’esecuzione delle tecniche più complesse - anche se poi non è detto, aggiunge Luana Poggini, perché ogni caso va studiato e valutato singolarmente. La ragazza con la scoliosi va sempre seguita da un medico specialista.

Che conclusioni possiamo trarre, quindi?

Al di sopra dei 30° di deviazione permanente della colonna, va tenuto un corsetto, almeno per la maggior parte del giorno; diventa difficile pensare di poter frequentare una scuola professionale, più che altro perché la torsione della schiena può impedire certi tipi di esecuzione tecnica. La frequenza a una scuola non professionale di buon livello tecnico, invece, viene caldeggiata.

Sotto i 30°, soprattutto sotto i 25°, e ancora meglio sotto i 20° di torsione, la frequenza a una scuola professionale può non essere affatto compromessa, purché si dedichi alla schiena tutta l’attenzione necessaria. La dottoressa Poggini non ha esplicitato eventuali preferenze per un tipo o un altro di ginnastica, però sappiamo che tutti i tipi di ginnastica a concezione moderna, come il Pilates, il Gyrotonic, i metodi di lavoro sul corpo derivati dall’Alexander, dal Feldenkrais, l’aggiustamento che viene fatto dall’ "interno" della colonna vertebrale mediante la chiropratica, impeccabili lezioni di sbarra a terra eccetera, contribuiscono molto validamente a migliorare la scoliosi e soprattutto a controllare la diversità di funzionamento dei muscoli che si trovano ai due lati della colonna vertebrale. Di fatto, questa è la vera condizione perché non si verifichino interruzioni nell’apprendimento della tecnica classica: saper "sentire" la posizione della schiena, saperla aggiustare automaticamente, saper controllare la tensione, l’allungamento e il rinforzo dei muscoli tramite la respirazione: in breve, essere presenti a se stessi e alla propria schiena, instancabilmente. Ciò deve avvenire non appena si pone diagnosi di scoliosi.
Una valutazione della schiena dovrebbe essere fatta, dagli 8 anni in poi, tre-quattro volte all’anno. Il periodo di massimo incurvamento si ha prima del menarca (la prima mestruazione): questo è il periodo in cui, se c’è diagnosi di scoliosi, è necessario lavorare al massimo sia di allungamento che di rinforzo della muscolatura CONTEMPORANEAMENTE. Non bisogna aver paura di utilizzare più di un metodo. I due anni successivi al menarca - che sono ancora anni di crescita, seppure in misura minore - devono essere utilizzati per un controllo costante e un rafforzamento dei risultati raggiunti, tenendo presente che è in questo periodo che la massa muscolare prende forma e consistenza. E’ quindi in questo periodo che l’attenzione all’alimentazione deve essere massima. Dopo due anni dal menarca, è sufficiente mantenere in forma la muscolatura paravertebrale, farsi controllare periodicamente e i risultati raggiunti non potranno essere persi.
Attualmente, questi quindi sono i "numeri" per lavorare e danzare in presenza di scoliosi. Soprattutto se la scoliosi non supera i 30° di torsione, si può fare moltissimo e si può pensare di non perdere nessuna possibilità. E’ un’occasione importantissima, e dobbiamo ringraziare gli studiosi come Luana Poggini, che hanno a cuore l’altrui passione per la danza.

Foto 1: flessibilità della schiena
Foto 2: diagnosi posturale della scoliosi
Foto 3: possibili assetti della colonna vertebrale
Foto 4: aggiustamenti di compenso della colonna per mantenere la postura verticale
Foto 5: la danza non è controindicata nella scoliosi


ID=899
4/1/2006
Giulia Maria d'Ambrosio leggi gli articoli di Mamma di Verainvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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