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intervista: Silvia Azzoni


Silvia Azzoni, torinese, principal dell'Hamburg Ballet dal 2001, giunta a Cagliari con tutta la compagnia per la messa in scena di Romeo e Giulietta di J. Neumeier, accanto a Massimo Murru, étoile del Teatro alla Scala di Milano, ci racconta il suo percorso artistico fin dagli esordi e la sua esperienza di ballerina accanto a uno dei più grandi coreografi del nostro tempo.

Raccontaci la tua formazione artistica: quando hai iniziato a studiare danza e qual è stato il percorso che ti ha portato ad Amburgo, prima con l'ingresso nella scuola e successivamente nella compagnia?

Ho iniziato a studiare danza in maniera amatoriale; ero una ragazzina piccola piccola e mia mamma mi aveva portato in una normale scuola di danza, perché mi diceva che faceva bene al portamento, alla postura e ho iniziato così, anche se praticavamo più ginnastica che danza.
Sono cresciuta in un paesino molto piccolo fuori Torino, un villaggetto, facevamo danza in una palestra per niente professionale dove si svolgevano altre attività, tipo football. Però facevamo i saggi alla fine dell'anno e una mia amica, che andava in una scuola più professionale di Torino, parlò con mia madre dicendole che avevo un po' più di talento rispetto alle altre e che forse sarebbe stato meglio che frequentassi quella scuola. Ho provato. Era comunque una scuola molto piccola, con uno studio di danza di quattro metri per quattro; però l'insegnante jugoslava, Dragica Zach (prima ballerina dell'Opera di Belgrado), era stupenda e mi ha dato tanto, tanta passione. Mi ha insegnato quello che poteva in questo piccolo studio, anche se essendo in una classe con persone che facevano la segretaria, il dottore, che venivano a studiare amatorialmente, lei non poteva fare più di tanto.
Dopo due o tre anni lei mi disse che avevo tante possibilità, ma mi mancava lo studio del carattere, del moderno, della tecnica di passo a due (non c'erano ragazzi nella scuola), quindi era necessario che andassi fuori per potermi misurare con altri ballerini e capire a che livello ero.
Allora sono andata a Losanna per partecipare al Concorso e nello stesso tempo in Germania per fare le audizioni e fui presa sia a Colonia che ad Amburgo.
Ho scelto Amburgo: è stupenda! Abbiamo nove sale da ballo in cui lavorano sia la compagnia che la scuola, nello stesso edificio; al secondo piano c'è l'internato per i ragazzi. Sapendo che avrei vissuto nella scuola, dove c'erano le educatrici che mi avrebbero seguita, mi sentivo più sicura; avevo paura, non conoscevo la lingua. A Colonia invece, gli studenti alloggiano fuori dalla scuola.
Questo è successo a Gennaio, ad Agosto sono entrata nella scuola. E' stato difficile, perché tutti i miei compagni conoscevano tutto, dalla danza di carattere al passo a due...io non avevo mai preso in mano le "castagnette" (ride, le castagnette sono le nacchere ndr.). Ho dovuto imparare tutto guardando gli altri.
Ma è stato un anno stupendo: io ero l'unica italiana, gli altri australiani, giapponesi, canadesi, un continuo scambio culturale.
Poi sono stata un altro anno. Nella nostra scuola ci sono cinque classi di formazione e due classi più professionali che si chiamano theater-classes; qui hai la possibilità già di fare spettacoli con la compagnia, tipo Schiaccianoci, Lago dei cigni, piccole cose che però ti aiutano, entri in palcoscenico, sei in contatto con il pubblico, stai in scena con ballerini professionisti della compagnia...eravamo tutti in adorazione!
Dopo i due anni ho fatto l'audizione per la compagnia e siamo entrati in quattro; sono l'unica che è rimasta adesso.
Avevo fatto tante audizioni, ma essendo piccolina e minuta spesso venivo penalizzata; ad Amsterdam, per esempio, le ballerine sono altissime, da un minimo di 1,75 a un massimo di 1,90.
Ero contentissima quando John mi ha presa, anche perché sono cresciuta lì, gli ultimi due anni di formazione li ho fatti con i suoi balletti.

Che tipo di autore è John Neumeier, che rapporto creativo hai con lui?

E' una persona molto riservata, non è uno di quei direttori di compagnia che si mischiano nella vita privata dei ballerini. Assolutamente.
Il lavoro è lavoro. La vita privata non si mischia, non influisce, lui non chiede.
All'inizio per me era un po' freddo; sai, essendo io italiana, questa distanza mi metteva un po' a disagio; poi col passare del tempo, lavorando di più con lui, sono tredici anni che lavoriamo insieme, e specialmente quando inizi a creare con lui, questa esperienza diventa personale e intensa.
E' un artista, un genio come penso ce ne siano pochi a questo mondo; è un uomo di una cultura immensa, sa tutto di tutto, quindi tutti i suoi balletti, tutti i piccoli dettagli hanno un senso; se io vi raccontassi tutti i dettagli di Romeo e Giulietta staremmo a parlare per un mese!
Proprio per questo, se si agisce nella maniera in cui lui vuole tutti capiscono, ma non basta vedere Romeo e Giulietta una volta, tanti suoi balletti devi vederli cinque, sei, sette volte, per cogliere tutte le informazioni e le tante cose che accadono in scena nello stesso momento.
Penso che in Italia non siamo abituati a farlo, non c'è questa cultura e spesso il pubblico non lo capisce. C'è più la cultura del balletto "pomposo", dove fai il passo a due centrale, tutti guardano...

L'interiorità, il "non detto", giocano un ruolo importante nei balletti di Neumeier. Come vi preparate, quindi, ad interpretare i ruoli nei suoi balletti? Com'è la tua Giulietta?

Ho ballato Giulietta quando ero giovane giovane, al mio terzo anno in compagnia. E' stato per me un tuffo nell'acqua! Questi balletti pieni di emozioni, drammatici, passi di danza ancora estranei per me...
Per Giulietta la prima cosa che ho fatto è stato leggere il libro e vedere il film di Zeffirelli, perché anche se sono interpretazioni diverse, e con il libro poi ti devi immaginare tutto, sono utili però per capire cosa succede e per prepararti già psicologicamente.
Successivamente l'insegnante, Marianne Kruuse, che ha creato Giulietta con John, mi ha tenuta settimane a provare i passi; io ero molto giovane e tutto doveva essere perfetto.
La cosa più difficile era il terzo atto, il più drammatico e alla prima prova mi fecero iniziare proprio da quello! Io volevo iniziare dalla variazione (ride ndr.), ma l'insegnante insisteva che mi avrebbe fatto bene. E' stata una doccia fredda, ma mi ha aiutata ad entrare subito nel carattere di questo personaggio, che in poco tempo vede la sua vita cambiare da bianco a nero.
Adesso sono più libera grazie all'esperienza acquisita interpretando tanti ruoli che mi hanno fatta crescere.
La cosa geniale di John è che la stessa coreografia puoi interpretarla in mille modi diversi.

Un coreografo che quindi lascia spazio alla vostra creatività e al vostro modo di sentire il personaggio.

Tantissimo, in piccole cose; la coreografia rimane comunque la sua, ma se ci sono tre ballerine che interpretano Giulietta, allora ognuna delle tre è diversa nei piccoli gesti, nel modo di interpretare il passo sulla musica o le piccole messe in scena con gli altri caratteri dello spettacolo. John lascia tanto spazio alla tua personalità, ed è per me la cosa più importante.
Ci sono altri, per esempio Mats Ek, con cui ciò non è possibile. Ho ballato con lui Bella Addormentata e facevo Aurora. Mats viene nello studio e sa esattamente tutti i passi come devono essere e devi eseguirli esattamente come lui li vuole! Non hai spazio per la creatività. I suoi balletti sono geniali però, ha un modo di creare e di pensare che sono un po' contorti, di vedere il mondo un po' nero, macabro, ma è interessante avere la possibilità di confrontarsi con modi di danzare diversi.

Viste queste tue esperienze, hai danzato anche con Christhopher Wheeldon, hai riscontrato delle analogie tra le loro poetiche e quella di Neumeier e che tipo di impegno tecnico e interpretativo ti hanno richiesto?

Con John abbiamo creato l'anno scorso Morte a Venezia; eravamo io e Sasha (Alexandre Riabko, principal della stessa Compagnia e suo marito, sottolinea felicemente Silvia, ndr.); siamo entrati nello studio e John non aveva ancora chiaro che cosa fare, non aveva ancora in sé l'idea; quindi abbiamo ascoltato la musica insieme e insieme abbiamo provato questo passo a due, ma che in quel momento era un passo a tre, uno scambio di sensazioni, un lavoro di gruppo.
Invece con Christhopher Wheeldon abbiamo creato un balletto che si chiama Enrico VIII; lui ha la sua idea, ma ti lascia un po' di spazio per alcuni cambiamenti nella coreografia.
Mats Ek zero! Un mese di prove della Bella Addormentata, sempre uguali. Però è interessante il fatto che ti spinge oltre il tuo limite, a fare quello che pensavi di non poter mai fare.
Poi la situazione per questo balletto fu un po' tragica; ero nel secondo cast e fui chiamata a sostituire la ballerina per cui era stato creato questo balletto, poiché durante la prova luci si fece parecchio male. Ballò solo la prima, poi dovete smettere: non ballò mai più.
Io ero dietro le quinte, mi chiamarono e corsi fuori dal teatro, ho pensato alla fuga. Avevo provato poco. Sul palco mi sentivo morire, non avevo avuto il tempo di costruire bene il fiato; ma balletto dopo balletto mi sono abituata.

Immagino sia molto emozionante danzare con i massimi coreografi, andare in scena con sempre nuove creazioni. Ma ti manca danzare il repertorio? E se sì cosa ti piacerebbe interpretare?

Ma balliamo tanto repertorio, abbiamo Bella Addormentata, Schiaccianoci.
In genere facciamo sempre due creazioni all'anno, di solito era sempre John, ora che è più anziano fa un po' meno.
Di solito, però, il nostro repertorio è più Neumeier, anche se passiamo da Morte a Venezia che è un balletto più lirico, contemporaneo-moderno, a Bella Addormentata e Schiaccianoci classicissimi. Non è che dici faccio Kilyan che ha uno stile, Ek o Balanchine...

...ne deduco quindi che vi venga richiesta molta versatilità di stile, John Neumeier non manca di fare incursioni nel mondo del musical.

Sì, abbiamo moderno tradizionale tipo Martha Graham, carattere, danza spagnola, danze russe.
John ha fatto due musical: West Side Story e On the Town: è geniale questo balletto! Un musical danzato e cantato, è stupendo! Anche Bernstein dances è un balletto contemporaneo con un po' di musical dentro.
Non balliamo uno stile solo, ed è interessante perché trovi in te stesso tante "faccette".

C'è un ruolo che ti piace particolarmente o che ha lasciato a Silvia qualcosa di speciale?

Sono tanti i ruoli. Giulietta è uno dei miei preferiti, questo ruolo da giovinetta a donna matura, trovare questo filo nel giro di tre atti, un'esperienza unica che ti fa crescere.
Ho fatto anche Romola in Nijinsky, una donna forte, matura, sapete la storia, lui impazzisce...e mi ha fatta crescere.
In genere con Sasha balliamo ruoli da innamorati in Fille Mal gardèe, facciamo Giselle e Albrecht, dove stiamo su uno stesso piano; qua invece ero molto diversa con lui rispetto ad altri balletti, ero quasi una madre-infermiera.

Come ci si prepara ad affrontare un passo a due? Sicuramente il vostro rapporto vi aiuta molto. Ma quando affronti partner che non conosci, per esempio che provengono anche da altre compagnie?

Quello che abbiamo io e Sasha è lo stesso modo di sentire la musica, di respirare, più o meno la stessa fluidità di movimento, il modo di danzare è molto simile; quando ci troviamo nello studio e dobbiamo imparare qualcosa di nuovo o ballare qualcosa di già visto, il feeling nasce subito.
Quando ballo con altri ballerini della compagnia è diverso. Perché l'amore che abbiamo noi due nella nostra vita privata è naturale, poi, sulla scena, non bisogna cercarlo, non bisogna costruire un'altra relazione, come per esempio è avvenuto con Massimo Murru; non ci conoscevamo e avevamo provato pochissimo.
Mi incuriosisce confrontarmi con ballerini di altre compagnie che hanno un stile diverso e sentimenti nuovi.
Ho danzato con un gruppo dell'Opera di Parigi il passo a due di Sylvia, che John ha creato per l'Opera stessa. Ho danzato con Hervé Moreau e dopo una sola prova ci siamo trovati subito; è un ballerino così emozionale che mi ha riempito di un'esperienza nuova.

E il tuo impatto con Massimo Murru?

Quando l'ho visto così alto (ride scherzosamente, ndr.)...E' una persona gentilissima, adorabile, molto spontaneo, esattamente ciò che questo balletto richiede. Per una Giulietta l'istinto, la spontaneità di Romeo, sono la cosa principale.
Naturalmente deve essere un buon partner, con tutti questi passi a due!
Ma ci sono ballerini che devono sapere tutto, all'otto faccio così, al nove così...con un ballerino così non riesco.

Cosa pensi della situazione della danza in Italia? Ora attraversiamo una brutta crisi: tagli ai fondi per la cultura, enti lirici che vogliono scorporare le compagnie.

Io penso sempre che in Italia la danza si è persa! Il popolo italiano è più fissato con la televisione, il calcio e con trasmissioni, scusatemi, cretine!
Io sono sconcertata: quando ho fatto il gala al Ponchielli di Cremona, con Alessandra Ferri e altre stelle italiane che stanno all'estero, Ambra Vallo, Mara Galeazzi, è stato un successone, ero entusiasta del pubblico, quasi venti minuti di applausi; quindi il pubblico è appassionato no? Però quando veniamo con balletti più complicati, dove c'è bisogno di più immaginazione, mi rendo conto che il pubblico italiano non ne ha. Devono sapere esattamente cosa vengono a vedere, conoscere la storia, non si sforzano. Mio padre era così, ma l'ho educato a capire che deve crearsi le sue emozioni, non importa se sono uguali a quelle che il coreografo vuole dare o no. E' lui che deve aprirsi.
A volte qua il teatro è ancora legato a tanta mondanità e ai nomi, ai soliti balletti conosciuti, e in questo senso sento che l'Italia non è tanto avanti.
E poi con tanti bei teatri che abbiamo, perchè non usarli? Si fanno pochi spettacoli, ho sentito per Napoli uno ogni due mesi.
In Germania non è così, almeno due o tre a settimana.
L'anno scorso qua facevamo piccoli gala, tutti i biglietti venduti, quest'anno non ci sono i soldi.
Tutto questo è un peccato.

Un'ultima domanda: come si fa a diventare dei bravi ballerini? Che consigli dai ai nostri giovani che studiano, che vi guardano a teatro pieni di sogni?

Beh...pazienza e disciplina! Tanti ragazzi pensano che si diventa ballerini da un giorno all'altro. No! Ci vuole tanto lavoro, tanta disciplina in te stesso e tanta passione, perchè è questa che ti porta avanti in questa vita dura, lontano da casa, dalla famiglia, dal tuo paese.
Io sono stata fortunata ad essere accolta in una scuola che è stata una famiglia, ma per tanti altri non è stato così. Devi essere di conseguenza socievole, trovare amici, per sopportare tanto lavoro. Ho avuto amiche provate psicologicamente che hanno lasciato.
La gente pensa: faccio la scuola, esco, entro in compagnia. No! Devi fare tante audizioni e spesso non sei la ballerina giusta, anche per il colore dei capelli o l'altezza.
Io ne ho fatte milioni, a un certo punto pensavo che non avrei lavorato e che sarei tornata in Italia.
E non bastano le doti fisiche! Certo sono importanti, ma soprattutto devi trasmettere al pubblico qualcosa di speciale, devi averlo dalla nascita, riscoprirlo, ma non lo si può imparare completamente se non lo si ha.


Foto, © Holger Badekow; partendo dall'alto: Silvia Azzoni; Silvia Azzoni e Alexandre Riabko in Bella Addormentata; gli stessi in Romeo e Giulietta e nell'ultima foto in Mahler; Silvia Azzoni nel ruolo di Manon in La Signora delle Camelie.













ID=960
6/2/2006
Manuela Mulas leggi gli articoli di grisinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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