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intervista: Marcello Angelini


Marcello Angelini è nato a Napoli, ha studiato alla scuola del Teatro San Carlo per cinque anni, poi per tre con il padre, il Maestro Arnaldo Angelini, per poi diplomarsi in Russia, con una borsa di studio ministeriale. Da lì a Firenze, dove ha lavorato per tre anni sotto la direzione di Evgeny Poliakov.

Un uomo eccezionale, ci racconta, che ha formato non solo la nostra tecnica ma anche la nostra mentalità artistica, professionale e la nostra qualità come danzatori. Parlo al plurale perché ho vissuto tutta la mia esperienza professionale, e la mia vita privata, con mia moglie, Daniela Buson. Ci siamo incontrati a Firenze all’età di diciotto anni e, quasi ventisei anni dopo, siamo ancora insieme, sposati con due bimbi gemelli, Alessandro e Valentino. Abbiamo costruito le nostre carriere insieme, ballando anche insieme finché io non ho smesso undici anni fa. Daniela invece balla ancora, ed è principal al Tulsa Ballet, si ritirerà ufficialmente ad aprile, in un gala con tante personalità che verranno da tutto il mondo per celebrare la sua carriera: da Firenze a Berlino, potete immaginare lo shock culturale, Firenze e Berlino sono due mondi completamente contrapposti…
Partiti da Firenze siamo andati al Northern Ballet Theater in Inghilterra per altri tre anni. Un’esperienza fantastica, la compagnia faceva un minimo di 240 spettacoli all’anno, quindi sempre in scena con i classici e lavori di coreografi contemporanei come Birgit Cullberg (Miss Julie), Flemming Flint (The Lesson) e tanti altri.
Poi la decisione di andare in America. Perché? Per lavorare con Ivan Nagy, superstar dell’ American Ballet Theater, partner di Natalia Makarova, Margot Fontaine, Carla Fracci… Un’artista fenomenale che ci ha insegnato tantissimo. E poi tante altre compagnie come il Ballet West sempre negli Stati Uniti, Les Grands Ballet Canadiens a Montreal, Canada, per tre anni (mamma mia che freddo!).

Come primo ballerino ospite sono stato in tanti posti: al Teatro Municipal di Santiago in Chile, all’English National Ballet, allo Scottish Ballet, al Basel Ballet, al Teatro San Carlo, all’Opera di Roma, al Massimo di Palermo, all’Arena di Verona… e tanti altri.


Di cosa ti occupi oggi?

Dirigo una compagnia negli Stati Uniti: il "Tulsa Ballet".
Sono arrivato a Tulsa per caso, undici anni fa, a curarmi una tendinite che mi teneva a casa da tre settimane. Ho fatto delle interviste e poi sono tornato a Cincinnati dove avevo comprato una casa. Lo stesso giorno mi hanno offerto il posto di direttore artistico del “Tulsa Ballet”. Ho capito immediatamente che era un’opportunità da non perdere, e così, a 33 anni, mi sono trovato a dirigere la compagnia.

Oggi come oggi il Tulsa Ballet è ritenuto una delle compagnie “Top Ten” negli Stati Uniti.
Se si considera che gli Stati Uniti sono grandi quanto l’Europa e che ci sono circa 600 compagnie professionali, il nostro status non è male. Il repertorio è estremamente vario e comprende tutti i classici: La Bella Addormentata, versione di Galina Samsova, il Don Chisciotte di Anna Marie Holmes, il Lago dei Cigni, La Sylphide, lo Schiaccianoci e Giselle, tutte versioni riprese e coreografate da me. Poi lavori del ventesimo secolo come Cenerentola di Ben Stevenson, Romeo e Giulietta di Michael Smuin (che ha vinto un Tony award), Il Tavolo Verde di Kurt Jooss, e poi lavori di tanti altri “grandi” della coreografia come Paul Taylor, John Butler, Jerome Robbins, George Balanchine, Robert North, Val Caniparoli, Twila Tharp e Nacho Duato, il mio grande preferito. Abbiamo dieci dei suoi lavori…

Siamo anche continuamente recensiti da Dance Magazine, Pointe Magazine, Dance Europe, Dance Review e da tante altre publicazioni nazionali e internazionali.



Interessante! Ma raccontaci: come si gestisce una compagnia negli Stati Uniti?

Ah! "The million dollar question!" In maniera totalmente diversa da come si gestisce in Italia. Il mio titolo contrattuale è "Artistic Director and CEO". Questo significa che non solo sono responsabile per il prodotto artistico, ma anche per il lato amministrativo della compagnia (e per circa sessanta dipendenti…). Quindi, qualsiasi cosa non funzioni la mia testa è la prima a volare… Però, se consideri che ho resistito per undici anni…
Per cominciare, le compagnie americane non hanno nessuna sovvenzione statale. Quando dico nessuna, intendo nessuna. Lo stato a noi dà $85,000 l’anno, su un bilancio di $4 milioni di dollari. Il resto entra dalla vendita biglietti e dalle donazioni filantropiche. Quindi, il successo di una compagnia dipende da tanti fattori vitali: la qualità, il marketing, l’abilità di associare sponsors al nostro prodotto.

Questi sponsors sono persone o aziende che vogliono essere percepite e associate alla qualità delle arti nello stato e chiaramente tutti vogliono essere visti con l’organizzazione “vincente” nella comunità…

E poi l’abilità di "educare" il proprio pubblico ad apprezzare non solo i classici ma il meglio della danza contemporanea. Se non riempi il teatro si chiude… Ci son voluti anni, ma ora il nostro pubblico adora sia i classici che i lavori contemporanei. Pensa che negli ultimi tre anni la nostra percentuale di rinnovo abbonamenti è arrivata all’85%. A livello nazionale si è al 63-68%.

Si comincia l’anno con un bilancio (di spese) di circa $4 milioni e… zero in banca!!! Poi si hanno dodici mesi per raccogliere i famosi $4 milioni. Se non si raccolgono si crea un deficit. Quindi, gestire un bilancio è un’arte che non lascia molto spazio per errori. Durante l’anno poi si creano e si modificano i piani finanziari a seconda di come vanno le cose.
Io disegno la stagione, contatto e contratto i coreografi, preparo il bilancio artistico, gli stipendi, e sono il supervisore della preparazione ed implementazione del bilancio amministrativo. Dopo tutto questo, passo anche l'intera giornata nello studio lavorando con i ballerini…
Non penso di aver mai lavorato per meno di 12 ore al giorno da quando sono arrivato… Però, quando i risultati ci sono, è bellissimo!!!!

Come vedi la danza in Italia?

In una fase di necessaria transizione.
Vedi, il sistema amerciano non è perfetto. Tutte le compagnie offrono contratti per i danzatori che variano dalle 22 alle 35/36 settimane lavorative l'anno. Poi ci sono due o tre compagnie che offrono contratti più lunghi come il Boston Ballet e il San Francisco Ballet con 42 settimane. Noi siamo nella media, con 34 settimane. Durante I periodi di Lay Off, comunque, i danzatori prendono una quota di disoccupazione di circa $1000 al mese. I ballerini lavorano tanto, ma non hanno contratti annuali. Il governo non dà sovvenzioni, siamo tutti privatissimi.
In Italia la situazione è opposta, contratti a vita, pensioni privilegiate, fondi dal ministero… Secondo me il sistema perfetto sarebbe quello nel mezzo di questi due opposti. Supporto statale, magari del 50%, e poi il resto bisogna guadagnarselo. Solo in questa maniera si può veramente valutare la produzione di una compagnia e il suo valore per la comunità.
Insomma, è chiaro che il vecchio sistema italiano non funzioni più. Quello che si dovrebbe fare ora in Italia è chiamare “imprenditori della danza”, scusate la presunzione, gente come me che ha a cuore la qualità, la sopravvivenza e l’integrità della nostra arte, ma che capisce anche la stretta correlazione tra produzione e reddito e che magari può aiutare a costruire un sistema di supporto privato per gli enti lirici, parallelo a quello pubblico, che possa introdurre e proiettare il mondo della danza nel prossimo secolo. Ma questo non succederà mai…

Progetti per il futuro, torneresti in Italia?

Tornare in Italia come turista, certo. Ma a lavorare… Sarebbe un po' difficile per me. A me piace vedere i risultati del mio lavoro e non mi dispiace accettare le responsabilità che vengono con la libertà di programmazione e con i rischi economici. Non accetto compromessi artistici, di casting, e le parole “non si può fare” non sono nel mio vocabolario. Penso che ci sarebbero voluti quarant’anni in Italia per fare quello che ho fatto qui in dieci.
Vi lascio con una piccola storia. Tre anni fa mi sono reso conto che la compagnia aveva bisogno di una scuola. Allora ho parlato con un architetto e mi son fatto fare un progetto per sviluppare i 1100 metri quadrati di deposito scene che abbiamo nel nostro edificio (che misura circa 4000 mq), trasformando questo spazio in quattro sale per la scuola con camerini e uffici. I costi? $1.5 milioni di dollari. Ho lavorato per tre anni, “corteggiando” vari sponsors e cercando di creare un caso di necessità per la scuola. Tanti pranzi, cene, conferenze e visite.
Ieri sera, dopo lo spettacolo, uno di questi sponsors è venuto in palcoscenico e mi ha dato una busta. Sai cosa c’era dentro? Un assegno per un milione e mezzo di dollari!
Cos’altro posso aggiungere?



Galleria fotografica dedicata al Tulsa Ballet


Foto © Christopher Jean-Richard; partendo dall'alto: Marcello Angelini; il Tulsa Ballet in La dama delle Camelie cor. Val Caniparoli; Tulsa Ballet.


ID=994
21/2/2006
Andrea Piermattei leggi gli articoli di andreainvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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