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articolo: August Bournonville


Nella ricorrenza dei duecento anni dalla nascita di August Bournonville, il padre del Royal Danish Ballet, la redazione ha voluto rendergli omaggio ricordando su queste pagine i meriti del maestro che ha dato impulso e fama internazionale al balletto della sua patria creando una tradizione, viva ancora oggi, e un nuovo stile, pur non allontanandosi troppo dalla lezione francese.

Nacque a Copenaghen da padre francese e madre svedese nel 1805, pochi decenni dopo che erano state gettate le basi per un repertorio e un balletto danesi dal ballerino italiano Vincenzo Tomaselli, in arte Galeotti, direttore del ballo e coreografo al Kongelige Teater.

A soli sei anni Bournonville sarà suo allievo alla Scuola di Danza del teatro, dopo aver ricevuto i primi insegnamenti dal padre, il maestro Antoine Bournonville. In questo modo verrà a contatto con le idee innovatrici del Galeotti, improntate a valorizzare il balletto d’azione, secondo la lezione di Angiolini e Noverre. Del maestro italiano riprenderà in futuro tre atteggiamenti fondamentali: la volontà di collaborare coi musicisti contemporanei; il gusto per la letteratura e le tradizioni locali, alle quali si ispirerà per alcuni balletti; l’impegno profuso a potenziare il corpo di ballo attraverso un elevato numero di elementi maschili, in assoluta controtendenza con le scelte dell’epoca.

Alla morte del Galeotti nel 1816 la direzione artistica del balletto danese passa al padre di Bournonville e, poco dopo, August, grazie a una borsa di studio, passerà due lunghi soggiorni a Parigi per perfezionarsi con Pierre Gardel e Auguste Vestris. Tralasciando parecchie sue precoci apparizioni in palcoscenico, dal 1826 comincia la sua carriera effettiva di ballerino, che lo vedrà tra i partner favoriti di Maria Taglioni sui palcoscenici di Parigi e Londra e della stessa Copenaghen.

Qui ritorna nel 1828 prima come danzatore e subito dopo come direttore della Scuola di ballo del teatro locale, trovando in Lucille Grahn la sua migliore allieva. Successivamente in veste di coreografo e poi di direttore artistico, porterà nel balletto danese la sua formazione di stampo francese. Si allontanerà da Copenaghen per i periodi necessari a far fronte a numerosi altri impegni all’estero: le esibizioni con altre compagnie, la direzione artistica dell’Opera Reale Svedese a Stoccolma, la ripresa a Vienna di alcune sue coreografie e i numerosi viaggi intrapresi per tenersi sempre aggiornato sulle tendenze artistiche più recenti.

Due anni dopo essersi ritirato dalla direzione del balletto morirà a Copenaghen nel 1879.

Il repertorio da lui creato è caratterizzato in modo molto personale pur riflettendo l’approccio pre-romantico appreso da Vestris.

La tecnica è francese ma con innovazioni fondamentali: come danzatore dotato di mimica mobile e calzante e di elevazione – non per qualità naturali, ma per l’impegno profusovi - enfatizza questi aspetti nei suoi balletti ponendo anche l’accento su batterie e grands-jetés; cambia la posizione dei ports de bras, che per influenza di Vestris erano tenuti bassi per favorire la stabilità, e privilegia i movimenti con le braccia arrotondate; introduce in aria piccole legazioni normalmente fatte a terra. A parte l’enfasi posta sugli aspetti appena ricordati e la particolare impostazione della mezza punta alta, lo stile bournonvilliano maschile rimane quello francese di Vestris – quindi fermo al periodo pre-romantico - giunto intatto fino a noi. Nei suoi balletti la pantomima si integra perfettamente con la danza e in tal modo il virtuosismo ha sempre una motivazione drammaturgica e non è mai puro spettacolo.

Il modo di danzare, aereo e veloce, risente della raffinatezza di Bournonville nell’estrema nobiltà espressiva, venata di un leggero distacco, di ogni movimento, alla cui esecuzione è richiesta perfezione tecnica assoluta e assenza apparente del minimo sforzo.

Altro aspetto fondamentale delle sue creazioni è il rilievo dato al ruolo maschile, che, diversamente dalla tendenza contemporanea, non è mai inteso di puro supporto a quello femminile. In conseguenza di questa scelta artistica, la sua allieva Lucille Grahn finirà col lasciare la compagnia danese, sollevando contro il maestro le contestazioni dei suoi ammiratori. Bournonville reagirà alle proteste appellandosi al re direttamente dal palcoscenico e, per l’ardita ineleganza, guadagnerà una sospensione dalla direzione del teatro per sei mesi, passati in esilio.

Il rilievo assegnato al ruolo maschile è già evidente in una delle prime coreografie importanti: La Sylphide del 1836. Assistendo a una recita de La Sylphide di Filippo Taglioni interpretata dalla figlia Maria, Bournonville ne fu così impressionato da volerla riallestire a Copenaghen per Lucille Grahn. Tuttavia i costi per l’acquisto dei diritti della musica risultarono così elevati che Bournonville, seguendo l’atteggiamento imparato dal Galeotti, commissionò una nuova partitura al giovanissimo compositore danese Hermann Lovenskjold. La nuova coreografia ebbe lo stesso successo strepitoso della versione di Taglioni, in seguito perduta, ma oggi ricostruita da Lacotte.

Pur attenendosi al medesimo libretto usato dall’italiano, la creazione di Bournonville se ne differenzia per lo stile e per l’ampiezza del ruolo affidato a James, creato dallo stesso Bournonville, mediante un susseguirsi di pezzi di bravura collocati nel primo atto.

I temi trattati da Bournonville si inquadrano più in un clima pre-romantico che in quello romantico parigino. Infatti rivelano un gusto più Biedermeier, stile e filosofia all’epoca in auge in Germania e nel nord Europa, tradito dall’ottimismo un po’ borghese e dalla gioia di vivere che sprizzano dalle sue creazioni.


Tale allegria deriva innanzi tutto dal gusto innato per una danza veloce e brillante, ma è anche favorita dalla presenza nei suoi balletti di elementi derivati dal folklore: alcuni discendono dalla tradizione nordica come gli elfi e i troll burloni che animano A Folk tale (Un racconto popolare)(1854) o l’universo mitologico nordico presente in The Lay of Thrym (1868); altri fanno capo a usi e costumi popolari appresi all’estero nel corso dei suoi viaggi.

L’atmosfera solare della Spagna è proposta ne Il toreador (1840), ne La ventana (1856) e danze gitane animano la festa del Patrono ne The kermesse in Bruges (1851); un ballo mascherato è il pretesto per introdurre in Lontano dalla Danimarca (1860) un fandango e danze esotiche; Il Conservatorio (1849) è ambientato a Parigi.

Di questo secondo gruppo attento alle tradizioni straniere fa parte anche una serie di lavori gioiosi di ambientazione italiana: Napoli(1842), Festival in Albano, Infiorata a Genzano (1858), Raffaello (1845).

Mentre gli aspetti esotici e folkloristici appena accennati possono essere ascritti al romanticismo, di questo Bournonville invece rifiuta o almeno pone in secondo piano gli elementi demoniaci e la concezione della donna come creatura soprannaturale, non permettendo che l’attrazione morbosa che possono esercitare offuschi l’importanza dei valori umani. Anche la ragazza di A Folk tale sembra un essere minaccioso, ma sarà proprio lei, rivelatasi umana e vittima di un rapimento, a sconfiggere il maleficio posto sul protagonista dagli elfi-donne.

I suoi lavori spesso appaiono influenzati dalla lettura di "Impressions de voyage" di Alexandre Dumas e dalle frequentazioni degli amici Hans Christian Andersen e Bertel Thorvaldsen. Inoltre riflettono i suoi interessi artistici e la sua cultura cosmopolita. Basti pensare che The kermesse in Bruges prende spunto dai quadri di David Teniers, in Raffaello alcune scene riproducono le composizioni dell'artista, mentre i dettagli popolari dei balletti ambientati in Italia derivano dai dipinti degli artisti dell'Epoca d'Oro Danese, trasferiti nel nostro paese.

Ci è pervenuta solo una decina dei suoi numerosi lavori (una cinquantina), per di più spesso in modo frammentario. La percentuale, pur ridotta in sé, appare abbastanza buona se rapportata a quella relativa a molti altri prolifici coreografi ottocenteschi. Ciò è conseguenza anche di un sistema di notazione coreutica da lui inventato allo scopo di lasciare al balletto danese un repertorio, per il quale aveva selezionato alcuni suoi lavori, tra i più riusciti, da annotare per la posterità.

La sua cultura profonda e raffinata, i vasti orizzonti del suo pensiero, nonché la sua apertura al nuovo traspaiono anche dai numerosi scritti che ha lasciato e dal profondo impegno sociale profuso per migliorare sia la considerazione in cui era tenuta la professione di ballerino, sia la condizione economica dello stesso: ottenne norme scritte relative alla paga dei ballerini e fu il primo in Europa che riuscì a garantire i fondi per la pensione privata dei danzatori. Da ricordare è infine la tenacia con cui si è incessantemente attivato per ottenere dal governo i finanziamenti necessari al potenziamento della danza.

(Litografie d'epoca:
-Ritratto di August Bournonville
-Lucille Grahn ne La Sylphide
-Un racconto popolare)



ID=235
16/1/2005
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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