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Il fascino dell’Oriente

Tanti i coreografi a esserne stati ammaliati

In occasione de La Bayadère, in scena dal 7 al 10 settembre al Teatro alla Scala con il Corpo di Ballo del Teatro Bolshoi, scopriamo il profondo legame tra balletto classico e Oriente, tra danza ed esotismo

5 Set
2018
11:15
  • Maria Alexandrova e Vladislav Lantratov ne La Bayadère © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
    Maria Alexandrova e Vladislav Lantratov ne La Bayadère © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
  • Svetlana Zakharova e Vladislav Lantratov ne La Bayadère © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
    Svetlana Zakharova e Vladislav Lantratov ne La Bayadère © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
  • Anna Nikulina e Denis Rodkin ne La leggenda dell’amore © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
    Anna Nikulina e Denis Rodkin ne La leggenda dell’amore © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
  • Svetlana Zakharova ne La leggenda dell’amore © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
    Svetlana Zakharova ne La leggenda dell’amore © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre
  • Shéhérazade © Natasha Razina / Mariinsky Theatre
    Shéhérazade © Natasha Razina / Mariinsky Theatre
  • Shéhérazade © Natasha Razina / Mariinsky Theatre
    Shéhérazade © Natasha Razina / Mariinsky Theatre
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Oriente. Una musa ispiratrice per molti coreografi, che hanno scelto le sue atmosfere esotiche e il suo fascino misterioso per ambientare alcuni dei grandi capolavori del balletto. Un’infatuazione iniziata alla metà dell’Ottocento, quando l’Oriente si impone nella scena culturale europea, non solo nella danza, ma anche nella letteratura e nell’opera: basti pensare ad Aida di Giuseppe Verdi, andata in scena nel 1871, e a Madama Butterfly di Giacomo Puccini nel 1904.

A essere stregato dall’incanto di terre lontane fu, tra gli altri, Marius Petipa, maître de ballet dei Teatri Imperiali, che in India ambientò La Bayadère, una delle sue più riuscite creazioni. Rappresentato per la prima volta nel gennaio del 1877 al Teatro Bolshoi di San Pietroburgo (oggi Mariinsky), il balletto fece tuttavia fatica a imporsi in Occidente: solo nel 1961 debuttò, infatti, il Regno delle Ombre, l’atto bianco (poi riallestito nel 1963 da Rudolf Nureyev per il Royal Ballet e nel 1974 da Natalia Makarova per l’American Ballet Theatre). Per la versione integrale de La Bayadère fu necessario attendere gli anni Ottanta, in Italia addirittura il 1990 (a cura del Kirov) e il 1992, quando entrò nel repertorio del Teatro alla Scala nella versione di Natalia Makarova. Ispirato all’opera Sakùntala del poeta indiano Kālidāsa, il balletto racconta le vicende di Nikiya, danzatrice del tempio, e di Solor, principe guerriero che a lei giura amore eterno di fronte alla Fiamma Sacra. Il Rajah offre, però, a Solor la mano della figlia Gamzatti: stregato dalla sua bellezza e dimentico della promessa fatta a Nikiya il principe si innamora di lei. Gamzatti, preoccupata che Solor possa cambiare idea, decide di uccidere la rivale: durante la festa di fidanzamento regala alla baiadera un cesto di fiori e mentre Nikiya sta ballando il serpente nascosto all’interno la morde. La baiadera potrebbe salvarsi, grazie a un antidoto offertole dal Gran Bramino ma, poiché Solor è fermo insieme a Gamzatti e al Rajah, decide di lasciarsi morire. Sconvolto, Solor si abbandona ai fumi dell’oppio e sogna il Regno delle Ombre dove, circondato da diafane fanciulle, danza insieme a Nikiya. Il mattino successivo il principe si reca al tempio per sposare Gamzatti, ma è tormentato dalla visione di Nikiya che gli ricorda il giuramento fatto di fronte alla Fiamma Sacra. Gamzatti spinge il suo promesso sposo fino all’altare ma in quel momento gli dèi, irati, fanno crollare il tetto del tempio seppellendo tutti i presenti. Vestiti di bianco e uniti da un lungo velo, Nikiya e Solor si rincontrano, finalmente legati da un amore eterno, oltre la morte.

Di qualche anno precedente a La Bayadère è un altro balletto di Marius Petipa, La figlia del Faraone, andato in scena per la prima volta nel gennaio del 1862 e ispirato a Il romanzo della mummia dello scrittore francese Théophile Gautier. Diversa l’ambientazione – questa volta siamo in Egitto – simile però il soggetto che narra dell’infelice amore tra Aspicia, figlia del Faraone, e Taor. Ostacolati dal padre, che ha promesso in sposa Aspicia a un re della Nubia, i due giovani fuggono insieme e si rifugiano in una capanna di pescatori sulle rive del Nilo. Raggiunta dal Re di Nubia, Aspicia si getta nel fiume pur di sottrarsi al matrimonio. Il dio del Nilo la accoglie e le mostra una visione di Taor. La giovane, allora, lo implora di farla ritornare sulla terraferma e il dio acconsente. Aspicia può così tornare a palazzo e salvare il suo innamorato dalla terribile morte cui il Faraone lo ha condannato. Capendo quanto è forte il loro amore, il Faraone concede infine ai due giovani la sua benedizione.

Agli inizi del Novecento a cedere al fascino dell’Oriente fu anche Michel Fokine, coreografo dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev. Accanto a titoli meno conosciuti come Cléopâtre, rappresentato a Parigi nel giugno del 1909, e Le Dieu bleu, che debuttò nel 1912, tra i suoi grandi capolavori va annoverato Shéhérazade, balletto in un atto su musiche di Rimskij-Korsakov, messo in scena dai Ballets Russes nel 1910 all’Opéra di Parigi. Ispirato al racconto introduttivo de Le mille e una notte, narra la vicenda di Zobeide, concubina favorita del sultano Shariar, che credendolo a caccia lo tradisce con lo Schiavo d’Oro. Ritornato a palazzo, il sultano sorprende i due amanti e ordina l’uccisione dello schiavo, mentre Zobeide si trafigge con un pugnale. La sensualità dei movimenti dello Schiavo d’Oro, interpretato al debutto da Vaslav Nijinskij, le scene e i costumi, l’amore passionale dei due amanti: tutto contribuì al successo di questo balletto, assolutamente innovativo per l’epoca.

È ispirato al poema di uno dei più amati poeti turchi del Novecento, Nazim Hikmet, La leggenda dell’amore, creato da Yuri Grigorovich nel 1961. Il balletto mescola sentimenti e temi che coinvolgono il pubblico fin dalle prime battute: la passione, l’amore ostacolato e il sacrificio - quello della regina Mekhmene Banu, che rinuncerà alla sua bellezza pur di salvare la vita della giovane sorella Shireen, e quello del pittore di corte Ferkhad che si immolerà per liberare il popolo da una terribile carestia.

Tra i grandi coreografi del Novecento, Maurice Béjart fu particolarmente affascinato dall’Oriente, dalle religioni, dalle musiche e dalle filosofie delle diverse culture che egli tentò di sublimare attraverso un personale e innovativo linguaggio coreografico. La danza assume così il potere di riassumere in sé suggestioni ed elementi eterogenei: «La mia divinità è la danza. Le religioni sono come dei pannelli trasparenti che possono essere coperti senza nascondersi, senza combattere l’uno contro l’altro. Ho capito che esiste una verità espressa in diversi linguaggi. Tutte le religioni che ho studiato trasmettono lo stesso messaggio». Nacquero così capolavori come Farah, su musiche tradizionali iraniane, Kabuki, ispirato all’omonimo teatro giapponese, e Bhakti, massima espressione del sincretismo culturale di Bejart. Rappresentato per la prima volta nel 1968 su musiche tradizionali indiane, si compone di tre quadri dedicati a Rama, incarnazione di Vishnu, il cui amore per Sita è narrato nel poema epico Ramayana; a Krishna e alla sua consorte Radha, le cui vicende sono raccontate nel poema Gita Govinda; e a Shiva, dio della distruzione e della danza, la cui moglie Shakti è emanazione della sua stessa energia vitale. All’amore per le altre culture è dedicata anche l’ultima creazione di Bejart, Il giro del mondo in 80 minuti, un viaggio dal Senegal all’Egitto, dall’Europa all’India, alla Cina.

 

Foto di copertina: Svetlana Zakharova ne La Bayadère © Damir Yusupov / Bolshoi Theatre

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