15 marzo 2005, centenario della morte di Luigi Manzotti

15 marzo 2005, centenario della morte di Luigi Manzotti

Articolo inviato da: Auryz il 14/03/2005 - 00:23

Il 15 marzo 1905 si spegneva uno dei coreografi più amati della fine del secolo XIX. Così Doctor Veritas ritraeva Manzotti in “Conversazioni della Domenica” del 1886:
“ ... se lo incontra per la via lo crede un sagrestano. Nulla di artistico in lui, nel volto nel portamento, nella persona. Pare un buon borghese che può essere tutto, droghiere, sensale, ragioniere, tutto fuorché coreografo: ha la faccia scialba, il colore della barba e dei capelli scialbi: tutto l’aspetto di un uomo linfatico. Parla a voce bassa, avvoltolandosi una mano sull’altra, ha l’aria timida e imbarazzata di un prete vestito in borghese che tema di essere sorpreso dal proprio vescovo nella sua scappatella secolare. Quella apparenza fredda, inconcludente, è la neve sotto cui il vulcano condensa, prepara le sue eruzioni...”.

Luigi Manzotti nacque a Milano nel 1835. Suo padre era un negoziante di frutta che egli aiutava a tenere i conti, ma nel 1857, innamoratosi di una “signorina” Rachele, allieva del mimo Bocci, abbandonò l’attività paterna per prendere lezioni di mimo e di danza. In ogni modo, aneddoto a parte, Manzotti già in precedenza amava l’arte mimica se, come riporta Ugo Pesci, “una istintiva passione per l’arte de’ gesti l’aveva già dimostrata stando a bocca aperta a vedere, più che a sentire, il Salvini ed Ernesto Rossi al teatro Re”.
In pochi mesi fu in grado di esordire come mimo alla Canobbiana ne L’Incoronazione di Corinna di Alessandro Borsi, dove fu applauditissimo. Passato, poi, alla Pergola di Firenze e all’Alibert di Roma, si dedicò interamente alla coreografia.
“...gli amici non lo vedono più. Che ne è di lui? ... Si sforza l’ingresso di casa sua e lo si trova, chiuso nella sua camera davanti ad una vasta tavola che figurava un palcoscenico, su cui erano disposte in ordine vario e fantastico tante pallottine di mollica di pane su cui erano appuntate delle minuscole banderuole di carta di vari colori, azzurro, verde, rosso. “Che fai?” gli chiedono in coro gli amici. Manzotti serio e seccato risponde loro: “ Lo vedete: compongo un ballo...”.
Il suo primo lavoro, di cui fu anche protagonista, fu La morte di Masaniello (1858), che ebbe grande successo e segnò l’inizio della sua fortunata carriera nel teatro di danza. Nei quattordici anni di permanenza a Roma ebbe modo di approfondire la conoscenza di tutte quelle arti e discipline che ruotano intorno alla danza completando la sua preparazione al “ballo grande” con Il Moro delle Antille (1865), poi con Michelangelo e Rolla (1869).

La sua carriera romana culminò con la messa in scena del ballo storico-spettacoloso Pietro Micca (1871), che in quegli anni, ancora freschi dei ricordi risorgimentali, riuscì a commuovere profondamente gli animi. Trattava, infatti, dell’eroica impresa del minatore Pietro Micca, che non esitò a sacrificare la vita per difendere Torino dall’assedio francese del 1706.
Il ballo riprende il filone celebrativo della dinastia dei Savoia, come già aveva fatto Paolo Taglioni con Flik e Flok, dosando con equilibrio le parti ballate e quelle che più propriamente esprimevano i sentimenti patriottici. Manzotti, che ne era interprete principale, suscitò in vari momenti il delirio delle folle come, ad esempio, nell’addio dell’eroe alla moglie nel settimo quadro, scena della quale il pubblico chiese il bis che, non potendo essere concesso, provocò disordini tali da richiedere l’intervento della polizia.
Al teatro Apollo di Roma, nel 1873, fu rappresentato Galileo Galilei, su musiche di Leopoldo Angeli, che anticipa il tema della luce e della scienza, fondamentale per l’Excelsior.
Nel 1872 fu chiamato alla Scala come primo mimo nella Bianca di Nevers di Pratesi, ma il grande trionfo come coreografo gli fu tributato solo tre anni dopo in una riedizione del Pietro Micca e di Michelangelo e Rolla, riproposto alla Scala nel 1876 col titolo Rolla.
Nello stesso anno compose il ballo Sieba su musica di Romualdo Marenco e costumi di Alfredo Edel, iniziando una collaborazione che si doveva a lungo protrarre nel tempo e portare a tutti e tre grande successo. In quest’opera già appare il “colossale” con l’introduzione sulla scena di navi, templi, il Valhalla e grandi masse di figuranti. L’anno successivo fu riproposto alla Scala, nel 1880 al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia, nel 1882 al Teatro Costanzi di Roma e, grazie al suo enorme successo, lo spettacolo fece il giro di molti teatri in diverse città, fra cui anche Lione.
Sembra che proprio qui sia venuta al Manzotti l’idea del ballo Excelsior per celebrare i trionfi dell’industria, della civiltà, del pensiero. Tornato a Milano allestì questo “ballo grande” che fu rappresentato alla Scala il giorno 11 febbraio 1881, protagonisti Rosina Viale, Carlo Coppi e Cesare Coppini; partecipavano allo spettacolo cinquecentotto persone chiudendo in apoteosi il secolo XIX.
L’Excelsior divenne un rito di celebrazione della vittoria della Luce sull’Oscurantismo attraverso le conquiste della Scienza, delle Arti, dell’Industria per il raggiungimento della pace universale.
Fu rappresentato nei teatri di tutto il mondo; si dice che a Parigi ne fu costruito uno apposito, l’Eden, per poterlo mettere in scena (in realtà la notizia è leggendaria, poiché il teatro esisteva già, ma è comunque sintomatica dell’importanza che all’epoca dovette avere questo ballo) e, nel primo Novecento, resisteva ancora nei teatri italiani preferito al balletto russo che pure stava imponendosi; finì infine tra le marionette del Teatro dei Piccoli di Podrecca.

Dopo Excelsior, che gli procurò fama e agiatezza, e dopo aver abbandonato il progetto di mettere in scena la Divina Commedia, Manzotti coreografò il balletto Amor che realizzava l’idea dantesca di “Amor che move il sol e l’altre stelle”, cioè l’idea universale dell’amore.
Quest’opera apparve alla Scala il 17 febbraio1886, dopo mesi e mesi di prove e dopo l’ampliamento del palcoscenico che doveva contenere i seicentoquattordici esecutori senza contare i dodici cavalli, i due buoi e un elefante! Gli interpreti furono Antonietta Belbi (prima ballerina), Ernestina Operti (prima mima), Enrico Cecchetti (primo ballerino), Carlo Coppi (primo mimo).
Il successo uguagliò quello dell’Excelsior, ma, proprio per il carattere mastodontico della produzione, non poté essere replicato che un’altra volta, nel 1902.
Ad esso fece seguito un altro ballo sulla misura dei precedenti, Sport (Scala, 10 febbraio 1897), glorificazione di tutte le attività sportive, che ebbe grande popolarità e fu riprodotta da E. Coppini con successo nel 1905 e nel 1906. Sul periodico L’Illustrazione Italiana si legge:
“Sport!… Sport!… Sport!… Tutti ne parlano! Il ballo di Manzotti che questa settimana vedrà la luce alla Scala, è il grande avvenimento della stagione […] Seguiamo anche noi la corrente, dedicando alcune pagine all’avvenimento… Tutto fa prevedere che il nuovo ballo riunisca un seguito di quadri sbalorditivi, le varie manifestazioni dello “Sport” passeranno innanzi agli occhi degli spettatori; che proveranno le emozioni di una vera corsa, di una vera regata, di un’ascensione alpina fra la tormenta; assisteranno ad una scena di pattinaggio in Canada, si troveranno trasportati alle corse di Longchamps, e sulle incantevoli rive della laguna.”
Non stupisce che Manzotti abbia dedicato un ballo alle attività sportive in un periodo in cui la “cultura del corpo” e della forma fisica si andava sviluppando.
Questo soggetto diede modo al Manzotti di sfruttare al meglio le capacità del corpo di ballo, impegnato in evoluzioni ginniche ed atletiche, e di dare spazio ai movimenti di massa, campo nel quale il coreografo riusciva particolarmente bene.
Tra gli interpreti principali di Sport vale la pena di citare Laura Cerri e Vittorio De Vincenti.
I costumi di Edel, alquanto audaci per l’epoca, sono un interessante documento della moda di fine secolo, in particolare del settore dedicato all’abbigliamento per lo sport ed il tempo libero.

L’ultima composizione di Manzotti fu Rosa d’amore (Scala, 1899) su musiche di Bayer, che si rivelò di gran lunga inferiore alle precedenti.
Secondo Gino Tani, oggi, la coreografia di Manzotti ci appare elefantiaca e barocca, ma dobbiamo apprezzarne l’originalità che ricapitola la tradizione ottocentesca e prelude certi aspetti di autori quali Petipa o Balanchine.
Certo è che, nel corso del Novecento, la figura di Manzotti è stata spesso sminuita, spesso si è sottolineato che, in fondo, era figlio di un “verzeratt”, privo di cultura, ma, analizzando le sue opere ed il successo che ebbero in un’epoca in cui, tuttavia, il balletto era in declino, non si può disconoscergli una sapiente maestria ed un’abilità registica tutt’altro che banale e una capacità di grande comunicazione che gli valse il titolo di “Cavaliere della Repubblica” proposto dal ministro della Pubblica Istruzione Baccelli.


1. Libretto originale di Excelsior ed. Ricordi.
2. Luigi Manzotti interpreta "Pietro Micca".



Aurora Nuvoli