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Chiara Ameglio

Un’indagine sulla mostruosità

Nell’assolo TRIEB_l’indagine, la performer di Fattoria Vittadini, qui alla sua prima esperienza come coreografa, porta alla luce il mostro che è dentro di noi, le ombre e le imperfezioni che possono aprirci nuovi orizzonti

8 Feb
2019
11:54
  • Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Luisa Mizzoni
    Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Luisa Mizzoni
  • Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Luisa Mizzoni
    Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Luisa Mizzoni
  • Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
    Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
  • Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
    Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
  • Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
    Chiara Ameglio in TRIEB_l’indagine © Marcella Foccardi
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Dal 12 al 17 febbraio, il Teatro Elfo Puccini di Milano ospita il debutto regionale di TRIEB_l’indagine, un assolo di Chiara Ameglio, qui alla sua prima esperienza come coreografa, prodotto da Fattoria Vittadini e Campsirago Residenza. Partendo da Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt, affiancata da Marco Bonadei che ha curato regia e drammaturgia, l’artista riflette sul concetto di mostruosità che la società tenta di bandire, quasi a non voler riconoscere che dentro ciascuno di noi vive un “mostro”, un lato oscuro: forse, solo liberandolo e alimentandolo, si potrà imparare ad amare ciò che ci rende imperfetti, a guardare il mondo con uno sguardo nuovo.

Chiara, sei alla tua prima esperienza come coreografa: quando è maturato in te il desiderio di affrontare una creazione?
«Fino a oggi mi sono occupata di fare l’interprete, ho una lunga esperienza con Ariella Vidach, per esempio. Per la maggior parte delle volte mi sono confrontata con la danza astratta, con un lavoro molto legato al corpo. Non mi sono mai confrontata, per esempio, con il teatro-danza ma dentro di me c’è sempre stato un forte interesse per la contaminazione dei codici. Mi sono dedicata allo studio della danza Butō, per me è uno strumento molto utile per raccontare l’inconscio, per lasciare che il corpo racconti i processi interiori, emotivi. Ho, quindi, iniziato a fare una ricerca mia per capire come poter usare quello che io conosco molto bene come interprete, come poter mettere quello che io sapevo rispetto al corpo, i principi fisici che lo muovono, a servizio di qualcosa di più accessibile. Molti mi dicono, rispetto alla danza astratta, “non capisco, non empatizzo quello che succede in scena”: volevo far capire che la danza astratta può essere un mezzo per raccontare una storia o comunque per raccontare qualcosa che non per forza deve essere narrativo – anche TRIEB non racconta una storia – ma cala la danza all’interno di una situazione realistica.
Volevo capire che strada prendere per raggiungere questi risultati, quindi ho chiesto a Marco Bonadei di affiancarmi nella regia. Io potevo occuparmi di tutto quello che riguardava la danza, ma c’era bisogno di un occhio prettamente registico, perché i codici iniziavano davvero a lavorare insieme. C’è stata un po’ l’esigenza di provare a rompere questi limiti della danza astratta. Di rompere questa percezione che la danza astratta è in qualche modo algida, non entra nell’empatia. Spesso succede questa cosa, tutto risulta molto concettuale, ma si perde qualcosa rispetto alla comunicazione, all’inclusione del pubblico. Che invece, secondo me, è una cosa molto importante. Dovevo solo trovare il modo: per me, TRIEB è stato un po’ questo».

Raccontaci qualcosa di più su come è nato TRIEB e sui temi che affronta...
«TRIEB nasce da una ricerca mia personale sulla mostruosità. Sono sempre stata molto affascinata dalla figura del mostro come essere in qualche modo anomalo rispetto a quello che noi definiamo normalità. Il mostro rompe questa regola, rappresenta qualcosa di non facilmente omologabile, l’imperfezione. Sono sempre stata molto interessata, da danzatrice, quando mi veniva chiesto di indagare un modo di muovermi che non fosse anatomicamente corretto, bello. Mi interessava riuscire a cambiare il mio sistema motorio, rompere le leggi anatomiche ed estetiche che solitamente la danza ricerca. Andare a cercare un abbruttimento del corpo, un corpo che ha delle anomalie che lo rendono appunto un corpo mostruoso, capace di raccontare non solo la bellezza ma anche l’esatto contrario.
TRIEB, che vuol dire impulso e in tedesco, vuole essere il primo di altri lavori sulla mostruosità. Come primo lavoro volevo indagare l’impulso, che è attivo dentro di noi e che è come una spinta inconscia. È imperfetto, è qualcosa che la normalità non vede come possibile: anzi, il mostro è relegato, l’agire del mostro fa paura alla società. Io sono molto legata alla figura del Minotauro ma non avevo mai letto Dürrenmatt, che interpreta il mito del Minotauro in modo particolare: il labirinto, dove Teseo entra per uccidere il mostro, in realtà è un labirinto di specchi. Teseo trova il mostro specchiandosi, il mostro è dentro di lui, il mostro e Teseo corrispondono.
Questo, a livello drammaturgico, era molto importante perché io potevo lavorare su questo doppio che c’è in noi, arrivando però subito dopo a capire che non si trattava neanche di doppio, ma di complessità. I piani del lavoro sono molti: non ho lavorato solo sull’umano e il mostro, ho lavorato sulle maschere, sulla complessità. La complessità del mostro come la complessità di tutti noi».

Hai detto che il mostro fa paura alla società, forse fa paura anche a ciascuno di noi...
«Fa molta paura perché abbiamo la percezione di non averne il controllo, di averlo sempre riconosciuto come fuori da noi. Quindi, accettarlo dentro di noi è una cosa enorme. Noi viviamo il mostruoso fuori di noi perché non lo vogliamo vedere dentro di noi. C’è una frase di Dürrenmatt che è centrale: “Io sono il mio nemico e tu sei il tuo”. È un po’ come cambiare la visione che si ha del nemico, la lotta diventa interiore. Penso che sia una sorta di ammissione, e nello stesso tempo di liberazione, accettare di avere una parte di noi che non è come ci piacerebbe che fosse. Dobbiamo convincerci che c’è della bellezza anche in quello, nel vederla c’è una bellezza, anche nello stare a guardarla, nel riconoscerla. È un atto di coscienza, di inclusione, di integrazione».

Riconoscere il mostro che è in noi potrebbe aiutarci nel rapporto con gli altri?
«Sì, la nostra società è basata sul mito dell’eroe. Siamo strutturati su questa idea che l’eroe uccide il nome del bene. In nome del bene si può uccidere: c’è questa polarizzazione del bene e del male, soprattutto per noi occidentali. E questo fa sì che il mostro sia sempre fuori, noi siamo giustificati ad agire anche mostruosamente perché ci identifichiamo con il bene e identifichiamo nel male il nostro nemico. Tra le letture, c’è un libro molto bello, Nutri i tuoi demoni di Tsultrim Allione, che racconta una serie di pratiche atte a incontrare i nostri mostri interiori, dar loro da mangiare. Bisogna accontentarli in modi altri che non sono l’esclusione della mostruosità ma l’ascolto del nostro mostro interiore. E questo è un concetto interessante: nel libro si dice che questi mostri non chiedono granché, probabilmente chiedono solo di non essere rinnegati. Altrimenti la loro forza aumenta: più li ignoriamo, più loro prendono forza. Tutti noi produciamo il “nero”, siamo nati anche per produrre pensieri negativi, sensazioni faticose, tutto questo noi lo produciamo naturalmente insieme al bello: rinnegarlo fa solo sì che continui a prodursi nella nostra coscienza».

Ora che hai creato su di te, ti piacerebbe poter lavorare con altri danzatori?
«Ho scelto di lavorare prima su di me, ho avuto subito la percezione che fosse un processo che doveva passare attraverso il mio corpo, non avrei saputo passarlo ad altri. Sono troppo giovane, ho ancora bisogno che le cose passino attraverso di me per capirle, o comunque per maneggiarle, per sapere di che cosa si parla. Credo che il passaggio successivo possa essere condividere in scena uno stato, soprattutto attraverso un duetto, che è una cosa che m’interesserebbe molto: secondo me nella relazione a due può ancora svilupparsi questo tema. Però prima voglio vedere come TRIEB passa attraverso di me, come viene recepito dal pubblico, che è la cosa più importante, quella cui un artista tiene di più».

Hai citato Ariella Vidach, ma hai lavorato con molti coreografi in questi anni. Quanto è stato importante poter fare esperienze diverse?
«Con Fattoria Vittadini, soprattutto nei primi anni, abbiamo avuto molti incontri, per esempio con Maya Weinberg, con cui è nata la nostra prima produzione. Oltre alla tecnica – abbiamo lavorato sul release ma in modo particolare – con Maya abbiamo fatto un lavoro enorme sulle intenzioni, sulla presenza. Naturalmente Ariella è stata la mia insegnante, ho lavorato tanto con lei come interprete. Poi la danza Butō, e ancora Virgilio Sieni: con lui ho avuto una breve esperienza ma quello che mi ha insegnato sulla percezione del gesto, sull’architettura del corpo in scena, sul modo in cui il corpo cambia lo spazio quando lo occupa, mi ha aiutato tantissimo. Daniel Abreu, con cui abbiamo realizzato l’ultima produzione di Fattoria Vittadini, mi ha dato una grande spinta sulla potenza fisica, sull’attacco al movimento, sull’azione muscolare, tutte cose che avevo un po’ messo da parte.
Alla fine, unisci i puntini, porti a casa le cose che credi ti appartengano di più, crei il tuo background, la tua tavolozza dalla quale poter prendere i colori quando ti servono. In questo senso, l’esperienza di Fattoria Vittadini è stata importantissima, perché il concetto di studiare con persone così diverse tra loro ti insegna moltissimo, perché ti sposta sempre, devi ricominciare da capo ed è molto bello azzerarsi. Ti mette in una condizione di forte apertura perché devi tornare un po’ allievo, diventi strumento senza neanche accorgertene e per il coreografo questo è molto importante.

Questo è un momento di grande fermento per Fattoria Vittadini...
«Sì, stiamo proponendo tante cose, abbiamo anche questo spazio su Milano (Spazio Fattoria alla Fabbrica del Vapore, ndr), che è una cosa gigante! Siamo felicissimi perché Milano risponde, molte compagnie amiche condividono lo spazio con noi per farlo vivere. Stiamo attraversando un momento molto bello, ma anche di grande responsabilità e fatica. Ognuno di noi ha voglia di provare a fare le sue cose. Questa liquidità ci ha sempre contraddistinto: le persone potevano andare, studiare, tornare; ognuno di noi ha creato la sua piccola visione del mondo e del lavoro. Ma aspettiamo sempre con ansia la possibilità di lavorare insieme, una cosa che Fattoria ama molto perché nasciamo come gruppo che lavora bene insieme».

Questa liquidità, questa possibilità di fare esperienze diverse può aiutarvi ad arrivare a un pubblico sempre più ampio?
«TRIEB ha la fortuna di essere in cartellone al Teatro Elfo, che ha un pubblico molto bello e fa un enorme lavoro sul territorio, è molto seguito dai milanesi. Per noi, il fatto di riuscire a portare questa fetta di pubblico anche sulla danza è molto stimolante, soprattutto con un lavoro come TRIEB che vuole essere un po’ a cavallo tra un linguaggio e l’altro. Questo ci permette di avvicinare anche chi non è abituato alla danza, che è un po’ quello cui Fattoria Vittadini aspira da sempre».

 

Repliche: 12, 13, 14, 15, 16, 17 febbraio al Teatro Elfo Puccini; da martedì a sabato ore 19.30; domenica ore 15.30
Biglietti: intero € 32.50 / martedì posto unico € 21.50 / riduzione under 25 anni e over 65 € 17 / under 18 € 12 / scuole € 12
Lo spettacolo contiene scene di nudo integrale.

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