Cristiana Morganti

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  • La coreografa e danzatrice Cristiana Morganti © Claudia Kempf
    La coreografa e danzatrice Cristiana Morganti © Claudia Kempf
  • Cristiana Morganti in Jessica and me © Virginie Kahn
    Cristiana Morganti in Jessica and me © Virginie Kahn

Cristiana Morganti

Ritratto, ironico, d’artista

La coreografa Cristiana Morganti, in scena dall’1 al 3 dicembre al Teatro dell’Arte di Milano, ci parla del suo spettacolo, Jessica and me, del suo rapporto con Pina Bausch e dell’esperienza toccante con i ragazzi affetti da gravi problemi motori... “Ho capito la potenza della danza”

Articolo inviato da: il 30/11/2017 - 10:30

Dall’1 al 3 dicembre la coreografa Cristiana Morganti, per molti anni danzatrice solista del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, è ospite del Teatro dell’Arte della Triennale di Milano con Jessica and me, spettacolo del 2014 per cui ha ricevuto il Premio Danza&Danza come migliore interprete/coreografa. L’abbiamo raggiunta al telefono per farci raccontare qualcosa di più di questo spettacolo e dei suoi ultimi lavori.

Cristiana, Jessica and me è uno spettacolo fatto di ricordi, suggestioni, incontri: è stato difficile scegliere quali ricordi inserire nello spettacolo?
«Domanda interessante, che nessuno mi hai mai fatto. In effetti, durante il processo di creazione sono emerse molte cose che non erano previste all’inizio. Per esempio, non volevo investigare nel mio primo periodo con la danza, con la danza classica, non volevo assolutamente parlare di questo, ma poi si è prepotentemente imposto questo ricordo, una serie di episodi che avevo rimosso e che, mi sono resa conto, erano parte di me. Il materiale era tantissimo e la scelta non è stata facile. Sono partita dalle cose che per me erano come dei “cardini”, poi molte cose si sono eliminate da sole, perché meno forti di altre o ripetizioni, come accade sempre nella costruzione di uno spettacolo. Però in un primo momento sì, è stato difficile scegliere».

Pur essendo l’unica interprete, in realtà lei non è sola sulla scena: chi è Jessica?
«In effetti, non sono sola. Jessica è diventata un personaggio ma anche questo non era previsto. Forse, lascio al pubblico decidere chi è Jessica, se un mio alter ego, se un’altra persona. Lascio al pubblico immaginare, proiettare ciò che vuole. È una cosa nata un po’ per caso: stavo registrando alcune domande su un registratore piccolino e mi sono accorta che questo registratore era molto legato alla mia infanzia. Mi sono resa conto che era un oggetto molto importante. E poi la persona che ha lavorato come me per i video, e che conosco fin da quando ero piccola, mi ha fatto notare che questa cosa, intervistarmi, era un gioco che facevo anche da bambina. Già allora avevo un alter ego con cui parlavo, Jessica Bayer, mi sono ricordata di questo personaggio che io intervistato e con cui parlavo e che è diventato parte di questo spettacolo. Anche se, come dicevo, ognuno poi è libero di proiettare questo personaggio in molte altre cose».

Jessica la incalza con domande cui spesso non lascia il tempo di rispondere...
«Sì, c’è un misto di situazioni reali, che ho vissuto, e di situazioni che sono arrivate da altri spunti. Ci sono anche tipiche domande che mi sono sentita porre in tutta la mia vita, soprattutto quelle su Pina Bausch. Era un modo ironico per metterle in scena».

A proposito di ironia, è una caratteristica che fa parte di lei?
«Penso di essere ironica anche nella vita, l’ironia fa parte di me come i capelli ricci, è il mio modo di vedere le cose. Non mi è stato difficile essere ironica. Certo, nel momento in cui decidi di fare uno spettacolo dove sei solo e dove parli in maniera chiara di te, se non sei ironico è un suicidio. Diventa un’autocelebrazione insopportabile. Ho capito che l’autoironia sarebbe stata un elemento fondamentale nello spettacolo».

Jessica and me è anche una riflessione sul tempo che passa: è cambiato il suo modo di danzare, di stare in scena?
«Le differenze di cui ci si accorge purtroppo in modo molto chiaro sono quelle a livello fisico, tecnico, di velocità, di esecuzione dei movimenti, di capacità di recuperare. Lavorando con il corpo ti accorgi in maniera pazzesca del cambiamento che c’è, soprattutto perché va accelerando negli anni. Per quanto riguarda la presenza, credo di aver imparato molto. Certo, l’esperienza con il Tanztheater mi ha arricchito moltissimo, perché ho potuto interpretare ruoli diversi, ruoli che prevedevano anche testi. Ho potuto prendere confidenza con il fatto di parlare sulla scena, cosa che i danzatori non fanno in modo naturale. Mi ha aiutato portare molto in giro questo spettacolo e anche quello precedente, Moving with Pina, dove sono sempre sola in scena: è un’esperienza fortissima per qualunque artista, perché senti il pubblico in maniera molto più forte, se c’è o non c’è l’alchimia, se piano piano la stai conquistando. Penso che questo dia la possibilità di affinare il proprio modo di stare sulla scena, si diventa più sensibili».

Lei ha presentato Jessica and me in diversi teatri in Italia e all’estero, in lingue diverse: ha notato differenze nel modo in cui gli spettatori hanno accolto lo spettacolo e qual è il suo rapporto con il pubblico?
«È importante perché ci sono momenti dello spettacolo in cui mi rivolgo direttamente al pubblico, per cui è importante capire quale sia la reazione, capire se riesci a stabilire una chimica con il pubblico. Ed è interessante farlo in diversi Paesi. Per esempio, nei Paesi anglosassoni l’ironia dello spettacolo ha funzionato moltissimo, in Irlanda, in Inghilterra. La gente rideva, applaudiva, partecipava in maniera impressionante. Io ero abituata alla reazione che lo spettacolo suscitava in Italia, essendo io italiana era chiaro che questa ironia sarebbe stata capita. Ero preoccupata che all’estero non fosse così, che non si capissero certe cose, e invece in Inghilterra ridevano più che in Italia. È stato davvero interessante».

A un certo punto, Jessica pone una domanda che apparentemente rimane senza risposta: “Ora che Pina non c’è come fate?”. Qual è il suo rapporto con Pina Bausch, ora che Pina non c’è?
«Sì, mi rendo conto che questa domanda è diventata un po’ anacronistica per me. Ho creato lo spettacolo nel 2014, era la mia ultima stagione in compagnia. Adesso mi rendo conto che questa domanda, “com’è in compagnia ora che Pina non c’è”, non mi riguarda più, perché non frequento, non vivo più la quotidianità della compagnia, come accadeva nel 2014. Forse sarebbe più giusto chiedere “come ti senti ora che Pina non c’è?”. Diciamo che il fatto di aver lasciato la compagnia mi fa sentire meglio, mi sono resa conto che potevamo continuare a fare il suo repertorio ma qualcosa cominciava a mancare. Mancava lei che era tutto nella compagnia. L’esperienza con Pina me la porto dietro come un bagaglio, una cosa positiva, ma se fossi rimasta lì sarebbe stata una sofferenza, mi sarei confrontata tutto il tempo con il vuoto che ha lasciato. Così vivo il mio percorso, faccio la mia vita. Pina ci ha sempre detto di fare quello che sentivamo necessario, di vivere i nostri sogni, di andare per la nostra strada.
Lavorare tanto con un’artista come Pina Bausch ci ha permesso di affinare il nostro modo di vedere le cose, l’attenzione ai dettagli, il modo di concepire il movimento: sono aspetti che condivido con i miei colleghi del Tanztheater. Ci sono aspetti dell’universo artistico di Pina Bausch che ho sempre amato e che fanno parte anche del mio universo artistico, per esempio il fatto di stabilire un contatto con il pubblico, di essere se stessi in scena. Però ci sono tante cose del mondo di Pina che non fanno parte del mio mondo, non mi interessano, non le ricerco. In realtà io ho lavorato anche con altri coreografi importanti e mi rendo conto che tutti mi hanno aperto la testa, mi hanno arricchito. Poi uno sceglie le cose che sono più vicine al proprio modo di essere».

Lo scorso ottobre al festival Torinodanza è stata presentata la sua ultima creazione per la compagnia Aterballetto, Non sapevano dove lasciarmi... Come è stato lavorare con i danzatori di Aterballetto?
«È stata un’esperienza difficile, per me. Ma come tutte le esperienze difficili è stata molto importante. Ho capito che alcune cose che si danno per scontate non lo sono per niente. All’inizio è stato come trovare un linguaggio per comunicare, era molto diverso quello che io cercavo da quello che loro normalmente fanno. È stato un aprirsi gli uni agli altri, fidarsi. Non è stato facile perché i tempi erano molto stretti. Ma è stato bello, intenso, i danzatori sono stati estremamente generosi, sono rimasti nel mio cuore. Si sono buttati in qualcosa che non hanno mai fatto, ci vuole coraggio, è stato molto toccante. Ero arrivata con tante belle idee ma quando ho cominciato a lavorare mi sono resa conto che la cosa che davvero mi interessava di più erano loro, capire chi fossero, fare un pezzo su di loro, per loro, proprio perché sento che spesso le loro personalità non vengono tirate fuori, vengono uniformate perché normalmente fanno lavori di movimento, tecnici. Non si vedono le loro personalità. Io, invece, volevo metterle in evidenza».

Lei ha collaborato con la dottoressa Laura Bertelé animando laboratori di danza per adolescenti affetti da gravi problemi motori. Ci parla di questa esperienza? E che ruolo può avere la danza in queste situazioni?
«Anche questa è stata un’esperienza cardine, quasi come lavorare con Pina Bausch. Lavorare con questi ragazzi che hanno gravi problemi motori è stato un arricchimento enorme. Ho conosciuto la dottoressa Bertelé da paziente, perché avevo seri problemi alla schiena, lei mi ha aiutata e mi ha permesso di continuare a danzare. È nata un’amicizia ed è stata lei ad avere l’idea di farmi tenere questi laboratori estivi mentre erano in corso trattamenti intensivi con i ragazzi. Io pensavo che fosse una follia, perché non ho una formazione da fisioterapista o da terapeuta, e c’erano ragazzi con problemi neurologici, problemi motori, con paralisi, insomma patologie gravi. Ma la teoria della dottoressa era quella giusta: questi ragazzi sono stanchi di essere trattati come se fossero di cristallo, quasi possano rompersi da un momento all’altro. Più uno li tratta normalmente e pretende da loro determinate cose, più loro sono stimolati. In effetti, è stato così. A parte che questi ragazzi hanno un’intelligenza e una sensibilità straordinarie. È stato pazzesco perché nel movimento non vedi più l’handicap. Tu vedi un ragazzo che sta seduto tutto storto, poi lo vedi che danza, saltella, corre ed è dritto, è come se il corpo si riequilibrasse attraverso l’energia che scorre. A livello umano è stata un’esperienza straordinaria. Ho capito la potenza della danza».

Per approfondire il metodo della dottoressa Laura Bertelé: www.metodobertele.it