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Francesca Penzo

L’energia vitale del femminile

Indagare il femminile, la sua forza, la sua spinta rinnovatrice: parte da qui l’ultimo lavoro di Francesca Penzo e Tamar Grosz, Esemplari femminili, in scena al Teatro Libero di Milano il 23 e 24 aprile

20 Apr
2018
10:15
  • Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
    Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
  • Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
    Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
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  • Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
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  • Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
    Francesca Penzo e Tamar Grosz in Esemplari femminili
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Che cosa significa essere donna oggi? Quale contributo può dare il femminile al rinnovamento della società? Nasce dalla volontà di approfondire queste riflessioni l’ultimo lavoro della coreografa e performer Francesca Penzo, una delle voci del collettivo milanese Fattoria Vittadini, e della performer e autrice israeliana Tamar Grosz. Esemplari femminili, secondo step di un percorso di indagine iniziato nel 2015 con Why are we so f***ing dramatic, torna in scena il 23 e 24 aprile al Teatro Libero di Milano nell’ambito di Focus Danza, rassegna organizzata da C.L.A.P.Spettacolodalvivo. In queste due date milanesi, Francesca Penzo e Tamar Grosz saranno affiancate da Rita Mazza, attrice segnante con cui Fattoria Vittadini ha avviato una preziosa collaborazione in occasione del Festival del Silenzio, rassegna dedicata alla cultura segnante organizzata dalla compagnia lo scorso marzo. Francesca Penzo ci ha raccontato come è nato questo progetto e qual è la sua idea di femminile.

Francesca, Esemplari femminili è il secondo step di un’indagine iniziata anni fa. Come è nato questo lavoro e perché avete sentito l’esigenza di approfondire la vostra riflessione?
«Tamar e io ci siamo incontrate a Berlino, ormai tre anni fa, e abbiamo deciso di iniziare a lavorare insieme. Il lavoro ha avuto una prima versione di venti minuti che è entrata all’interno della rete Anticorpi XL e ha avuto una circuitazione autonoma. Per noi, però, è stato chiaro fin da subito che il lavoro non era concluso, che avevamo esplorato solo alcuni aspetti del tema. Il tema è quello del femminile, dell’essere donna. Che cosa significa per noi nel contemporaneo. La chiave che abbiamo scelto è una sorta di documentario in cui il pubblico osserva questi due esemplari femminili nel loro ambiente. La prima parte è un’introduzione, una parte molto solare, di interazione, a tratti anche ironica. La seconda parte, che abbiamo voluto approfondire a distanza di un anno, è legata a un lato più profondo, rituale. Per noi era importante dare maggiore profondità a queste due figure.
La traccia drammaturgica è quella del ciclo mestruale, nelle sue fasi, che accompagna la narrazione di questi due esemplari. I capitoli finali sono collegati al ciclo ma c’è uno sguardo più ampio rispetto all’universo femminile: come noi lo vediamo dal nostro punto di vista di donne e performer e che percezione se ne ha dall’esterno».

Questa riflessione ha influito sulla sua percezione del femminile, del ruolo della donna nella società contemporanea?
«Sicuramente pensare a un lavoro su che cosa rappresenti per me l’essere donna, sul femminile, mi ha dato la possibilità di approfondire il mio modo di vivere questo tema. L’energia del femminile secondo me è fondamentale, è la chiave per un futuro vivibile. Credo molto in questa forza, in questa energia. Non solo nelle donne, anche nel maschile. Approfondire il tema ha arricchito molto entrambe, è un lavoro sul femminile ma non solo per il femminile, è aperto a tutti».

Che cosa ha significato per voi incontrare Rita Mazza e lavorare con lei su questa vostra creazione?
«È stato un bellissimo incontro. Il Festival del Silenzio è nato quest’anno, creato da Fattoria Vittadini con Rita che è direttrice artistica. E stata un’interazione, una collaborazione per cercare di inserire il linguaggio segnante all’interno di uno spettacolo come il nostro che ha un certo numero di contenuti legati alla parola. C’è questa voce fuori campo che accompagna lo spettatore. Abbiamo cercato di comprendere come integrare il linguaggio segnante all’interno del lavoro e abbiamo pensato che il modo migliore fosse metterlo direttamente in scena, sul palco. Rita è diventata la terza performer di un lavoro che è sempre stato un duo. Per noi ha avuto un grande significato averla in scena, non solo al Festival del Silenzio, ma in generale come linguaggio che arricchisce il lavoro, include sempre di più. Per noi lavorare con lei è veramente un dono perché ci dà la possibilità di conoscere un nuovo linguaggio, un’atmosfera, un’energia, anche un nuovo pubblico».

C’è una figura femminile, non solo nel mondo della danza, da cui trae particolare ispirazione?
«In realtà, ci sono varie figure che sono d’ispirazione sia per me sia per Tamar. Una donna che seguo e che studio con grande piacere è Vandana Shiva, una ricercatrice e studiosa indiana che parla di ecofemminismo, dell’importanza di connettersi al femminile come strumento per il futuro, a un’energia delle origini, alla Terra. Ricollegarsi a queste energie per ritrovarle dentro di sé, per contribuire a una vita più sostenibile per un numero più ampio di persone.
Poi in realtà l’ispirazione viene dall’incontro: quando vivevo a Berlino, con Tamar abbiamo creato una piattaforma, FEM; abbiamo cominciato a collaborare con altre artiste che vivevano a Berlino ma provenivano da diversi Paesi. È stato molto formativo, tuttora siamo in contatto. Ci sono alcune figure di riferimento e poi ci sono quelle artiste che abbiamo la fortuna di incontrare nel nostro lavoro, con cui collaboriamo, che danno una spinta fondamentale alla ricerca».

C’è spazio, nella danza, per la creatività femminile?
«Diciamo che lo spazio uno se lo crea. Nel nostro Paese, il mondo della danza è un universo ristretto, che corre un po’ il rischio di chiudersi in se stesso, si porta dietro l’immaginario, i principi di una società, come quella italiana, che è di fatto patriarcale. La donna per imporsi deve sempre comportarsi un po’ da uomo, deve avere un po’ questo atteggiamento. Però credo anche che, quando un lavoro parla di qualcosa che ha un significato, un senso per chi lo esprime e per chi lo riceve, il genere diventa relativo.
C’è sempre bisogno di più spazio per la danza, non solo quella al femminile, per la danza come principio culturale».

Che cosa le ha lasciato l’esperienza vissuta a Berlino?
«Berlino è un universo a sé rispetto alla Germania. È un luogo di passaggio, dove si lasciano tracce, un luogo di contaminazioni. Da lì passano artisti da tutto il mondo. C’è una visione della danza estremamente presente, calcolata, la danza è parte del tessuto sociale. Ho avuto la possibilità di vedere tantissime cose diverse, è una scena molto aperta a qualsiasi possibilità, da Sasha Waltz a Meg Stuart... contiene in sé una varietà incredibile di linguaggi. C’è molta attenzione per lo studio, gli studenti sono molto sostenuti nel loro percorso e questo fa sì che ci siano anche tanti giovani, tante energie nuove che riescono a esprimersi con molta cognizione, perché sono molto seguiti».

Dieci anni fa nasceva Fattoria Vittadini: qual è, secondo lei, il punto di forza del vostro collettivo?
«La forza sta nella scelta. Ci siamo scelti fin dall’inizio e abbiamo deciso di rimanere insieme, nonostante tutto e tutti. Tutto quello che è venuto dopo è stato la conseguenza di quella scelta. Siamo stati molto fortunati a esserci trovati insieme nel 2006, nella stessa accademia, e a scegliere di rimanere. È stata una grande sfida perché in genere si va via, finiti gli studi si decide di andare. Noi abbiamo fatto il contrario: abbiamo voluto attirare a noi coreografi, collaboratori, artisti. Abbiamo iniziato piano, con pochi soldi, con grandi sacrifici ma abbiamo deciso che volevamo rimanere insieme.
Poi negli anni siamo cresciuti, siamo cambiati, oggi siamo un po’ più grandi: le visioni cambiamo ma la scelta è stata confermata. Per noi è stato commovente celebrare i dieci anni con la personale a Milano. Per me tutto questo ha un’energia incredibile, sento la forza, la voglia di continuare».

Siete stati anche capaci di unire personalità e linguaggi diversi...
«Sì, siamo tutti diversi, anche come performer. Infatti, non c’è un linguaggio comune. Chi viene a lavorare con noi lo fa partendo dal materiale personale per arrivare al gruppo. E il lavoro che si crea è un’atmosfera, un paesaggio formato dalle diversità. Poi ci sono autori che hanno lasciato una traccia coreografica, intesa come lavoro sul corpo, più chiara; altri che hanno preferito lavorare sulla drammaturgia. Abbiamo fatto molte cose diverse e tuttora è così».

Come si è avvicinata alla coreografia?
«Ho iniziato circa tre anni fa, incontrando Tamar. Avevo iniziato già nel 2012-2013 a fare qualcosa ma l’incontro con Tamar ha permesso di creare un primo spazio di ricerca coreografica. Per me creare significa creare spazi, contenitori di senso in cui si lavora insieme. Ci si affeziona, ci si sente connessi con un tema e si crea da quello. Questi spazi di creazione sono fondamentali, molto impegnativi ma ricchi. Io lavoro molto per incontri, con un tema, con altri artisti, nell’incontro si genera qualcosa».

Come ha incontrato Tamar e quali sinergie vi uniscono?
«Con Tamar ci siamo incontrare a un workshop, un performing program che durava tre mesi a Berlino, con la compagnia matanicola. Tutte le volte che improvvisavamo sentivamo di lavorare bene insieme. Ci sentivamo connesse, anche se siamo due performer molto diverse, era come se andassimo a integrare l’una la presenza dell’altra. Entrambe siamo interessate al tema del femminile e da lì abbiamo cominciato a pensare qual è la cosa che accomuna tutte le donne, al di là di tutto. Siamo state fortunate per il fatto di essere vicine a un’estetica, a contenuti simili. L’urgenza era la stessa. Poi caratterialmente ci siamo trovate molto bene insieme».

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