Gheorghe Jancu: un talento per i talenti

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Gheorghe Jancu: un talento per i talenti

Articolo inviato da: Andrea79 il 13/12/2004 - 17:38
Due grandi eventi hanno portato Gheorghe Jancu a Roma: l’assegnazione del "Premio Adriana Panni 2004" alle giovani leve della danza, manifestazione durante la quale si è esibito al fianco di Alessandro Riga in "Father, Son" e il tanto atteso "Operazione Fauno" in scena al Teatro Nazionale di Roma, dove ha vestito le sembianze del Fauno di Nijinsky al fianco di Carla Fracci.
Gentile e disponibile, si presta ad una breve intervista nel foyer del Nazionale, al termine della penultima rappresentazione della maratona faunistica. Ci facciamo così raccontare la sua visione della danza e il suo concetto di talento e qual è secondo lui il rapporto fra i due.



Cos’è il talento per Georghe Jancu? Cos’è che in un ballerino fa la differenza?

In un ballerino la differenza la fa proprio il talento, quello che alcuni chiamano carisma ed altri luce. E’ una cosa che non si può acquisire, si tratta solo di avere la fortuna di nascere con questa dote. Averlo però non vuol dire essere più bravo o migliore di altri. Ho visto moltissimi talenti perdersi durante la carriera per varie ragioni: per una sfortuna rispetto agli incontri che hanno fatto o anche solamente per non aver studiato abbastanza e puntando solo sul proprio talento.
Per molti è quella cosa che rende un danzatore tecnicamente bravo, perfetto, bionico come abbiamo molti esempi nelle nuove generazioni. Certo evolversi tecnicamente va benissimo, è normale; se Nijinsky vedesse i balletti di oggi, sia classici che moderni, e a che punto sono arrivati secondo me avrebbe un infarto!
Purtroppo c’è sempre una minor ricerca del lato artistico delle cose, con la convinzione che si è migliori degli altri facendo due pirouettes in più. Assolutamente no! La tecnica, il salto sono sempre stati una forma di eccitazione per il pubblico, ma se diventa un’ossessione non si valorizza più il lato artistico di ogni aspetto della danza. Accade, allora, che i coreografi o il pubblico eleggano dei divi che di talento ne hanno solamente per quel che riguarda la pulizia tecnica. Invece, secondo me, c’è bisogno di ritornare alla ricerca di quei personaggi come potevano essere la prima compagnia di Bejart, dove ogni elemento della compagnia era un artista a sè, per non parlare della generazione di cui Carla Fracci è ancora l’esempio: Plissetskaia, Nureyev, Vassiliev, Ulanova , Fonteyn, tutti nomi strepitosi ma che alla base della tecnica avevano talento e una fortissima personalità.



Quali sono stati i talenti che nel corso della sua carriera ha visto sfumare e quali quelli che ha visto e sta vedendo affermarsi?

Ne ho visti sfumare tanti, alcuni anche per sola sfortuna come dicevo prima: chi si è infortunato un tendine, chi un ginocchio, chi non ha avuto le occasioni giuste, chi non ha studiato abbastanza per far brillare questa dote naturale. Parlare di questo però mi rattrista molto.
Al contrario, Letizia Giuliani e Alessandro Riga sono per me i talenti più grandi che ho visto da vent’anni a questa parte. Sono molto contento perché mi disperavo un po’; vedevo dei bravissimi danzatori ma non dei grandi talenti e loro per me sono il futuro. Spero che questi tempi riservino loro l'agiatezza per evolversi nelle loro carriere perché dei giovani con le loro qualità artistiche, a mio avviso, nascono raramente. Mi auguro che riescano a portare avanti il proprio percorso fino in fondo e questo dipende anche da noi, non solo da loro.


Si parla spesso di talenti in fuga all’estero. Secondo lei c’è una soluzione per “coltivare” in Italia le giovani promesse e dare loro la possibilità di emergere?

Le maggiori problematiche sono legate innanzitutto alle strutture antiquate dei teatri, per non parlare della questione della pensione, che non ti permette di prendere in pianta fissa dei giovani per avere un ricambio generazionale. All’Opèra di Parigi a quarant’anni si va in pensione e si dà spazio ai nuovi giovani. Ovviamente questo è crudele per chi ancora può ballare benissimo e non vuol dire che l’eccezione sia la regola. La regola è che un danzatore a 50 anni spesso non ha più capelli, o è ingrassato, sicuramente non è più in forma. Questo è un gravissimo problema per non parlare poi della mancanza di compagnie alternative, tranne l’Aterballetto, che possano sostenere i giovani che escono dalle Scuole. E’ naturale che in questo contesto siano costretti ad andare all’estero. Ma questo non è da considerare solo un fatto negativo, anzi! Guardarsi intorno, fare delle esperienze in altre compagnie va anche bene; quello che io auguro sia a Letizia che ad Alessandro, come a qualsiasi altro giovane, è che possano fare delle carriere individuali e possano far gioire tutti dalla Scala, a Roma, come a Monaco, a New York o a Londra, perché sono questi i veri grandi artisti, quelli che girano il mondo come hanno fatto le generazioni passate.



Danza classica è sinonimo di costanza, impegno, sacrificio. Secondo lei l’immagine televisiva che se ne ha oggi, non rischia di creare inutili aspettative da parte dei ragazzi che ultimamente affollano le scuole di danza?

Ovviamente possono illudersi di semplificare il proprio percorso artistico o avere una notorietà molto facile ma non è così! Se alla base non si ha una carriera solida, grande studio, molta serietà e soprattutto esperienza teatrale, le apparizioni in TV non servono a nulla.
Se invece c’è tutto questo allora un passaggio televisivo serve moltissimo, porta gente a teatro.
Se parliamo della trasmissione di Maria De Filippi, dove io sono stato ospite come giudice, sono contento. Si parla poco di danza in televisione, è stata eliminata da tutte le reti, quindi anche uno show di quel tipo, rispetto a tutti quelli che si vedono quotidianamente, ha la sua importanza. In fondo parliamo sempre di cultura: c’è Aldo Busi che legge libri, ci sono i ragazzi che studiano danza classica con una grande professionista qual è Alessandra Celentano che ammiro e conosco benissimo. Perciò un imput di serietà c’è; poi che ci siano anche i lati televisivi della danza è sempre esistito; il jazz, l’hip pop sono stili che a me non interessano ma possono farmi sorridere e divertire. Ma se questa trasmissione serve, com’è successo quest’anno alla Scuola della Scala e a molte scuole private, a far aumentare il numero degli allievi... ben venga.


Progetti futuri?

Ho tantissimi progetti. Normalmente non ne parlo per scaramanzia, ma il prossimo dovrebbe essere Salomè alla Scala di Milano insieme a Luciana Svignano.



In alto a destra un ritratto di Gheorghe Jancu

Al centro un'immagine tratte dalle prove di Donne con Letizia Giuliani

In basso Alessandro Riga











Andrea Roselli