Giuseppe Picone

Promozione scuole

Giuseppe Picone

Articolo inviato da: Andrea79 il 26/11/2005 - 12:59
Incontro Giuseppe Picone all'uscita degli artisti del Teatro dell'Opera di Roma, dove sta provando il ruolo del Principe nella nuova produzione di Cenerentola firmata da Carla Fracci, accanto alla nuova stella del Kirov Evgenia Obraztsova.
Carriera velocissima: formatosi alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, completa e perfeziona i suoi studi all'Accademia Nazionale di Roma. Nel 1991 è invitato da Pierre Lacotte ad unirsi come solista al Ballet de Nancy, nel 1993 passa all'English National Ballet e dal 1997 al 2001 è all'American Ballet Theatre, dove rimane fino al 2001 per poi debuttare a Vienna. Ora free lance, ospite dei Teatri più importanti d'Europa e del mondo, Giuseppe Picone tiene alta la bandiera della danza italiana con la sua tecnica scintillante e una versatilità interpretativa che gli consentono di brillare nei ruoli principali dei balletti piu' importanti del repertorio classico, neoclassico, moderno e contemporaneo. Tutto questo e molto altro ce lo racconta lui stesso in una lunga intervista che inizia proprio dalla sua formazione...



Avvenuta al Teatro San Carlo di Napoli dai 9 ai 14 anni. Ho avuto la fortuna di essere scelto sia da Zarko Prebil, ma soprattutto da Carla Fracci, per interpretare alcuni ruoli importanti, come nel balletto Nijinsky, memorie di giovinezza, dove venni scelto per il ruolo del giovane Nijinsky, pensato e creato da Menegatti, con ospiti grandissimi quali Ekaterina Maximova, Vassiliev, Eric Vu An, Carla Fracci. Ricordo che il coreografo era Wayne Eagling e il suo assistente Derek Dean, che fu poi il mio direttore a Londra, all’English National Ballet. Ricordo anche Gillian Whittingham, che è al momento all’Opera di Roma con questa nuova produzione di Cenerentola firmata da Carla Fracci. E’ strano notare come le vicende della vita si ricongiungano in qualche modo. E’ incredibile!
All’età di 14 anni sono passato all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, con Clarissa Mucci come insegnante e Lia Calizza come Direttrice, e ho vinto poi i concorsi di Rieti e Positano. Quest’ultimo in particolar modo mi ha portato moltissima fortuna, perché da lì è iniziato il mio percorso artistico: ricordo Pierre Lacotte, direttore allora del Ballet National de Nancy e Vittoria Ottolenghi, per mezzo della quale mi chiamarono il giorno dopo il concorso e mi chiesero proprio di aggiungermi al Ballet de Nancy come primo ballerino. Io, sedicenne, non avevo ancora terminato gli studi, ma alla fine accettai. Lacotte mi offrì un soggiorno studio di tre giorni presso la compagnia di Nancy, per capire se quello poteva essere il posto giusto per me; una volta arrivato lì mi sono innamorato subito di questo mondo, dei grandi professionisti che ne facevano parte, e allora accettai di entrare a farne parte del tutto, anche se preferii iniziare come solista e non come primo ballerino, vista la mia giovanissima età. Lui comunque mi ha spinto moltissimo e mi fece debuttare prestissimo in ruoli da protagonista. Ricordo soprattutto Petruska e spesso, quando ci ripenso, comprendo perché quando Reid Anderson venne all’ABT mi disse: “Ma tu devi fare assolutamente Onegin!”: proprio perché questi artisti avevano di me una visione differente, come io la potrei avere di un ragazzino che dimostra doti di grande ballerino e interprete. Ma a quei tempi non pensavo di essere adatto per Petruska, che solitamente viene incarnato da un artista maturo sotto il profilo interpretativo. Ottenni anche delle ottime critiche da Le Figaro. Nel frattempo Lacotte continuava a creare ruoli per me, tra cui L’Ombre insieme a Noella Pontois.
Ma essere protagonista di queste e di altre creazioni a 16 anni per me era un po’ troppo, e volevo tornare in Italia, anche se a 17 anni era molto difficile. Contattai anche la signora Terabust, che allora dirigeva la compagnia della Scala, ma lei mi disse: "Giuseppe, o vai in Scuola ... ma ormai è già un anno che danzi in ruoli da ballerino solista, mi sembrerebbe un po’ un controsenso ...”. Parlò con Derek Deane, che nel frattempo era divenuto direttore dell’English National Ballet e che accettò subito di prendermi nella compagnia. Anche lì mi offrirono un contratto da solista, senza sapere che avevo 17 anni; i membri della compagnia stessa non si rivoltarono contro di me, ma anche a loro sembrava troppo presto.
Deane, invece, non mostrò particolari problemi e dopo un anno mi promosse a senior solist dopo aver affrontato il Romeo e Giulietta di Nureyev; il titolo di senior solist corrisponde ad un primo ballerino in Italia, considerando poi che il grado più alto in Inghilterra è il Principal - come l’Etoile in Francia. Prima del Romeo e Giulietta di Nureyev, avevo già debuttato nella Giselle di Derek Deane e poi nella versione di Cenerentola di Michael Corder.



Com’è avvenuto il passaggio all’American Ballet Theatre?

E’ accaduto tutto molto velocemente. Non passavo un bel periodo, sentivo sempre la mancanza della famiglia e per di più avevo il problema del militare che mi obbligava a rientrare in Italia per andare al consolato a far timbrare il passaporto. Neanche la danza riusciva a farmi sentire bene, eppure ricordo che a 18 anni a Londra ero già un divo: poster, magliette, interviste sui magazine più importanti. Neanche questo mi rendeva felice. Lasciai l’English National Ballet 21 anni, nel '97, senza nemmeno sapere di aver ottenuto il congedo dal militare.
Il passaggio all’ABT è nato grazie a Susan Jaffe, stella mondiale, quando venne a Londra; a 19 anni “me la sono ritrovata nelle mie mani” (sorride) come partner di Etudes di Lander. Ricordo lei come una gran signora, con un’immensa esperienza alle spalle ed io mi sentivo un po’ impaurito da tutto questo. Il bello è che oggi mi ritrovo io ad avere alcune partner che per età non hanno molta esperienza di palcoscenico. Ma ricordando di Susan mi dico sempre: “Zitto Giusè!”, proprio perché lei ebbe molta pazienza con me. In realtà, il bello venne dopo lo spettacolo, quando lei mi disse nel suo delizioso inglese: “You’re very good, you’re strong!”. Invece, durante le prove avevo una paura proprio perchè i ruoli sono talmente tecnici e ovviamente lei era sempre Susan Jaffe. Fu proprio lei stessa a farmi valutare la possibilità di provare all’ABT e di andare lì a farmi conoscere.
Ma poi, sai, il bello è che tutto quello che ho fatto l’ho fatto da solo. Purtroppo non ho avuto un aiuto familiare ma non perché la mia famiglia non mi voglia bene, ci mancherebbe, ma perché tutto questo mio ardore e amore per la danza non lo capivano proprio. Pensa che noi siamo quattro figli: uno è vigile urbano, uno è una guardia di finanza, mia sorella è sposata con un maggiore dell’aeronautica e io…alè! Però io per la danza avrei fatto questo ed altro! E così decisi di andare una settimana a New York e provare. Diciamo che loro, tramite Susan già mi conoscevano, avevo anche spedito delle fotografie. E ricordo che arrivai a fine settembre quando la compagnia era già in piena attività; feci delle lezioni con il direttore della seconda compagnia dell’ABT, John Meehan, dal 2006 direttore dell’Hong Kong Ballet, che mi presentò successivamente a Kevin McKenzie il quale, però, m’informò subito che non c’era disponibilità di contratti, ma che potevo continuare le lezioni. Il giorno dopo venne a vedermi in sala e al termine della lezione mi convocò nel suo studio dicendomi: “C’è un contratto per te! Purtroppo però è da solista.” Io ero felicissimo ugualmente, capirai solista a 21 anni all’ABT non è cosa da tutti i giorni. Solamente Angel Corella ha avuto il mio stesso percorso. Gli altri come Malakhov e Carreno ci sono arrivati a 30 anni, anche se da Principal. Dopo un po’ tornai in Italia ed ebbi il mio primo invito da guest da parte dell’Opera di Roma; danzai il Principe ne Lo Schiaccianoci di Amodio con Laura Comi. Dopo di che tornai subito in America, dove mi aspettava una sorpresona, perché mi avevano scelto per la prima rappresentazione della Cenerentola di Ben Stevenson.
Sinceramente non capivo, perché tornai in America il 12 dicembre, il 15 dovevo iniziare le prove per debuttare il 23; per loro tutto era normale, non c’erano problemi, e mi trovai ad imparare tutto il balletto in cinque giorni, visto che il 19 avevo la prima prova d'assieme. Alla fine, però, tutto andò bene e lessi un bellissimo articolo sul New York Times il giorno di Natale del '97 firmato da Anna Kisselgof: “Finalmente è arrivato un principe vero all’ABT!”


Quali sono stati i ruoli affrontati con l’American Ballet Theatre?

Tanti, perché poi fortunatamente sono stati creati dei ruoli su di me. Per esempio ne Il Corsaro, il ruolo interpretato nel video da Ethan Stiefel è stato creato per me, così come quello di Julie Kent è stato creato per Nina Ananiashvili. Ma quando si trattò di realizzare il video, la produzione insistette per avere due Principal americani, e così in scena furono loro ad essere immortalati. Sei mesi prima di lasciare la compagnia, nel repertorio dell’ABT entrò Onegin. Fu una grande soddisfazione, perché avrei debuttato con Alessandra Ferri, con la quale preparai il ruolo per ben due mesi. Sfortunatamente per me, lei dovette abbandonare il ruolo di Tatiana per affrontare la sua seconda gravidanza, e allora studiai il ruolo con Irina Dvorovenko, con la quale ebbi una standing ovation da parte del pubblico. Sempre con l’ABT ho debuttato ne La Bayadere della Makarova, Don Chisciotte imparato nel giro di due giorni, poi Giselle e Lago dei cigni; questi ultimi due sono, però, balletti in cui avevo già debuttato rispettivamente a Londra e poi a Vienna.
Gli ultimi tre mesi prima di lasciare l’ABT ho avuto tre creazioni moderne tutte per me, nelle quali interpretavo il primo ruolo in coreografie di Twyla Tharp (Brahms Hydn Variation), Paul Taylor (Black Tuesday) e Mark Morris (Gong). Altro grande successo è stato Variation for four di Anton Dolin, uno dei cavalli di battaglia dell’ABT e che vedeva in scena oltre a me anche Corella, Stiefel e Belotserkovsky. In seguito, i ruoli furono danzati anche da Malakhov, Bocca e Carreno, perciò nel giro di due o tre serate si poteva ammirare un cast migliore dell’altro. Credo che il successo più grande sia stato quello ottenuto al Théâtre du Châtelet a Parigi, dove in scena eravamo io, Maxim, Angel ed Ethan. Maxim ed io ci alternavamo nella prima e nella quarta variazione. La prima era quella che nessuno voleva fare perché era difficilissima; l’ultima, invece, era meravigliosa, un bellissimo adagio. Fui scelto in realtà per danzare proprio l’ultima, ma poi McKenzie mi chiese di tentare di provare la prima e io accettai subito. Allora lui: “Ok, falla tu!” ed io “Eh nooooo, ma adesso la quarta quando la rifarò mai!?!”, “Eh eh…ma quella la vogliono tutti perché è un adagio, è lento!”, mi disse sorridendo. La prima variazione era una cosa impossibile!



Cosa ti ha spinto a lasciare l’American Ballet Theatre?

Gli ideali differenti. Per prima cosa ero troppo piccolo per stare da solo nella grande mela e, come tutte le mele, anche quelle più belle all’apparenza possono essere marce dentro. Le invidie sono state un fattore determinante per me. Ma non solo; penso al modo di apprendere un ruolo, un modo troppo veloce. Io fortunatamente avendo avuto esperienze in Francia e in Inghilterra dove ti spiegavano anche il perché di un singolo movimento, in America sono stato spiazzato del tutto. E poi ballavo poco; ma non solo io, anche un Bocca, un Malakhov. C’erano otto Giselle, otto serate del Lago e con otto Principal alla fine ognuno danzava una sera sola, se eri fortunato, altrimenti saltavi. Io ho fatto parte dell’ABT per quattro anni e danzando una Giselle all’anno come si può pretendere di maturare e crescere nel ruolo? Penso a quello che una volta mi ha raccontato la Fracci sull’interpretazione di Giselle: “Sai, Giuseppe forse, solamente dopo tanti spettacoli ho capito veramente il vero spirito di Giselle”. E lo dice lei che è la migliore interprete di Giselle al mondo. E comunque già avere la possibilità di danzare questo balletto all’ABT è un'eccezione, perché è un ruolo che non fanno affrontare molto facilmente.



Altro cambiamento nella tua carriera: dall’ABT alla Wiener Staatsballett.

Guarda, io credo che la mia carriera sia stata tutta una specie di favola perché a dirti la verità ho incontrato persone che in un certo qual modo si sono “innamorate” di me e hanno voluto portarmi con loro. Quando Renato Zanella mi vide per la prima volta a Verona, nel '98, mi chiese se avevo intenzione di tornare a lavorare in Europa. Ovviamente la mia intenzione era proprio quella di tornare ad avere visibilità anche in Europa e dissi a Renato che avrei danzato a Budapest come ospite di un Gala. Allora il direttore del balletto di Budapest era Gyula Harangozo che oggi è il nuovo direttore di Vienna…le coincidenze! Renato venne e m’invitò per l’anno successivo nel gala finale che in giugno chiude la stagione di balletto della Staatsoper. In quell’occasione danzai nel Pas de deux del cigno nero e in Alles Walzer di Zanella che mi invitò, poi, per Il lago dei cigni di Nureyev. Quet'ultima, è una versione del tutto differente rispetto a quella che hanno in repertorio a Parigi e alla Scala: infatti a Vienna, nel primo atto, è ancora presente il pas de cinque che Rudolf aveva in seguito tagliato. E ti giuro che quel momento del balletto è davvero terribile, difficilissimo. Dopo due mesi ho debuttato anche nel Lago di McKenzie, ovviamente con l’ABT, e mi e`sembrata una passeggiata, a confronto.
Io non ho lasciato l’America ma ho lasciato l’ABT; tuttora New York è una delle città che adoro di più e nella quale mi piace spesso tornare, anche perché sono un fanatico dei musical che ho sempre seguito da quando ero più piccolo; a New York, come a Londra, la scelta è veramente ampia. Da poco ho anche interpretato Casablanca, un musical creato a Los Angeles e poi portato in Cina. E anche questo è accaduto tutto in modo molto strano, perché ero a Napoli, ospite per danzare Allez Walzer di Renato Zanella e, John Clifford, direttore del Los Angeles Dance Teathre, che rimontava La Valse di Balanchine, mi scelse per il ruolo di Humphrey Bogart.
Il fatto è che io non vivevo New York ma vivevo con l’ABT tutti i giorni e più passava il tempo, più mi rendevo conto che la compagnia non mi piaceva più. Ho avuto, però, la fortuna di essere per due anni consecutivi ospite del Boston Ballet come Principal. E ricordo che molti critici, nelle loro recensioni sul Boston Globe, proponevano di cancellare quell’asterisco che compariva di fianco al mio nome sul programma di sala e che indicava il Guest, per avermi stabile nella compagnia. Ed io ci sarei rimasto molto volentieri; mi trovavo bene con la compagnia, un ambiente molto familiare, un teatro bellissimo, la città ancora di più perchè tipicamente inglese e molto più vivibile. Solo che, nel momento in cui ho iniziato a riflettere su questo, ho pensato se non fosse il caso di riavvicinarmi all’Italia o comunque all’Europa. Come ti dicevo, l’incontro con Renato fu fondamentale per riavvicinarmi. E anche Renato per me ha rimontato diversi ruoli, come Salieri nel balletto Amadeus Mozart, il Principe Alexey in Schiaccianoci, Gustav nella Cenerentola firmata Lacroix e nel 2002 Renato ha creato Spartacus dove interpretavo Crassus, ruolo che mi ha portato, nel 2003, ad ottenere il premio Danza&Danza come miglior italiano sui palcoscenici del mondo.
Poi c’è stata l’esperienza con il San Carlo sotto la Direzione di Elisabetta Terabust, e nel maggio scorso sono stato chiamato da Carla Fracci per La Bella addormentata al Teatro dell’Opera di Roma; ed ora Cenerentola e Schiaccianoci.



Adesso sei impegnato nella nuova versione di Cenerentola per il Teatro dell’Opera di Roma. Cosa si prova a lavorare con Carla Fracci?

Carla Fracci è un mito vivente. E’ una donna che ti dà tanto senza bisogno di parlare; basta solo osservarla mentre esegue la sbarra tutti i giorni in sala, vedere la cura che ha per ogni minimo dettaglio, cosa che in America ad esempio non avveniva. Per me era difficile affrontare un debutto come La Bayadere della Makarova e affrontarla senza approfondire i dettagli. “No no, ma tanto va bene”, mi dicevano, “tanto sei bello”. In effetti era vero, non il fatto che fossi bello, ma che ogni volta che veniva fuori una critica su di me non c’era mai alcun riferimento allo stile, alla tecnica, all’interpretazione di un personaggio, ma sempre e solo riferimenti sulla bellezza. In quattro anni sono stato paragonato a Valentino, Marlon Brando, Laurence Olivier, Marcello Mastroianni da giovane. E allora mi dicevo: “Mi sono fatto un mazzo tanto per studiare un ruolo... e nemmeno una riga sulla danza!”.



Cosa ne pensi dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo da parte della nuova finanziaria?

E’ una situazione inaccettabile. Molto spesso mi capita di vedere alcune trasmissioni televisive, tipo Striscia la Notizia, che denunciano sprechi di miliardi continui. E allora mi chiedo come si possa tagliare una delle cose che ci caratterizza come italiani: l’arte e la cultura, di cui gli altri paesi non possono vantarsi.



Elisabetta Terabust e Carla Fracci hanno spesso manifestato pubblicamente il desiderio di voler istituire una Compagnia di Balletto Nazionale. Secondo te potrebbe essere una soluzione per risollevare le sorti della danza in Italia?

Magari! Sarebbe interessante anche una compagnia di giro. Guarda l’Opèra di Parigi, una delle migliori compagnie di danza del mondo, con i suoi 154 elementi. Secondo me si potrebbe raggiungere la stessa qualità se tutti gli italiani che lavorano all’estero, e che sono costretti ad andarci per la crisi della danza in Italia, tornassero a lavorare nel loro paese. Ma a volte penso che questo può restare solamente un’utopia, visto che lo Stato italiano ha intenzione di chiudere i corpi di ballo. Come si fa?! Bisogna dare fiducia all’arte! Se penso all’ABT e all’English National Ballet: sono due compagnie che non sono statali, ad esempio come il New York City Ballet o il Royal Ballet, ma sono compagnie finanziate da persone molto ricche, i cosiddetti Patrons, che hanno il desiderio di rafforzare l’importanza della danza e che seguono in prima persona una compagnia. A 17 anni avevo Lady Diana alle mie prove. E lei era una gran benefattrice dell’English National Ballet, così come Carolina di Monaco lo è per il Balletto di Montecarlo.




Quale o quali partners ti piacerebbe avere al tuo fianco?

Beh, sicuramente Alessandra Ferri perché, dopo quei due mesi di prova a New York, ricordo ancora il suo modo di lavorare; nelle prove mi spingeva a venir fuori ancora di più. Con lei mi piacerebbe molto danzare proprio Onegin e il Romeo e Gulietta di MacMillan. Non posso dimenticare nemmeno Tamara Rojo; sono circa otto anni che ci rincorriamo. Lei è stata portata all’English National Ballet da Deane, che ci voleva insieme per formare un sodalizio, ma poi lei è entrata ed io sono uscito dalla compagnia. Al Royal Ballet sono stato ospite nel 2001 per danzare Il lago dei cigni e già mi avevano segnalato per fare con lei sia Onegin che Schiaccianoci; ma poi sono stato io stesso a rifiutare, ma per altri problemi. Bellissima ballerina. Ma anche Alina Cojocaru è una ballerina che apprezzo molto, anche se non la conosco molto bene. Ci siamo visti in qualche Gala, molto timida. Anche Zakharova, una delle stelle del momento. Uliana Lopatkina una vera artista, purtroppo troppo alta per me.



Avremo il piacere di rivederti in Italia dopo la Cenerentola e Lo Schiaccianoci all’Opera di Roma?

Ci sono dei progetti di cui ancora non posso parlare, ma credo proprio di si... (fa l’occhietto).




Per ulteriori informazioni, visita il sito ufficiale di Giuseppe Picone




Nelle immagini:

- Giuseppe accoglie gli applausi del Teatro San Carlo di Napoli dopo Romeo e Giulietta di MacMillan. Foto di Alessio Boccafusca
- Con Natalia Makarova provando La Bayadere. American Ballet Theatre. Foto di Rosalie O'Connor
- Insieme a Ethan Stiefel, Maxim Belotserkovsky e Angel Corella in Variation for four. American Ballet Theatre
- Albrecht in Giselle. Teatro San Carlo di Napoli. Foto di Alessio Boccafusca
- Principe in La Bella Addormentata. Teatro dell'Opera di Roma
- Principe in Schiaccianoci. Teatro San Carlo di Napoli.





Andrea Roselli