Luciana Savignano e Marco Pierin

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Luciana Savignano e Marco Pierin

Articolo inviato da: Andy il 23/02/2001 - 15:37
Ci piacerebbe impostare l'intera intervista sul binomio Savignano-Pierin, facendo un viaggio nella vostra vita, nella vostra professione, nei vostri sogni, ma come coppia, visto anche che fra pochissimo tempo festeggerete i vostri vent'anni di carriera insieme. Parlateci del vostro rapporto al di fuori del lavoro:

L.

: Con Marco siamo legati da un'amicizia molto profonda e particolare. Viviamo questo rapporto in assoluta sintonia, comunicando talvolta anche solo con lo sguardo. Trovo bellissimo avere questo feeling con lui, è di estremo aiuto quando siamo in scena: se capita una serata nella quale non siamo totalmente ok, suppliamo con questa nostra intesa, coprendo e superando qualsiasi eventuale problema.

Siete diventati amici prima o dopo aver cominciato a ballare insieme?

M.: Dopo, ma all'istante. Nel senso che ci siamo subito trovati bene insieme, e al mio debutto come "Siegfried" nel Lago dei Cigni lei ha accettato di ballare con me. Trovo di avere molto in comune con Luciana, caratterialmente ci incontriamo su molte cose, e questo ha contribuito poi a rafforzare il nostro legame. Un legame appunto, non solo professionale, ma umano, nel quale quindi ci siamo trovati, a volte scontrati, sempre compresi, e nel quale abbiamo potuto toccare con mano l'umanità dell'altro.

Come ci si accorge che il partner è quello giusto?

L.
: Come in amore! Perché ci innamoriamo di una persona? Magari rispecchia quello che ci è sempre piaciuto, fisicamente, moralmente... ma credo che alla fine una spiegazione logica non si possa trovare. Ti senti invasa da tante sensazioni, ad un certo punto talmente evidenti, che ti fanno capire che valore può avere quella relazione. Guarda caso poi, con Marco oltre al lato caratteriale, c'è armonia fisica: altezze giuste, braccia lunghe, figure che si sposano bene insomma. Ma non è stata una scelta razionale, anche perché la razionalità non fa parte né del mio né del suo mondo!

Marco, cosa hai provato a ballare la tua "prima" con Luciana?

M.
: Devo molto a Luciana, mi ha molto aiutato in quell'occasione. Ció non toglie che è stato molto difficile gestire la sua estrema fisicità e duttilità. Sì, perche Luciana non è la ballerina con la quale puoi eseguire un partneraggio meccanico... bisogna conoscerla, capirla. Tutto ciò mi ha letteralmente rapito, riempito di piacere, fino a farmi innamorare di lei.

L.: Condivido pienamente con Marco quest'ultima osservazione. Non a caso anche molti coreografi, come Bejart per esempio, devono innamorarsi di un ballerino per poter creare qualcosa. Idem fra partner. Se così non fosse, non scatterebbe quel qualcosa di magico che nella danza ti porta ad interpretare, e non ad eseguire.

Usciamo per un attimo dalla sfera professionale. Partendo dalle vostre passioni, dai vostri hobbies, diteci chi siete e che visione del mondo avete.

L.
: Amo gli animali, in generale amo osservare le cose, la natura. Sono un'istintiva. Di conseguenza, per questo mio modo di essere, ho sempre sentito la necessità di presentarmi per quello che sono, e di circondarmi di tutte le cose più vere, più genuine, di tutto quanto sia privo di contaminazioni. L'uomo nasce come un essere meraviglioso, che tuttavia col tempo si corrompe... io ho bisogno di limpidezza, e, mio malgrado, raramente ne trovo. Questo a volte mi porterebbe a nascondermi, a ripararmi... ma poi entro in palcoscenico, non vedo più nessuno, e respiro uno "stato di grazia" nel quale riesco a venir fuori io, la mia persona. E' per questo che non riesco a badare ai problemi tecnici cui vado in contro. Non ho mai ballato per diventare qualcuno. E' stato un mio bisogno, che mi ha fortificato, e permesso di entrare in una dimensione lontana e diversa da quella di quel mondo che, come dicevo prima, mi ha sempre disturbato. E credo che il "mio" pubblico, per questo motivo, particolare, abbia capito tutto ciò: è la mia più grossa soddisfazione e la mia forza.

M.: Sarà un problema comune alle persone molto sensibili, ma anche io ho sempre fatto molta fatica a confrontarmi con questo mondo. Ballare e scrivere sono in tal senso la mia maniera di dar voce al mondo che ho dentro, nello scontro con quello esteriore, governato dai suoi criteri, dalle sue scelte, nel quale a volte sento di sbattere come contro ad un muro... di violenza incredibile. Spesso mi sento Don Chisciotte, in lotta coi mulini a vento. Sebbene tutto ciò possa venir visto come manifestazione di debolezza, come uno scappare dai problemi, in realtà è la condizione prima per la quale si riesce a crescere, per la quale ci si mette in una posizione di autocritica, migliorandosi dunque, e per la quale alla fine ci si apre a questo mondo, che nel contempo rifiuti ma che capisci essere il tuo, dove devi vivere. Inizialmente sono riuscito ad aprirmi attraverso la danza; da qualche tempo poi, anche attraverso la poesia, la parola, procedendo in questa mia passione con molta cautela ed attenzione.

Trovate di essere pessimisti quando spiegate questa vostra visione del mondo?

L.
: Assolutamente no! Non lo siamo e non potremo esserlo. Quando osserviamo come va il mondo, non possiamo dire come dovrebbe o come non dovrebbe andare: ciò che si ha davanti è sempre stato così, e ognuno cerca di capire e di regolarsi in tal senso. Il pessimista rimarrebbe fuori da questo mondo, gli altri invece cercano il modo proprio di inserirsi.

M.: Io penso che il mondo sia in continuo cambiamento, e che l'uomo, oggi ancor più che in passato, faccia fatica a stargli dietro. Viviamo in una società completamente in preda all'euforia tecnologica. Corriamo come pazzi per star dietro ad uno sviluppo cosí veloce, che per tanti versi risulta imprendibile. La conseguenza è che rimettendoci sempre in discussione, ad ogni cambiamento della vita, perdiamo di vista molti valori e principi. Magari abbiamo una grande quantità di cose, ma di scarsa qualità. Beninteso che non è tutto così, ci sono cose meravigliose, e sta a noi saperle vedere e prendere, proprio come saper vedere e scartare le altre.

Torniamo alla vostra carriera. C'è un immagine, un momento, qualsiasi cosa vissuta insieme che per voi è rimasta indimenticabile?

M.
: E' veramente difficile isolare un qualunque episodio. Abbiamo sempre avuto tantissimo da quello che abbiamo fatto. E' però con piacere che ricordo una serata di gala a Cuba, nell'89, dove ci esibivamo nel Duo di Bejart, un passo a due di una ventina di minuti. Luciana stava male, ed io, completamente a terra. Siamo entrati in scena ed abbiamo dato il cuore: il teatro è letteralmente venuto giù. E' stata un'emozione fortissima, la riprova di quanto dicevamo prima della nostra intesa e dell'aiuto che traiamo da essa.

L.: A me viene in mente After Eden alla Scala. Eravamo nella posa finale di questo bellissimo passo a due, completamente bagnati dal sudore, e lui mi dice: "ti amo". In quel momento il nostro legame aveva raggiunto l'apice: l'amicizia in fondo è una forma d'amore, e lì ne avevamo la prova.

Concludiamo con un gioco: diteci pregi e difetti l'uno dell'altra!

L.
: Secondo me siamo tutti e due troppo sensibili, troppo buoni, troppo sinceri: potrebbero essere tutti bei pregi, ma quel "troppo" a volte li rende difetti.

M.: A volte ci prendiamo anche sul serio! Riusciamo a farci del bene in una maniera esaltante, così come del male con un niente. Una volta ricordo che in scena, ballando un passo a due appena montato, ad un certo punto lei viene verso di me e mi chiede: "...cosa c'è adesso...?!" Io sono morto. Fu come una serranda che viene giù sulla nuca! In quel momento mi ha fatto dimenticare tutta la coreografia. Abbiamo finito improvvisando gran parte del pezzo! E' stato indimenticabile e ancora oggi ne ridiamo!

Andrea Boi, Andrea Piermattei