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Roberto Zappalà

Il sogno di un’umanità diversa

Il 18 luglio debutta a Bolzano Danza Liederduett, nuova creazione di Roberto Zappalà che, partendo da una riflessione su Caino e Abele, prova a immaginare un’umanità diversa, anche se utopica. Ne abbiamo parlato con il coreografo

13 Lug
2018
11:40
  • Corpo a corpo © Serena Nicoletti
    Corpo a corpo © Serena Nicoletti
  • Corpo a corpo © Serena Nicoletti
    Corpo a corpo © Serena Nicoletti
  • Corpo a corpo © Serena Nicoletti
    Corpo a corpo © Serena Nicoletti
  • Corpo a corpo © Serena Nicoletti
    Corpo a corpo © Serena Nicoletti
  • Come le ali © Serena Nicoletti
    Come le ali © Serena Nicoletti
  • Come le ali © Serena Nicoletti
    Come le ali © Serena Nicoletti
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Come sarebbe stata l’umanità se Caino non avesse ucciso Abele? Sarebbe stata pervasa – come lo è oggi – non solo dalla violenza ma dalla curiosità e dall’attenzione morbosa che la violenza suscita? Sono queste le domande da cui scaturisce l’ultima creazione del coreografo catanese Roberto Zappalà, Liederduett (due episodi su Caino e Abele), che debutterà mercoledì 18 luglio nell’ambito del festival Bolzano Danza.

Preceduto da due “meditazioni” – Corpo a corpo e Come le ali – questo lavoro si inserisce in una riflessione sull’umanità e sui corpi che Zappalà e il drammaturgo Nello Calabrò stanno portando avanti da diversi anni attraverso il progetto Transiti Humanitatis: partendo dal racconto dell’uccisione di Abele, dalla prima violenza subita da un corpo, Liederduett prova a immaginare un’umanità diversa, che non si crogioli nel fascino morboso della morte, che scopra una rinnovata fratellanza. Abbiamo chiesto a Roberto Zappalà come è nato questo progetto, lungo nella sua genesi creativa, e a quali suggestioni attinge: «Chi ci conosce sa che lavoriamo spesso con progettualità “a step” e anche in questo caso abbiamo lavorato su un doppio livello. Siamo partiti da un grande step, che è Transiti Humanitatis, all’interno del quale si incastra la storia di Caino e Abele che, inevitabilmente, fanno parte dell’umanità. Anzi, diciamo che hanno dato il là all’umanità stessa. Poi c’è un progetto più specifico, che vuole sottolineare alcuni aspetti che sono la spina dorsale della riflessione sull’umanità.
La riflessione che ho fatto, insieme al nostro drammaturgo Nello Calabrò, è stata attorno a una domanda: come sarebbe stata l’umanità se non ci fosse stato il primo omicidio della storia dell’umanità stessa? Una domanda all’apparenza banale ma che potrebbe aver determinato il comportamento di tutto il resto dell’umanità, anche quella di oggi. Ovviamente ho usato il condizionale, potrebbe, non è detto che non sarebbe accaduto tutto quello che è accaduto, questa idiozia comportamentale dell’umanità, la violenza superficiale, leggera rispetto all’uomo stesso. Abbiamo giudicato il comportamento e la violenza rispetto al primo omicidio dell’umanità e da lì siamo partiti per una riflessione più globale. Questa è stata la suggestione che abbiamo dato a noi stessi per capire se era il caso di parlarne e che ora cerchiamo di dare agli altri».

Liederduett nasce da due meditazioni...
«La prima meditazione, Corpo a corpo, si riferisce alla violenza; l’altra, Come le ali, è più utopistica, cerca di immaginare un’umanità più simbiotica, più fraterna, con un comportamento più tenero, più umano. I due livelli sono molto diversi nella messa in scena, nella riflessione, nel modo in cui si relazionano con il pubblico».

Quindi, la violenza e l’atteggiamento fraterno come due volti dell’uomo?
«La storia vera parla dell’omicidio, la storia utopica, cioè la mia, parla di una simbiosi che in realtà non c’è stata e continua a non esserci. Perché non si può parlare di simbiosi quando metà dell’umanità si comporta in un modo e metà in un altro. Naturalmente parliamo di utopia, perché è impossibile raggiungere questa simbiosi. Però il nostro compito creativo e artistico, non facendo né i politici né gli scienziati, è quello di far sognare la gente, immaginarsi un mondo non dico migliore a tutti i costi, ma più sereno, più fraterno. Penso che sia il nostro compito immaginare un mondo che possa essere diverso da quello che è. Poi c’è chi preferisce questo: pensiamo ai giornali e ai telegiornali, non fanno altro che raccontare di violenze, omicidi, difficile che si senta parlare di qualcosa di positivo che è accaduto, soprattutto quando senti i rotocalchi regionali. Sembra ci sia un piacere infinito a raccontare solo cose brutte, mentre le cose positive finiscono in calce. Questo che cos’è se non il frutto di una società malata di questo tipo di ascolto? Attraverso un racconto parzialmente creativo e parzialmente vero, noi proviamo a scardinare questo meccanismo».

Come nelle altre sue creazioni, anche in Liederduett il corpo è al centro...
«Parliamo con i corpi, quindi non possiamo farne a meno. Inoltre, a subire le violenze sono i corpi. L’umanità non è fatta solo di pensiero, di menti, di tastiere su cui si digita qualcosa, ma è fatta di corpi. Chi digita su quelle tastiere sono corpi, mani, dita... Per quale motivo dovrei parlare dei corpi in modo più superficiale o collaterale? No, il corpo è il principale protagonista, nel bene e nel male. Lo è quando è sfruttato, violentato, e lo è anche nel caso nostro, quando lo facciamo diventare la penna, l’inchiostro, una suggestione, una fiaba, un sogno. Del resto, il nostro compito è far sognare le persone che vengono a teatro».

Emanuele Masi, direttore artistico di Bolzano Danza, ci raccontava che uno dei progetti a lungo termine del festival è di valorizzare la musica dal vivo nella danza contemporanea. In Liederduett avremo in scena un controtenore e un pianista e la musica elettronica dal vivo. Qual è il ruolo della musica, in particolare della musica dal vivo, nelle sue creazioni?
«Quasi tutti i nostri progetti hanno musica dal vivo, per noi non è una novità. Dico sempre che la musica è la colonna sonora e lo dico nell’accezione più nobile del termine. A volte costruisco prima lo spettacolo e poi cerco di capire quale tipologia di musica sia più adatta, chiedo al musicista come si possa comporre. A volte scelgo musiche già scritte, ma anche quelle le scelgo come se chiedessi a un artista di scrivere una colonna sonora da zero. È difficile, perché ospitare uno spettacolo con musica dal vivo impone costi maggiori, ma noi continuiamo a farlo, a proporre questo binomio tra i corpi che scrivono la musica nello spazio e la musica che entra nell’animo delle persone attraverso l’orecchio: le due cose possono e devono camminare su un binario parallelo. Noto che i danzatori, quando danzano con un controtenore che canta dal vivo, con il pianoforte, con l’elettronica (nel caso specifico di Liederduett) sono ancora più coinvolti nel progetto».

Come si svolge il lavoro con i danzatori in fase di creazione?
«Non c’è mai una regola, c’è il nostro linguaggio, MoDem (Movimento Democratico), che cerca di tenere salda la direttiva sul movimento, è il timbro. Poi sulla costruzione non c’è una regola, dipende da cosa facciamo. Sicuramente c’è dialogo con i danzatori, con il drammaturgo, c’è anche l’improvvisazione. Poi si tende a costruire attraverso il corpo un sistema coreografico che sia codificato. Il dialogo con i danzatori si basa comunque sempre su un rigore coreografico che va molto al di là dell’improvvisazione.
Il rigore sta nel linguaggio, è ciò cui tengo moltissimo e che deve arrivare al pubblico in maniera forte. È come ascoltare un compositore, Bach, o un autore contemporaneo, immediatamente percepisci chi è. Credo sia importante che debba capitare anche a noi, a volte attraverso l’immagine visiva a volte attraverso un linguaggio riconoscibile».

Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza è uno dei tre Centri Nazionali di Produzione della Danza riconosciuti dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Oltre alla compagnia, ospita incontri, residenze, attività di formazione. C’è anche una grande attenzione ai giovani...
«Diciamo che non c’è un vero percorso di formazione di base ma cerchiamo di trasferire ai giovani il linguaggio della compagnia, il linguaggio MoDem, per esempio attraverso MoDem Atelier o MoDem CZD, il collettivo giovane, che ha la possibilità di portare in scena miei lavori e anche lavori di giovani coreografi. Poi ospitiamo artisti in residenza, cerchiamo di produrre nuovi lavori, trovare nuove energie».

Tra le finalità di Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza c’è anche quella di portare la danza italiana e internazionale in Sicilia?
«Lo facciamo. Essendo l’unico Centro di Produzione della Danza in Sicilia, crediamo che sia nostro compito emancipare non solo il pubblico catanese ma cercare di portare la danza anche in altre cittadine siciliane. Peraltro in molte cittadine della Sicilia ci sono teatri meravigliosi, piccoli ma affascinanti. Altra cosa sono le difficoltà che incontriamo nell’organizzare tutto questo perché, prima ancora che il pubblico, vanno emancipate le amministrazioni, le istituzioni. In generale la danza è fatta poco, quella contemporanea ancora meno. Le difficoltà sono tante. Però, noi siciliani siamo abituati a fare con quello che si ha. Anch’io come artista ho sempre pensato così e visto quello che abbiamo fatto – e non è poco – vuol dire che le cose si possono fare. Basta non aspettare dall’alto che le cose arrivino come per magia. Ma c’è ancora tantissimo da fare, io ho parlato di Sicilia, ma è così in tutta Italia».

Parlando di Sicilia, c’è molto della sua terra nelle sue creazioni. È così anche per Liederduett?
«Penso che un po’ di Sicilia ci sia sempre, al di là del fatto che i miei collaboratori, i musicisti sono tutti siciliani. In Liederduett non c’è espressamente un racconto siciliano ma ritengo che quando l’artista vive in quel territorio – e intendo dire io in prima persona, i musicisti e anche i danzatori, seppure non tutti siano siciliani – determina un tipo di lavoro che in qualche modo si “sicilianizza” anche semplicemente nella riflessione, nella visione. Quando vivi la Sicilia, ma in generale un territorio, vivi e ragioni con quella mentalità, con quello che hai attorno, nel bene e nel male. Immagino che in tutti i nostri lavori, a partire dal movimento, dalla violenza, dalla carnalità, dall’erotismo che il movimento ha in sé, si parli sempre un po’ di Sicilia. Poi ci sono casi in cui ne parliamo in modo molto più diretto».

Dopo il debutto di Liederduett a Bolzano Danza, progetti per il futuro?
«Nel 2019 abbiamo un progetto che parlerà di Sicilia, anche se lo farà in maniera molto contemporanea. Saremo nel cartellone dell’opera del Teatro Regio di Torino, a metà serata di Cavalleria Rusticana faremo La Giara di Alfredo Casella, un musicista dei primi del Novecento che ha musicato l’omonima commedia di Luigi Pirandello. Tratteremo l’argomento e tutte le connessioni che si possono fare sulla contemporaneità, sulla visione di Pirandello, attraverso il linguaggio della danza. Poi saremo impegnati in tournée in Argentina, Giappone, Australia con diversi lavori. Insomma, non ci si ferma mai».

 

Foto di Roberto Zappalà © Joakim Hovrevik

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