Home

Virginia Spallarossa

Un numero, il corpo, lo spazio

Il 28 e 29 marzo il Teatro Libero di Milano ospita la compagnia Déjà Donné con TRE | 14 di Virginia Spallarossa. La coreografa ci ha raccontato come ha preso forma questa creazione

13 Mar
2018
15:30
  • TRE | 14
    TRE | 14
Testata giornalistica online
Autore: 

Balletto.net
Registrazione Tribunale di Milano n. 263 del 07/09/2017
Direttore responsabile: Elisabetta Agrati 
Viale Regina Margherita 43, 20122 Milano (Italy) | P.IVA 04097780961

Un numero irrazionale, definito in geometria piana come il rapporto tra la lunghezza di una circonferenza e il suo diametro. Un numero infinito capace di creare, secondo la coreografa Virginia Spallarossa, infinite coincidenze, infinite possibilità. TRE | 14, spettacolo che vedremo in scena il 28 e 29 marzo al Teatro Libero di Milano, nell’ambito delle serate organizzate da C.L.A.P.Spettacolodalvivo, “usa” questo numero per dar vita a un materiale coreografico continuamente composto e scomposto e ricomposto nel corpo e nello spazio. «Lo spettacolo indaga le possibilità legate a questo numero, un numero magico, infinito», ci racconta la coreografa e direttrice artistica della compagnia Déjà Donné. «Ci siamo ispirati a questo, come strumento per generare materiale coreografico da costruire e decostruire. Il risultato è stato quello di una partitura coreografica che si concretizza, si compone, si scompone e si ricompone generando ogni volta infinite variazioni e infinite coincidenze. Tutto questo cercando di lavorare con il corpo e con lo spazio, tracciando percorsi, creando una geografia corporea e spaziale. È un lavoro concreto, fatto con carta e penna, di scrittura coreografica, quasi fosse un testo. Non ha nessuna pretesa narrativa. È un lavoro astratto ma con questi capisaldi: un numero, la sua scomposizione e ricomposizione nel corpo e nello spazio».

Il corpo e lo spazio, dunque, hanno un ruolo centrale?
«Nella prima parte dello spettacolo è stato fondamentale il lavoro nello spazio, nel quale ognuno ha creato la propria partitura, il proprio percorso seguendo direzioni inscritte all’interno del cerchio. Ma ci siamo divertiti a segmentare lo spazio scenico: abbiamo percorsi in uno spazio costretto, che mette in relazione più intima i danzatori, e poi successvamente, uno spazio che si apre creando nuove relazioni e quindi nuove possibilità di movimento e di interazione. C’è un’esplosione e implosione dello spazio scenico riferito a una partitura coreografica molto semplice».

Lei ha più volte sottolineato la necessità di tornare a una danza che sia innanzitutto danza, movimento...
«La narrazione non fa parte della mia poetica. Tutti i miei progetti partono da un lavoro sul corpo, da una partitura che voglio che arrivi a essere molto fisica. È un po’ in controtendenza rispetto alla stragrande maggioranza della danza contemporanea di oggi. Per me è molto importante che si restituisca al corpo la dimensione coreografica».

I suoi studi accademici hanno influito su questa visione?
«Io nasco come danzatrice classica, ho studiato alla Scala e all’Académie Princesse Grace di Monte Carlo. Ho impiegato molto tempo per lasciarmi alle spalle tutto questo, facendo però sempre tesoro di una fisicità che solo la danza classica può dare. Successivamente poi, è stato fondamentale lavorare, quando ero molto giovane, con il coreografo Wayne McGregor della Random Company. Questo per me è stato un momento di rottura: ho abbandonato quello che era il mio bagaglio e ho iniziato un lungo percorso di decostruzione e di ricostruzione, facendo scelte precise con il desiderio sempre più chiaro che fosse il movimento a diventare lo strumento per esplorare la persona.
Io credo che il corpo disegni e dica molte cose, senza che queste debbano essere sottolineate da una teatralità didascalica. Al corpo appartengono già delle memorie della storia collettiva e individuale di tutti. Sono il corpo e l’azione fisica a rivelare sostanze profonde che aprono all’immaginario».

Nel 2013 lei è stata direttrice artistica del festival Pillole | somministrazioni di danza d’autore. Ci racconta quella esperienza?
«Pillole è stata una sfida. Molti sono i festival di danza a Milano, ma il mio desiderio era riportare una danza “che si muovesse”. La maggior parte degli artisti invitati erano tutti italiani all’estero, una sorta di recall.. Inoltre due opere prime, una di Benjamin Boar, un danzatore storico dei Rosas, e un’altra di alcuni danzatori della Forsythe Company. Ero praticamente da sola, e con un programma così, il lavoro e l’impegno nella realizzazione lo ricordo ancora come un incubo!
La prima edizione di Pillole è stata una pietra miliare che rientra tra le mie scelte e la  direzione di lavoro che abbiamo intrapreso poi con la compgnia. Ora stiamo pianificando la terza edizione e, oltre a questo, stiamo organizzando il festival Vuoti urbani, allo Spazio Mil, un festival monografico per la compagnia Déjà Donné. Nelle due edizioni passate abbiamo presentato i debutti di alcune nostre produzioni e, come per Pillole, abbiamo sempre accompagnato l’aspetto performativo a quello formativo. Sono giorni ricchi di eventi, occasioni per addetti e non, per una full immersion in una danza che a volte fa fatica a trovare i suoi spazi».

In questi anni c’è stata, secondo lei, una maggiore apertura del pubblico verso questo tipo di danza?
«Rimane un pubblico di nicchia. Noi siamo stati molto felici soprattutto la prima edizione che ha fatto sold out quasi tutte le sere. È sempre un bel traguardo, quando si ha la possibilità di mostrare il proprio lavoro a un pubblico interessato e curioso che decide di uscire di casa per più sere per conoscere il tuo lavoro».

Le fonti di ispirazione sono molto varie, rimandano alla matematica, alla letteratura...
«Quello che a noi interessa è guardare sempre alla creazione contemporanea e alla ricerca; è la vera linfa del nostro lavoro.
Si parte da una base concreta. Per esempio, 90 + 8 + 1 è liberamente ispirato a Esercizi di stile di Raymond Queneau ma è un lavoro di pura ricerca coreografica. Ho preso spunto da questo libro incredibile per ricercare in queste famose novantanove variazioni più possibilità di modificare, di modulare una stessa frase coreografica in novantanove modi diversi. Anche lì non c’è nulla di narrativo; solo lo spunto da quest’opera come strumento di ricerca. Il movimento, il corpo rimangono al centro del lavoro».

L’aspetto formativo, di cui parlava prima, è presente anche in TRE | 14?
«Sì, questo progetto nasce con un’idea produttiva che intende relazionarsi in modo attivo con il momento formativo attraverso il coinvolgimento di giovani danzatori.
Un modello di produzione che guarda allo scambio artistico attraverso lo stimolo alla creazione. Una partitura coreografica che non intende cristallizzarsi e sclerotizzarsi in una scrittura ripetitiva, ma che si alimenta e si rinnova costantemente, grazie agli esiti sempre diversi di un laboratorio permanente e partecipato da giovanissimi, intrecciato al lavoro dei nostri danzatori. Lo spettacolo intende, quindi, essere un materiale vivo, rinnovato; un corpo capace ogni volta di rigenerarsi partendo da un’ossatura che si sviluppa e prende forma attraverso un progetto mutevole/mutante».

Condividi: 
×

Ti serve aiuto?
Consulta la Guida utente o Contattaci!

Accedi

User menu