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Lenz Fondazione e il mito di Ifigenia

Debutta a Parma un nuovo lavoro con Monica Barone

Dall’8 al 13 aprile, Lenz Teatro a Parma ospita Iphigenia in Tauride. Io sono muta, seconda parte di un dittico creato da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto a partire dal mito di Ifigenia

1 Apr
2019
12:18
  • Monica Barone in Iphigenia in Tauride © Maria Federica Maestri
    Monica Barone in Iphigenia in Tauride © Maria Federica Maestri
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Debutta a Parma dall’8 al 13 aprile, negli spazi di Lenz Teatro, Iphigenia in Tauride. Io sono muta, lavoro di Lenz Fondazione che segna la tappa finale di un dittico creato da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto a partire dal mito greco di Ifigenia, figlia primogenita di Agamennone e di Clitennestra. A ispirare il lavoro, che si avvale delle notazioni coreografiche di Davide Rocchi, sono stati il dramma di Goethe Iphigenie auf Tauris (1787), l’opera di Gluck Iphigénie en Tauride (1779) e la storica azione di Joseph Beuys Titus-Iphigenie, che ebbe luogo a Francoforte nel 1969.

Interprete d’eccezione è Monica Barone che, nonostante i numerosi interventi chirurgici al volto cui ha dovuto sottoporsi fin dalla primissima infanzia, fin da giovanissima si dedica con passione alla fotografia e alla danza, studiando con diversi maestri, divenendo danzatrice dotata di una grande sensibilità performativa maturata in un rapporto profondo e consapevole con la propria specificità fisica.

Spiega Maria Federica Maestri, responsabile di regia, installazione e costumi: «Il quadro visivo su cui si infrangono le acque del Mar Nero che bagnano le rive di Tauride – l’attuale Crimea – definisce la linea di orizzonte che separa Iphigenia dalla patria e dagli amati. Sola, esiliata in una terra straniera in cui vigono usanze inumane, vive come un’ombra in un bosco sacro, custode muta del santuario dedicato a Diana, la dea che impietosita l’aveva salvata anni prima da un tragico destino di morte, vittima innocente della violenza del padre. Sul proscenio si erge un piccolo altare, un freddo tagliere in acciaio, su cui è posto un lavacro per eseguire i rituali di purificazione: su quell’altare, disobbedendo a leggi che ritiene ingiuste e disumane, Iphigenia non immolerà alcuna vittima, non compirà alcun sacrificio umano, ma con un rito intimo e segreto implorerà gli dei di ritornare libera e di essere felice. Di fronte al loro silenzio, confusa e angosciata, decide di osare un’azione audace e di conquistare una nuova patria-corpo, libera da vincoli sociali e religiosi».

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