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Dancer. Uno sguardo su Sergei Polunin

Recensione del documentario Dancer con protagonista la vita turbolenta di Sergei Polunin

25 Mar
2020
16:20
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Sergei Polunin, classe 1989, è uno dei danzatori più conosciuti e discussi dei nostri tempi. A causa delle sue frequenti azioni fuori dalle righe, gli è stato attribuito l’appellativo di “bad boy” della danza classica sulla scia delle turbolente avventure di vita di grandi protagonisti come Nijinsky o Nureyev. 

In seguito alla pubblicazione del video della sua danza sulle note di Take me to Church di Hozier, il 9 febbraio 2015, diventa celeberrimo in tutto il mondo. In questa ripresa divenuta virale, con ben 28.021.761 visualizzazioni su YouTube, il carattere anticonvenzionale di Polunin emerge in tutto il suo fascino, la sua eccellente tecnica classica crea il fondamento per la sua danza libera in una location spoglia ed essenziale, molto luminosa, allestita in collaborazione con il fotografo David LaChapelle. Il video appare anche nel docufilm Dancer (2016) diretto da Steven Cantor, disponibile su Sky arte e considerabile una valida visione in questi giorni di reclusione casalinga. 

Vincitore del premio di miglior documentario dei British Indipendent Film Awards nel 2016 e film di apertura del 58° Festival dei Popoli a Firenze, il film mostra l’evoluzione della danza di Polunin soffermandosi sulle tappe più significative.

L’inizio del documentario coincide con l’inizio del video sopracitato dove il danzatore molto probabilmente sta prendendo consapevolezza del suo corpo, della sua danza. Da questa immagine mi ritornano alla mente delle parole di Maurice Béjart: 

 

Così sta, osservando il corpo interiormente; sta, osservando il corpo esteriormente; sta, osservando il corpo interiormente ed esteriormente. Sta, osservando la comparsa del corpo; sta, osservando la scomparsa del corpo; sta, osservando la comparsa e scomparsa del corpo. «Ecco il corpo»; questa introspezione gli è presente, soltanto per la conoscenza, solamente per la riflessione, ed egli è liberato e non si lega a nulla nel mondo.  

 

Un’immagine quindi di raccoglimento del danzatore, di presa di coscienza che apre il film, come il video, al godimento della sua danza.  

Il film prevede una interessante composizione miscellanea tra filmini amatoriali e riprese odierne, raccolte durante i quattro anni di affiancamento della troupe di Cantor al danzatore. Vengono inserite regolarmente performance dal vivo recenti, portando davanti agli occhi degli spettatori una certezza inconfutabile: eccellente tecnica classica danzata con energia e dinamica. 

Fin da piccolo il protagonista appare come determinato e molto concentrato nel migliorarsi continuamente e diventare il migliore. Ammesso all’età di undici anni all’accademia della Royal Ballet di Londra, a soli diciannove anni diventa primo ballerino per il suo straordinario talento. Il più giovane primo ballerino della storia del Royal Ballet. Poco più tardi, a ventidue anni, Polunin conquista un altro primato all’interno dell’illustre compagnia inglese abbandonando il suo ruolo di principal dancer. Troppe limitazioni, vita con dei ritmi scanditi e severi, difficili da rispettare a suo dire, hanno causato il suo allontanamento repentino dal teatro londinese. 

La sua condotta d’altra parte non può essere considerata ineccepibile: tatuaggi, uso di sostanze stupefacenti, assenze ingiustificate alle prove. Una figura inquieta dunque, a tratti somigliante al ritratto di danzatore di Béjart: «Il ballerino deve avere un mestiere e un istinto, mescolanza strana di disciplina e di libertà». 

Questa mescolanza di cui parla Béjart nelle sue Lettere a un giovane danzatore sembra essere carattere distintivo dell’arte di Sergei Polunin. 

Il documentario insomma, traccia una chiara e intrigante trama nella carriera del danzatore, rendendo efficacemente il suo essere artista tra palcoscenico, relazioni interpersonali e introspezione.

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