La recente offerta europea di danza ci regala due visioni artistiche profondamente diverse, mettendo in luce quanto la costruzione di un programma possa influenzare la percezione del pubblico. Da un lato Londra ha ospitato una serata all’insegna del virtuosismo tecnico ma minata da un’eccessiva omogeneità scenica. Dall’altro, Stoccarda ha puntato tutto sulla forza drammaturgica della diversità.

Il Ballet de Lorraine e la trappola della ripetizione

Per la sua breve trasferta londinese, la compagnia di Nancy ha portato in scena un dittico firmato da due nomi di spicco: Marco da Silva Ferreira, nominato per il Rose Dance Prize del 2025, e Adam Linder. Quest’ultimo è noto per aver vinto nel 2008 il Place Prize, un riconoscimento nato per essere l’equivalente del Turner Prize per la coreografia, ma sopravvissuto per sole cinque edizioni fino alla sua chiusura nel 2013. Osservando i due lavori uno dopo l’altro emerge subito un dettaglio spiazzante. Composizione, design e movenze risultano talmente affini da far pensare alla mano di un unico autore.

Tra gemme acide e paesaggi sonori

“Acid Gems” di Linder prende chiaramente spunto da “Jewels” di George Balanchine. È un lavoro di pura energia, caleidoscopico e vibrante, dove i danzatori compongono e scompongono continue geometrie umane. La danza parla esclusivamente di musica e movimento. Magistralmente confezionata nei suoi trenta minuti di durata, l’opera vive del talento dei ballerini del Ballet de Lorraine. Hanno dominato la scena. Il loro slancio e il lavoro d’insieme sono stati a dir poco impeccabili.

Ad accompagnarli c’è la colonna sonora originale di Billy Bultheel. Più che di musica nel senso tradizionale del termine, parliamo di un paesaggio sonoro scandito da battiti di tamburo e rumori vari. Pur essendo atipica, la traccia non risulta affatto sgradevole e si sposa alla perfezione con l’azione scenica. Decisamente meno convincenti i costumi di Antonin Tron. I body dalle fogge e sfumature diverse risultano a tratti sgraziati; se l’intento era quello di creare un effetto visivo stridente, l’obiettivo è stato sicuramente centrato.

Una Folia dal sapore clubbing

La folia portoghese, storicamente parlando, è una vivace danza popolare del XV secolo nata tra i pastori. Era un momento di festa in cui ci si lasciava andare a una totale liberazione dei sensi. Nel suo “a Folia”, da Silva Ferreira trasforma questa eredità in un rave sfrenato, un mix di estasi e ribellione che strizza l’occhio all’odierna cultura club. Il legame con le origini quattrocentesche finisce per perdersi del tutto. La musica di Luis Pestana, ispirata alla Sonata per violino in re minore “La Follia” op. 5 di Arcangelo Corelli, fa da tappeto a una coreografia che ricalca fin troppo da vicino le dinamiche di “Acid Gems”. I danzatori si ritrovano a creare pattern spaziali senza un fine narrativo evidente.

Anche sul fronte estetico le similitudini abbondano. I costumi di Aleksandar Protic condividono la palette accesa e l’impostazione di quelli di Tron, cancellando ogni possibile richiamo storico o folcloristico. Il disegno luci di Teresa Antunes e Olivier Bauer svolge il proprio compito. Manca però quello slancio creativo che avrebbe sicuramente giovato all’atmosfera di entrambi i pezzi. Nel complesso, la serata londinese ha offerto ottima danza, penalizzata fortemente da una programmazione ridondante. Se abbinate a opere radicalmente diverse, entrambe le coreografie avrebbero espresso un grado di innovazione molto più alto.

Stoccarda e il trionfo dei linguaggi opposti

Proprio questa varietà, mancata a Londra, è stata la chiave del successo al Teatro dell’Opera di Stoccarda. Con la prima di “Augen/Blicke”, lo Stuttgarter Ballett ha portato sul palco tre vocabolari corporei in netta antitesi. Il risultato è un programma dinamico che cattura lo spettatore portandolo dalle suggestioni più cupe a quelle più solari. A spiccare è soprattutto “Shut Eye”, l’opera di Sol León e Paul Lightfoot. Affascina con la sua rigorosa estetica in bianco e nero e una drammaturgia intensa, capace di evocare atmosfere oniriche e quasi da incubo. A bilanciare la tensione ci pensa “Vermilion”, la nuova e acclamatissima creazione di Victoria Girelli, che guida elegantemente il pubblico verso divertissements molto più sereni e luminosi.