Immaginate una bambina sfinita dall’entusiasmo della vigilia di Natale che sprofonda nel sonno stringendo a sé uno schiaccianoci di legno appena riparato. È l’inizio di una magia che prende vita sotto i suoi occhi sbarrati: l’ambiente domestico si deforma, l’albero di Natale cresce a dismisura e la stanza viene invasa da un esercito di topi squittenti pronti a rubare il suo balocco. Clara, la piccola protagonista, non ci sta. Dopo una furiosa zuffa in cui difende la sua pedina lanciando una scarpetta contro il sadico Re dei Topi, lo schiaccianoci si anima, sconfigge il nemico e si tramuta in un principe in carne ed ossa. I due fuggono attraverso una foresta incantata sotto una nevicata ipnotica, fino a sbarcare nel Regno dei Dolci, dove le leccornie prendono vita in un tripudio di danze esotiche. Poi, all’improvviso, il risveglio. Sotto l’albero c’è solo un dono inanimato e il sapore dolceamaro di un’avventura lisergica che forse è stata solo un’illusione.
Dietro le quinte di un capolavoro imperfetto
Facciamo un passo indietro. Tutta questa impalcatura onirica nasce all’inizio del XIX secolo in Germania, in casa Stahlbaum, grazie all’inquietante e magnetico Drosselmeyer. Questo zio un po’ bizzarro porta in dono automi meccanici talmente perfetti da sembrare vivi – un’Arlecchina, un soldatino e, appunto, lo Schiaccianoci. I nipoti litigano, il dispettoso Fritz rompe il giocattolo e innesca la catena di eventi che porterà al famoso sogno.
Nella vita reale, invece, dietro le quinte di questo kolossal c’è lo zampino di Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, all’epoca gran capo dei Teatri Imperiali Russi. Visto il botto stratosferico de La bella addormentata nel 1890, commissionò la musica a Tchaikovsky. L’ossatura della storia è pescata da un racconto di E.T.A. Hoffman del 1816, poi sapientemente edulcorato da Dumas padre per renderlo meno macabro e più digeribile per le famiglie, per poi essere cucito su misura dal libretto di Marius Petipa. Ironia della sorte, alla primissima rappresentazione il pubblico storse il naso. Fu un mezzo fiasco.
Ci sono voluti decenni di rimaneggiamenti per trasformare Lo Schiaccianoci nel gigante che riempie i teatri oggi. Coreografi di ogni epoca ci hanno messo le mani, sperimentando e talvolta stravolgendo. Ivanov, ad esempio, preferiva piazzare una giovanissima allieva della scuola di ballo nel ruolo di Masha (poi Clara), tenendola rigorosamente separata dalla Fata Confetto. Una scissione che Gorskij piallerà via nel 1917, fondendo i due personaggi. E vogliamo parlare dell’azzardo di Fëdor Lopokov? Negli anni Venti prese la trama e la ribaltò come un calzino, tirandone fuori nel ’29 un’opera talmente aliena ed eterogenea da essere defenestrata dal repertorio del Mariinskij in tempo record.
Dalla Scala di Milano a nuovi orizzonti
Il debutto europeo del balletto avviene al Sadler’s Wells di Londra nel 1934 con le coreografie di Ivanov, ma è l’approdo italiano alla Scala di Milano quattro anni dopo, a consacrarne il mito anche da noi, complici interpreti del calibro di Olga Amati e Nives Poli. Negli stessi anni, Vasily Vajnonen iniziava a iniettare nella favola sfumature psicologiche e introspettive fino ad allora inedite. Che lo si analizzi a fondo o ci si lasci semplicemente trascinare, è impossibile non farsi ipnotizzare dal Valzer dei Fiori o dall’incanto algido dei Fiocchi di Neve. Lo Schiaccianoci è diventato la fiaba natalizia per antonomasia, impressa nel nostro DNA culturale.
La danza, d’altronde, ha questo vizio meraviglioso: ci prende per mano a suon di passi, ci trascina in mondi paralleli e ci fa sentire parte viva del racconto. Una magia immersiva che non si respira solo nei palchi dorati e polverosi di San Pietroburgo, ma che si reinventa di continuo, sbarcando nei teatri locali e prendendo in prestito altre fiabe eterne.
La magia si sposta a Marquette: Peter Pan sulle punte
Questa stessa energia trascinante è quella che sta incendiando il palcoscenico di Marquette in questi giorni, dove l’intramontabile favola di Peter Pan ha preso forma grazie a una faraonica produzione balletistica. La macchina organizzativa della Northern Sky Dance and Fitness è un vero e proprio cantiere aperto su cui si lavora ininterrottamente dall’anno scorso.
La cosa sbalorditiva è il cast: un minestrone intergenerazionale che conta oltre cento ballerini, roba che mette assieme veterani quarantenni e bimbi che hanno a malapena spento due candeline. E ovviamente, quando metti sul palco i piccolissimi, il caos creativo è assicurato. Nora Grout, la ballerina che veste i panni di Wendy, racconta divertita come abbiano dovuto adattare gli stili per i più piccoli: “C’è chi fa il pesce tropicale, chi s’improvvisa baby pirata e mi pare ci siano pure delle farfalle. Insomma, abbiamo tirato dentro di tutto”.
Per farsi catapultare sull’Isola che non c’è senza l’aiuto della polvere di fata basta seguire la seconda stella a destra e dritto fino al mattino, o molto più pragmaticamente impostare il navigatore sul Kaufman Auditorium di Marquette. Ventidue dollari per l’ingresso adulti alla porta, diciassette per i giovani e gli iscritti alla NMU. E se proprio non riuscite a staccarvi dal divano, i network si sono già mossi: TV6 manderà la baracca in live streaming finché la redazione non avrà estrapolato i tagli salienti per i notiziari. Basta bazzicare sulla loro pagina YouTube o scaricare l’app TV6+ per tuffarsi nel paese dei balocchi senza nemmeno dover uscire di casa.