Il mondo del balletto sta attraversando una fase di profondo rinnovamento creativo, un periodo in cui la coreografia diventa sempre più uno strumento per esplorare la condizione umana e abbattere i confini geografici. Due recenti sviluppi nel panorama nordamericano incarnano perfettamente questa evoluzione: una storica nomina in Canada e un’inedita collaborazione artistica in Ohio, entrambe unite dal fil rouge dell’innovazione e della ricerca sui legami che ci uniscono.

Un nuovo capitolo per il National Ballet of Canada

I direttori artistici Hope Muir, Joan e Jerry Lozinski hanno recentemente annunciato che il celebre creatore britannico David Dawson ricoprirà il ruolo di coreografo residente del National Ballet of Canada. La notizia arriva sulla scia dell’entusiasmante prima nordamericana del suo The Four Seasons. Per la compagnia di Toronto si tratta di un evento particolarmente significativo, poiché la posizione era vacante dal 2007. Dawson diventa così la quinta figura a ricoprire questo incarico nella storia dell’istituzione, inserendosi in una prestigiosa dinastia che comprende James Kudelka, John Alleyne, Constantin Patsalas e Grant Strate.

Muir ha raccontato di condividere una lunga intesa artistica con Dawson. Nutre infatti una stima profonda per il suo modo distintivo di reinterpretare il balletto classico, una visione che sfida i danzatori a scavare nel processo creativo per far emergere la vera essenza umana del movimento. L’acquisizione della sua brillante opera Anima Animus nel 2023 ha segnato il primo incontro tra il pubblico di Toronto e lo stile del coreografo. Questa scintilla iniziale si è ora trasformata in un sodalizio duraturo che vedrà Dawson realizzare una nuova produzione su larga scala, prevista per la stagione 2026/27 in occasione del 75esimo anniversario della compagnia.

Visibilmente emozionato, il coreografo ha definito “travolgente” il supporto incondizionato ricevuto per il suo lavoro in Nord America, dicendosi impaziente di esplorare le opportunità creative che questa nuova era della danza canadese ha da offrire. Questa avventura oltreoceano, tuttavia, non lo allontanerà dall’Europa. Manterrà salda la sua posizione di Associate Artist presso il Dutch National Ballet, dove in passato era già stato coreografo residente. Ted Brandsen, direttore della compagnia olandese, ha elogiato calorosamente questa doppia affiliazione. Avere una base creativa su due continenti non solo moltiplica le possibilità di espressione per Dawson e per i due teatri, ma dimostra concretamente come l’arte riesca a unire realtà lontane, specialmente in un’epoca segnata da crescenti divisioni globali.

Il curriculum dell’artista britannico, d’altronde, parla chiaro. Tra il 2004 e il 2012 ha lavorato a stretto contatto non solo nei Paesi Bassi, ma anche al Semperoper Ballett e al Royal Ballet of Flanders. Le sue opere figurano nei repertori di teatri leggendari come La Scala di Milano, il Mariinsky, il San Francisco Ballet e l’English National Ballet. Con oltre quaranta creazioni all’attivo, tra cui riletture integrali di Romeo e Giulietta, Il lago dei cigni e Giselle, il suo talento è stato consacrato da innumerevoli riconoscimenti mondiali. Basti pensare al Prix Benois de la Danse per The Grey Area o al Golden Mask Award per Reverence, che lo ha reso il primo britannico a creare un balletto originale per il Mariinsky. Tra i suoi impegni imminenti spiccano i debutti di Four Last Songs al Teatro dell’Opera di Roma e all’English National Ballet, oltre alla Sinfonia n. 2 per lo Stuttgart Ballet.

L’esplorazione dei legami al Mutual Dance Theatre

Parallelamente alle grandi manovre delle accademie classiche, la scena contemporanea di Cincinnati si prepara a indagare le connessioni umane in un contesto più intimo e sperimentale. Il Mutual Dance Theatre (MDT) porterà in scena l’1 e il 2 maggio all’Aronoff Center lo spettacolo Modern Mix ’26. Sotto il suggestivo tema “Embrace: A Season of Connection”, quattro artisti proporranno la loro personalissima interpretazione dei fili invisibili che ci legano.

La direttrice artistica dell’MDT, Jeanne Mam-Luft, ha fortemente voluto questo approccio per riflettere sulla nostra convivenza condivisa su questo pianeta. Fedele alla sua missione di dare spazio a prospettive nuove e meno esplorate nel panorama coreografico, la compagnia ha reclutato i talenti valutando direttamente i video delle esibizioni, senza basarsi su curriculum patinati. Il risultato è un programma dinamico che mescola generi e storie differenti, coinvolgendo artisti affermati ed emergenti come Joshua Ishmon, ex volto del Deeply Rooted Dance Theater di Chicago, il danzatore locale Shane Ohmer e Nat Wilson della newyorkese Yue Yin Dance Company.

Il coraggio di cambiare prospettiva: da étoile a creatrice

A destare maggiore curiosità in questo cartellone è la partecipazione straordinaria di Sirui Liu, storica prima ballerina del Cincinnati Ballet. La sua presenza segna un crossover inedito tra l’istituzione classica della città e l’anima contemporanea dell’MDT, nato da un’intuizione del direttore artistico Cervilio Amador che ha voluto offrirle l’opportunità di mettersi alla prova come autrice. Affascinata fin da bambina dalla grazia che sentiva scorrere in modo innato nel suo corpo, Liu ha trascorso gli ultimi quindici anni incantando le platee nei panni della Fata Confetto, di Odette e di Cenerentola.

Oggi si sfila le scarpette da punta per affrontare le insicurezze e il fascino della direzione contemporanea. Guidare un gruppo di colleghi in sala prove le impone di mettere da parte i dubbi e di non lasciarsi schiacciare dall’ossessione di dover creare per forza qualcosa di rivoluzionario. Quando la pressione aumenta, la neo-coreografa fa un passo indietro e osserva i suoi ballerini, traendo ispirazione diretta dai loro corpi. La loro spiccata fisicità le ha permesso di spingere le sue visioni iniziali verso territori inesplorati e azzardare dinamiche più estreme.

Da questo intenso scambio è nato Nexus, una performance di quindici minuti pesantemente influenzata dalla sua passata collaborazione con la ballerina e coreografa Caroline Dahm. L’opera si allontana dalle narrazioni letterali sulle relazioni umane per abbracciare un linguaggio profondamente astratto. La scena diventa la rappresentazione di come ogni singolo elemento del creato, dalle reti sociali ai ritmi della natura, sia interconnesso in modo indissolubile. Un flusso continuo e invisibile, concettualmente paragonato da Liu all’istante folgorante in cui due sinapsi cerebrali si sfiorano per generare, dal nulla, un pensiero meraviglioso.