Alessio La Padula è uscito dal serale di Amici 15 da quinto eliminato, ma addosso ha l’aria di chi ha appena stravinto. La prima cosa che salta all’occhio incontrandolo è il tatuaggio fresco che spunta da dietro il collo, proprio sopra la croce che aveva già: un occhio aperto, sgranato, con una pupilla rosso fuoco. Un’ora e mezza di dolore puro sotto i ferri del tatuatore, ci scherza su, per imprimersi sulla pelle un’esperienza che gli ha letteralmente ribaltato l’esistenza.

Prima di varcare la soglia di quel talent, Alessio era un ballerino dal background strettamente classico e neoclassico. Schivo, chiuso a riccio, parlava a fatica. Il programma è stato un grimaldello che gli ha scardinato il lucchetto della vita, costringendolo a sporcarsi le mani con stili nuovi e, soprattutto, a fare i conti con se stesso. Non capita tutti i giorni di vedere artiste del calibro di Emma ed Elisa sciogliersi in una valle di lacrime per l’eliminazione di un allievo. Con loro è nato un legame stretto, viscerale, che ha superato la timidezza iniziale. E perfino Maria De Filippi, la madre televisiva per eccellenza, si è messa a nudo piangendo per lui. Uscire da quello studio sentendosi “un supereroe”, consapevole di essersi lasciato alle spalle un passato difficile, è il vero traguardo di un ragazzo che ora ammette di aver capito quanto possa essere bella la vita.

E la vita, adesso, gli sta chiedendo di fare le valigie. Ha un debole per le donne dal carattere forte, Alessio. Non fa mistero della sbandata clamorosa per Sabrina Ferilli, né del corteggiamento serrato ma rispettosissimo nei confronti di Elena D’Amario. Ed è proprio con Elena che a breve volerà negli Stati Uniti, a New York, per uno stage di tre settimane alla prestigiosa Parsons Dance. Un sogno americano che quasi gli fa mancare il fiato, al pari della proposta-shock di Emma di volerlo nel corpo di ballo del suo prossimo tour. L’unico vero scoglio verso gli States sembra essere la lingua: se col francese se la cava da dio dopo tre anni vissuti a Lione, con l’inglese sta messo parecchio male. Ma c’è da scommettere che studierà con la stessa fame con cui azzanna il palcoscenico.

Mentre Alessio si prepara a sbarcare sulla East Coast per far vedere di che pasta è fatto, l’America continua a confermarsi un terreno dove la danza sa ancora fare miracoli, anche a poche ore di treno da New York. Basta spostarsi un po’ più a sud, in quella Washington spesso fagocitata dai dibattiti e dalle retoriche, per ritrovare l’essenza più pura e incontaminata del teatro. Al National Theatre, il Washington Ballet ha appena chiuso la sua stagione 2025-26 con una “Cenerentola” che suona come uno schiaffo meraviglioso al cinismo dei nostri tempi.

In un panorama artistico locale che ultimamente sembra ossessionato dall’attualità nuda e cruda — tra opere teatrali su John Lewis, musical su Obama e mostre sull’interscambio transatlantico — l’adattamento firmato dal direttore artistico Edwaard Liang è una boccata d’aria fresca. È una favola romantica e classica, senza la pretesa di doverti per forza rifilare una lezione sociologica. Novanta minuti netti e bilanciati al millimetro, incorniciati dalla partitura di Prokofiev e dal libretto di Volkov, dove tutto scorre senza mai annacquarsi.

La forza di questa messa in scena sta nella sua totale e sfacciata dedizione all’illusione teatrale. Niente vuoti narrativi da riempire con l’immaginazione: c’è una carrozza vera, c’è una Fata Madrina (un’ottima Ashley Murphy-Wilson) che da un cumulo di stracci scuri esplode in una creatura eterea e luminosa. La scenografia di James Kronzer è un sogno a occhi aperti, un bosco che sembra quasi invadere e sorvegliare la sfarzosa sala da ballo, mentre i giochi di luce di Jack Mehler, tra tonalità gelide e cascate di stelle, ti fanno sentire letteralmente intrappolato in una palla di neve di vetro.

In questo ecosistema fiabesco, reso ancora più materico dai velluti e dalle sete rinascimentali dei costumi di Judanna Lynn, si muovono talenti cristallini. Ayano Kimura è una Cenerentola disarmante, affiancata dall’eleganza di Andile Ndlovu nei panni del Principe. E quando il palco viene divorato dal ticchettio ossessivo degli orologi che segnano l’avvicinarsi della mezzanotte, non serve mezza parola per farti percepire il senso di urgenza. Che si tratti dell’energia comica del giullare di corte o della precisione tecnica di complessi pas de deux e chaînés vertiginosi, l’intera compagnia fa sembrare facilissime delle coreografie diaboliche.

Che si tratti del sudore di un ragazzo campano che trova la sua rinascita in uno studio televisivo, o del rigore di un ensemble americano che fa rivivere una fiaba eterna, il filo conduttore è lo stesso. La danza, quando è fatta con l’anima, ci permette ancora di credere ai miracoli, alle trasformazioni radicali e al fatto che, in fondo, i lieto fine possano esistere davvero.