Il linguaggio del balletto possiede una grammatica spietata e meravigliosa, capace di piegare la rigidità degli eventi storici alla fluidità organica del movimento. Nelle prossime settimane, i teatri statunitensi diventeranno il banco di prova per due produzioni che, pur agli antipodi per vocazione, budget e respiro, mettono il gesto coreutico e la fisicità dei danzatori al centro esatto della narrazione.
L’estenuante tour de force di una regina
Da un lato c’è l’attesissimo sbarco dello Scottish Ballet. Dopo aver incassato nomination a pioggia ai National Dance Awards britannici per la sua eccellenza tecnica, la compagnia porta negli Stati Uniti Mary, Queen of Scots. Scordatevi il solito polpettone in tutù e scarpette da punta tradizionali. La coreografa residente Sophie Laplane, in tandem col regista James Bonas, ha destrutturato il vocabolario classico per tradurre la tensione viscerale tra Maria Stuarda e la cugina Elisabetta I d’Inghilterra in pura dinamica corporea. Il palco diventa un ring emotivo, dove le due donne, storicamente mai incontratesi di persona, ingaggiano un duello fatto di linee tese, bilanciamenti precari e un uso drammatico dello spazio scenico.
L’intera architettura della coreografia è concepita come un lungo flashback febbricitante di un’Elisabetta ormai morente, affidata per alcune date alla magnetica presenza scenica della guest artist Charlotta Öfverholm. Ma è nel ritratto dei monarchi in gioventù che il balletto osa di più. Geniale la scelta di affidare il ruolo della giovane Elisabetta ai solisti Harvey Littlefield e Gina Scott, alternandoli a seconda dei cast: questa fluidità di genere si traduce in una partitura fisica volutamente spigolosa e ibrida, perfetta per incarnare attraverso la muscolatura le forzature di una donna in una corte dominata dai maschi.
I costumi di Soutra Gilmour non sono un mero vezzo estetico, ma influenzano direttamente la meccanica dei corpi. Maria affronta la scena strizzata in un corsetto su una gonna corta, sotto un inconfondibile caschetto nero con ciocche rosse, un’estetica visivamente punk rock che richiede alle ballerine una mobilità del busto del tutto moderna. Sulle partiture originali di Mikael Karlsson e Michael P. Atkinson, le prime ballerine Rosanna Leney e Marlen Fuerte Castro si dividono l’imponente onere del ruolo da protagonista durante il tour. La Leney è stata tranciante: danzare Maria è un’esperienza prosciugante. Richiede una tenuta fisica feroce per restituire la resilienza di una sovrana passata attraverso matrimoni tragici, omicidi e prigionie. È una maratona di tecnica ed espressione che debutterà in Nord America allo Spoleto Festival USA di Charleston (28-30 maggio), per poi consumare il linoleum del prestigioso David H. Koch Theater al Lincoln Center di New York con cinque repliche dal 4 al 7 giugno.
Il rigore della sbarra per celebrare una nazione
C’è però un’altra declinazione della danza accademica che reclama spazio proprio negli stessi giorni, mossa dalla medesima, implacabile dedizione alla sbarra. Lontano dai grandi riflettori newyorkesi, scendendo nel sud del Maryland, l’allestimento coreografico si fa intimo ma carico di un diverso peso istituzionale. Il 5 e il 6 giugno, gli allievi della Ballet Caliente Classical School of Dance a California (Maryland) andranno in scena con “In Pursuit of Happiness”.
Qui il rigore delle posizioni classiche e lo studio del plié vengono messi al servizio di un traguardo titanico: la celebrazione del duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. Aspen Ellerbe, talentuosa studentessa del secondo anno alla Leonardtown High School di Drayden, si prepara ad affrontare il pubblico con la tensione muscolare e mentale tipica di chi sa che il palcoscenico non fa sconti a nessuno, nemmeno ai giovanissimi. Il balletto si fa così veicolo di memoria collettiva, incanalando l’entusiasmo della gioventù americana in geometrie pulite e coreografie strutturate.
Che si tratti di sopportare l’agonia muscolare per interpretare una regina condannata a morte in una produzione d’avanguardia, o di curare maniacalmente le linee di un arabesque per onorare le radici del proprio Paese in una recita scolastica di altissimo livello, il risultato non cambia. Il corpo che danza si riconferma l’unico strumento in grado di far respirare la storia ben oltre la parola scritta.