Quando Tiler Peck ha chiuso quella telefonata col team di Olivia Rodrigo, la sensazione prevalente è stata un gigantesco, liberatorio sospiro di sollievo. Nessuna modella improvvisata a massacrarsi i piedi con scarpette da punta allacciate male, nessuna ennesima campagna visiva posticcia. Per la principal dancer del New York City Ballet, l’ingaggio come coreografa e interprete per il video di “Stupid Song” era l’occasione d’oro per fare finalmente le cose per bene, portando ballerine vere – colleghe del calibro di India Bradley, Kayla Mak, Kloe Walker e altre stelle del NYCB – a scontrarsi frontalmente con le logiche del pop. Ne è uscita una sequenza magistrale in body rosa pastello, con le danzatrici a fare moshing tra gli irrigatori di Central Park. Una roba girata all’alba, in un lampo, per permettere alle ragazze di tornare alle rigide prove teatrali della sera stessa, ma che ha impresso un segno: il balletto si sta riprendendo le strade.
Non è un caso isolato, ma un’onda d’urto ben precisa. Dalla Rosalía che si esibisce sulle punte in apertura di concerto, all’ex ballerina Adéla (già in lizza per le Katseye) in tour con Demi Lovato, fino al ritorno a sorpresa di Misty Copeland agli Oscar per un set dalle tinte blues o ai video virali di una giovanissima Tate McRae che balla lo Schiaccianoci. Certo, i puristi storceranno il naso, ricordando che i cortocircuiti tra pop e danza non sono nati ieri: negli ultimi vent’anni abbiamo visto Taylor Swift in tutù per “Shake It Off”, Rihanna in scarpette nere per “Umbrella”, i cigni di Kanye West in “Runaway” o le iconiche follie di Maddie Ziegler con Sia. Ma oggi, mentre l’estetica del balletcore spopola e ci si lascia alle spalle le infelici uscite di Timothée Chalamet sulla presunta “morte” del balletto, la tendenza è radicalmente diversa: non si ruba solo l’abito, si pretende il rispetto per l’arte, rendendola accessibile a chi, magari, un biglietto per il New York City Ballet non potrebbe mai permetterselo.
La Piccola Patria e il Coraggio di Ribellarsi
Questa stessa urgenza di abbattere le pareti di vetro, di far dialogare mondi apparentemente lontani e di usare il corpo per raccontare chi siamo, è ciò che infiamma i cartelloni teatrali più illuminati di oggi. Basti guardare la Stagione Danza 25/26 del Teatro Morlacchi di Perugia, che mette a segno un colpo magistrale portando in città per la prima volta la Akram Khan Company con Chotto Desh (Piccola Patria).
Adattato nel 2015 da Sue Buckmaster – anima di Theatre-Rites – a partire dal pluripremiato DESH del coreografo anglo-bengalese Akram Khan, questo lavoro è stato incasellato spesso come “produzione per famiglie”, ma la definizione gli va decisamente stretta. Con un team creativo che schiera le musiche di Jocelyn Pook, le luci di Guy Hoare e un immaginario visivo pazzesco curato da Tim Yip e YeastCulture, l’opera si srotola come un sogno lucido. Sul palco, alternandosi, i danzatori Jasper Narvaez o Nicolas Ricchini danno corpo ai ricordi di un ragazzino che vuole solo ballare, ribellandosi a muso duro alle aspettative paterne. La narrazione, che pesca le sue radici dal libro Il cacciatore di miele di Karthika Naïr, fonde la rigidità geometrica del Kathak indiano con la fluidità della danza contemporanea occidentale. Tra giganteschi elefanti, foreste incantate e nuvole di farfalle ricreate in animazione, Chotto Desh riesce nella rara magia di parlare di identità interculturale e di celebrare la nostra faticosa, meravigliosa resilienza nel mondo moderno.
La Paleontologia di un Cuore Spezzato
E la resilienza, a ben guardare, ha sempre a che fare con l’imprevisto, con l’intollerabile e improvvisa consapevolezza che le cose finiscono. È qui che si inserisce il genio irregolare di Marco D’Agostin con il suo Asteroide. La premessa è di un’ironia disarmante: la geologia e il romanticismo condividono la stessa, tragica illusione di poter durare a lungo.
Negli anni Ottanta, l’ipotesi che un banalissimo sasso spaziale avesse disintegrato l’intera stirpe dei dinosauri in un millisecondo fece imbestialire la comunità scientifica. Era una teoria troppo hollywoodiana per essere vera, esattamente come lo è vedersi sottrarre un amore dall’oggi al domani senza preavviso. È una crudeltà del caso che il cervello semplicemente si rifiuta di processare. Mettendo in piedi un corpo a corpo serratissimo con le logiche paradossali e travolgenti del musical di Broadway, D’Agostin si trasforma in un divulgatore in bilico perenne tra scienza e sentimento, tra informazione e puro intrattenimento. Tra grotte sature di iridio, tradimenti brucianti e ossa preistoriche, questo strano duetto ci ricorda una verità assoluta: la vita – e quindi l’arte – possiede una forza brutale. Non soccombe mai del tutto, ma trova sempre il modo di ripresentarsi sotto nuove forme.
Quaranta Abiti per Sopravvivere
E a proposito di nuove forme, di mute e di identità da indossare, l’esplorazione coreografica contemporanea trova uno dei suoi apici emotivi in Maldonne, la prima vera fatica corale di Leila Ka. Che questa giovane coreografa e danzatrice francese sia un fenomeno assoluto non è un’esagerazione giornalistica: lo certifica Le Monde, snocciolando numeri da capogiro come oltre cento date all’anno e un tour sistematicamente sold out. Il segreto di questo magnetismo sta proprio nella sua capacità di far collidere la ferocia della danza urbana con la sofisticazione del teatro contemporaneo.
In Maldonne, cinque interpreti sul palco smontano e ricostruiscono pezzo per pezzo l’archetipo del femminile. Lo fanno letteralmente, scivolando in quaranta abiti diversi. C’è tutto l’armamentario delle nostre insicurezze e ribellioni: paillettes e tulle, stampe animalier, camicie da notte intime e sgualcite, maestosi abiti da sposa. Roba che si rivela inevitabilmente troppo stretta o troppo ingombrante, vestiti che volano per aria, strisciano sul pavimento o esplodono. È un’opera profondamente liberatoria che gratta via la patina della convenzione per restituirci l’incandescenza e la vulnerabilità di cosa significhi abitare un corpo di donna oggi.
Alla fine, la sostanza non cambia. Che si tratti di calzare le punte sull’asfalto newyorkese in un video pop, di sfidare l’autorità di un padre per poter finalmente danzare, di sopravvivere all’impatto distruttivo di un meteorite emotivo o di cambiare pelle l’ennesima volta, l’arte coreutica fa esattamente questo. Non ci offre rassicurazioni perfette né risposte assolute, ma ci fornisce, in modo caotico e bellissimo, le coordinate per continuare a muoverci.